Leggere meno, scegliere meglio
Nel diluvio digitale, il problema non è trovare qualcosa da leggere, ma capire cosa merita davvero la nostra attenzione.
Non saprei più ritrovarla, ma ricordo bene una massima che ho incrociato tempo fa su X. Diceva, più o meno, che la qualità di ciò che impari è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni che consumi.
Detto altrimenti: se leggi, ascolti o guardi qualcosa in maniera compulsiva - libri, articoli, podcast, documentari, tutorial; il formato non cambia nulla - probabilmente non stai imparando. Ti stai intrattenendo.
È un pensiero potente, perché mette in discussione un principio a cui ho creduto a lungo: più informazioni accumuli, più diventi capace di pensare.
Oggi la vedo diversamente. Imparare non è una questione di quantità, ma di qualità. E soprattutto di ciò che fai con quello che incontri.
Aver introdotto il metodo Zettelkasten nelle mie routine di lavoro e di scrittura ha senza dubbio contribuito a farmi arrivare a questa conclusione. Una conclusione che sfida un assunto profondamente radicato nella mia educazione — e forse nella nostra.
«Vuoi diventare grande? Leggi libri», dice Marco Paolini nella scena de Il racconto del Vajont in cui spiega com’è nato il suo amore per la lettura.
Eppure, dopo essere stato per decenni un lettore onnivoro, oggi leggo meno. Non soltanto perché ho meno tempo e più cose da fare, ma perché ho imparato a selezionare ciò che merita davvero la mia attenzione: quello che vale la pena leggere, ascoltare o guardare.
Selezionare, del resto, è uno dei principi alla base del metodo Zettelkasten. Ed è anche un ottimo modo per stare a galla nel diluvio di contenuti a cui siamo esposti ogni giorno.
Riducendo quasi a zero il costo di produrre e distribuire informazione, la tecnologia digitale ha fatto esplodere il numero di contenuti disponibili.
Prima di adottare il metodo, mi capitava spesso di aprire la mia app di read it later - uso Reader e mi trovo da dio - e scorrere le centinaia di articoli salvati. Ne sceglievo uno, lo leggevo e alla fine avevo la sensazione di aver fatto il mio dovere contro l’istupidimento imperante.
La verità - lo avrai intuito - è che mi stavo soltanto intrattenendo.
Chiariamoci: non c’è niente di male nell’intrattenersi con i contenuti online. Io lo faccio ancora, e di continuo. Ho solo smesso di pensare che equivalga automaticamente a migliorarmi.
Oggi, quando decido di leggere qualcosa di significativo, non mi basta più arrivare in fondo. Devo trasformarlo in un appunto, inserirlo nella slipbox in cui conservo il materiale che mi servirà per scrivere e collegarlo agli appunti che contiene già.
Questo rende la lettura più attiva e meno pigra. E ne aumenta l’attrito.
È un attrito salutare, che ha fatto bene alla mia capacità di scrivere testi migliori e con maggiore costanza. Perché ridurre la distanza tra lettura e scrittura significa svolgere in anticipo una parte del lavoro.
Ma lo Zettelkasten mi aiuta a lavorare meglio su ciò che ho già scelto. Non mi dice necessariamente che cosa valga la pena scegliere.
Per questo serve un secondo filtro.
All’inizio di quest’anno ho letto Antifragile di Nassim Nicholas Taleb. È un libro divertente e provocatorio, che gioca a mettere in discussione molti dei luoghi comuni con cui spieghiamo il funzionamento delle persone, delle cose e del mondo.
A un certo punto Taleb introduce la legge di Lindy.
Il nome deriva da Lindy’s, una gastronomia di New York in cui alcuni comici si riunivano per discutere le novità del mondo dello spettacolo. Nel 1964 Albert Goldman raccontò una convinzione diffusa tra loro: poiché ogni comico disponeva di una quantità limitata di materiale, un’esposizione mediatica troppo intensa avrebbe finito per abbreviargli la carriera.
Da quella storia Benoît Mandelbrot ricavò poi un principio diverso e più generale, che Taleb avrebbe esteso alle cose non deperibili: libri, idee, tecnologie, opere culturali.
Secondo la legge di Lindy, più a lungo qualcosa è riuscito a sopravvivere, più a lungo è ragionevole aspettarsi che continui a farlo.
Il fatto che leggiamo ancora Shakespeare, per esempio, è uno degli indizi più forti del fatto che le sue opere continueranno a essere lette. Non possiamo dire lo stesso del bestseller più chiacchierato del momento, che potrebbe scomparire dalla conversazione nel giro di pochi mesi.
Naturalmente, questo non significa che tutto ciò che è vecchio sia migliore, giusto o vero.
La durata non è un certificato di qualità. È un’informazione.
Un’idea che ha attraversato generazioni ha superato più prove di un’idea comparsa ieri nel nostro feed. Questo non la rende infallibile, ma le attribuisce una probabilità maggiore di restare rilevante.
Applicata al principio di selezione su cui si basa il metodo Zettelkasten, la legge di Lindy diventa così una bussola per decidere a cosa dedicare attenzione e che cosa trascurare senza troppi problemi o sensi di colpa.
Quando scelgo che cosa leggere, posso chiedermi non soltanto: mi interessa? Mi serve? Ma anche: da quanto tempo questa cosa riesce a restare rilevante?
Lo Zettelkasten mi costringe a elaborare ciò che leggo. La legge di Lindy mi aiuta a decidere che cosa merita di essere elaborato.
Questo non significa ignorare il presente o leggere soltanto classici. Significa smettere di trattare ogni novità come se avesse lo stesso diritto di entrare nella nostra testa.
Dentro il diluvio dei contenuti, il tempo è forse il miglior editor che abbiamo a disposizione. Non è infallibile, ma è molto più severo di noi.
Tu come scegli ciò a cui dedicare attenzione? E quanto conta, nelle tue scelte, il fatto che qualcosa abbia già resistito alla prova del tempo?
Sono curioso di saperlo: scrivimelo nei commenti.
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