La mail di uno sconosciuto che conosco da dieci anni

Un piccolo apologo sul mistero, la serendipità e le inaspettate ricompense della scrittura online.

La luna, come se fosse ripresa da una videocamera. Sulla superficie è scritto: "The garden of the muse is devastated by great storms."
Enrico Dedin - Alla luna

Un paio di mesi fa mi ha scritto una persona che legge questo blog. Niente di strano: se mi segui, sai che attirare persone interessanti è uno dei motivi per cui lo scrivo.

Se parlassi in gergo performativo, potrei chiamare questo evento una “conversione” e, in effetti, in parte lo è. Ma non è questo che mi interessa. O meglio: non è di questo che voglio parlare.

Conosco la persona che mi ha scritto - si chiama Dirk - da almeno dieci anni. Da quando abbiamo rifatto insieme il sito di Lavoro Culturale, un blog con cui ho collaborato per qualche anno. Te lo ricordi?

Se non te lo ricordi, fa lo stesso. Quello che conta è un altro fatto: Dirk e io non ci siamo mai visti di persona e, fuori da quel contesto, non ci siamo quasi mai parlati. Almeno fino a quando, un paio di mesi fa, mi ha scritto.

Dirk però mi legge. È iscritto al sito dal 2024 e, da allora, ha aperto più della metà delle newsletter che gli ho mandato. Lo so perché il tasso di apertura e la data di iscrizione sono due dei pochi dati che registro e leggo a proposito di questo blog. Per tutto il resto sono cieco.

Anche questo, però, è un dettaglio secondario. Quello che conta davvero è ciò che Dirk mi ha mandato nella sua mail: una foto.

L'installazione Damokles II di Timm Ulrichs: viene descritta più avanti nel testo.

Collocato in quello che è facile riconoscere come uno spazio espositivo - un museo o una galleria, non posso dirlo con precisione - c’è un triangolo di metallo lucido, la cui base poggia saldamente a terra, sul pavimento della sala.

Appoggiata al vertice del triangolo c’è una trave, fatta anch’essa di un lucido metallo di colore argento su cui si riflette la luce che piove dal soffitto.

Una delle estremità della trave poggia a terra. L’altra è leggermente sollevata. L’insieme ricorda quelle altalene che si trovano nei parchi gioco solo che, al posto di una coppia di bambini intenti ad oscillare, sopra la trave c’è una sorta di ruota in pietra opaca che solleva uno snello arbusto d'ulivo.

Ho aperto la mail poco prima di uscire di casa insieme a mio figlio e l’ho letta - e guardata - di corsa. Dirk mi faceva una richiesta: dedicare all’opera qualche riga.

Fuori pioveva una una pioggia che, in poche ore, è diventata neve. Ci ho camminato attraverso e, lente, dieci parole hanno iniziato a cristallizzarsi intorno a quell’immagine: Nell'immenso schema delle cose, anche un peso può elevarci.

Hai mai avuto la sensazione che uno dei tanti ostacoli a cui la vita ci mette davanti abbia anche la forza di far librare il nostro spirito verso l’alto?

A me è capitato ed è stato come quando, dopo esserti allenato, il dolore che brucia i muscoli lascia spazio a una certa leggerezza che diventa presto consapevolezza di aver sbloccato qualcosa che ti ha permesse di raggiungere un livello ulteriore nel tuo percorso verso il bene.

Tutto, in Damokles II - così si chiama l’installazione, mi rivela Dirk un paio di mail più tardi - mi parla di questa ricerca di un equilibrio in cui la parte più complessa e dolorosa della nostra esistenza non è altro che la componente di un equilibrio tra ciò che potrebbe bloccarti a terra ma che possiede anche la forza di farti lasciare alle spalle ciò che ti trattiene.

A firmarla è l’artista tedesco Timm Ulrichs - affettuosamente Dirk lo chiama Timmyboy - un “concettuale tedesco” di cui provo a chiedere di più alla mia amica Guia, che è tipo la persona più esperta di arte contemporanea che io conosca.

Purtroppo, mi confessa, non è all’altezza del compito perché si tratta di un artista che, mi scrive, “non ho mai approfondito.”

Ed è allora che decido di lasciare le cose come stanno. Non approfondisco neanche io. Lascio solo che la sua opera, potentissima, continui a chiamarmi, avvolta nella nebbia di un mistero che, forse, non diraderò mai.

E va di sicuro bene così. Ci sono eventi casuali che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori.

Semplicemente, accadono e, accadendo, ci lasciano domande che non smettiamo di farci.

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