Lo stile di scrittura che fa i like e uccide il pensiero

Come un brutto post su LinkedIn mi ha ricordato che essere fighi è un bisogno che puoi soddisfare solo se sei capace di riconoscerlo.

Fermo immagine da Samsung Means To Die di Young Hae-Chang Heavy Industries.
Young Hae-Chang Heavy Industries - Samsung Means To Die
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A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏.

Tempo fa ho letto un post su LinkedIn. Per evitare che il mio ragionamento arrivi come un attacco personale ho modificato il testo, che diceva più o meno così.

La settimana scorsa ha ricevuto due richieste di preventivo. Il primo cliente mi chiedeva di risolvere un problema nell’interfaccia del suo sito web. Il secondo voleva avere un sito “figo come quello di Apple”.

Tra le due, ho accettato la prima richiesta, perché il cliente che mi chiedeva di risolvere un problema stava esprimendo un bisogno. La seconda, al contrario, non nasceva da una necessità e, per questo motivo, ho scelto di non accettarla.

L’ho fatto perché l’esperienza mi ha insegnato che sarà più semplice ed efficace gestire un cliente con un bisogno esplicito di uno che non ha le idee chiare su cosa vuole.

Mi ha fatto incazzare non solo per la quantità di interazioni e commenti giubilanti che ha generato, ma soprattutto perché non è affatto vero che il secondo cliente non stava esprimendo una necessità.

Al quarto posto della sua piramide dei bisogni, Abraham Maslow ne mette uno - umanissimo - e lo chiama bisogno di status.

È la necessità che ogni essere umano ha di essere riconosciuto per ciò che desidera mostrare di sé. Il desiderio di status è quello che muove l’industria della moda e quella del lusso, ma anche il desiderio che ci spinge a possedere più libri di quanti siamo in grado di leggere.

È un bisogno di status che sta cercando di soddisfare il cliente che vuole avere un sito “figo come quello di Apple”. L’azienda di Cupertino è riferimento imprescindibile per un certo tipo di coolness, che ti piaccia o meno.

Il desiderio di essere “fighi” è un bisogno. Potentissimo, tra l’altro.

Difficile da riconoscere? Certo.

Complicato da soddisfare? Senza ombra di dubbio.

Sia come sia, sempre di un bisogno stiamo parlando e sul piano della deontologia professionale non trovo corretto fare finta che non lo sia solo perché la sua dimensione altamente soggettiva lo rende scivoloso da gestire nell’ambito di una relazione tra cliente e fornitore.

Eppure non c’è stato nessuno - nemmeno io - che sia intervenuto nella discussione sotto a quel post per perorare la causa di un cliente la cui sola colpa è aver desiderato un sito “figo come quello di Apple”.

Una forma di omertà collettiva. E non è un caso: deriva esattamente dallo stile di scrittura che ha prodotto quel post: un modo di scrivere il cui obiettivo non è ragionare, ma raccogliere consenso in modo rapido e virale.

Per un periodo l’ho chiamato “stile assertivo da social”, ma oggi penso sia meglio definirlo “stile social apodittico”: un modo per far passare per verità indiscutibile un’opinione personale.

LinkedIn e Twitter sono, a modo loro, due reami in cui questo stile domina incontrastato.

La cosa mi fa rabbia. Pure parecchia.

Perché la realtà è una cosa complessa, e questo modo di scrivere la riduce a una serie di formule magiche, che si pretende possano essere applicate in qualsiasi situazione.

Non è così.

La realtà è attraversata da sfumature che nessuna formula riesce a contenere.

Non esistono ricette che producono, per magia, effetti identici e ripetibili. Dovrebbe essere una considerazione banale, ma l’efficacia di questo stile di scrittura sembra dire proprio il contrario.

Su un piano empatico capisco perché lo sia.

Noi esseri umani siamo animali sensibili al cambiamento: abbiamo bisogno di stabilità, di raccontarci storie che diano un senso al caos che ci circonda.

Però dovremmo avere la capacità di riconoscere che “stabile” non significa per forza “prevedibile” o “generalizzabile”.

Lo stile social apodittico funziona. Macina interazioni, costruisce autorevolezza a buon mercato, fa sentire chi legge dalla parte giusta.

Il problema è che ingabbia anche chi lo pratica: quando un progetto scivola fuori dagli schemi - e prima o poi succede . non hai più gli strumenti per leggerlo.

Hai solo le formule.

E le formule, a quel punto, non ti servono a niente.

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