Pulviscolo #5
La crisi che è arrivata. Una fotografia di Petra Collins. Le parole giapponesi per dire turismo e altre mirabolanti meraviglie.
Il 31 dicembre del 2025 sono andato a dormire con un progetto: dedicare il 2026 a rafforzare il mio profilo da scrittore. Il mio secondo romanzo riposava nel cassetto e in un documento stava prendendo forma il pitch del saggio sugli usi bellici di robotica e intelligenza artificiale che vorrei scrivere.
Il 1 gennaio mi sono svegliato con la sensazione che intorno a me fosse cambiato qualcosa. Non ho avuto subito ben chiaro cosa fosse cambiato, ma me ne sono accorto perché la voce delle persone con cui parlavo suonava come fratturata da una crepa invisibile.
Il suono di quella vibrazione aliena è diventato come un acufene piantato dentro la mia testa. Un pensiero - fisso, ossessivo, ricorrente - che mi comprimeva il torace tagliando il respiro.
Poi ho capito.
E più che un illuminazione è stato un processo. Come l'immagine che si rivela mano a mano che incastri l'uno con l'altro i pezzi di un puzzle.
Quel cambiamento apparentemente ignoto aveva un nome: crisi.
O recessione, se preferisci chiamarla con il lessico asettico che usano gli economisti sui giornali e in televisione.
La sostanza cambia poco. Perché a prescindere dalla parola che scegli per chiamarla, quando la crisi ti guarda negli occhi fa paura. O almeno l'ha fatta a me, che la incontravo per la prima volta da quando ho scelto l'indipendenza come dimensione professionale.
Altri, con cui mi è capitato di parlare, l'avevano già incontrata e parlare con loro è stato utile, perché ho capito che il contesto non valeva solo per me e, soprattutto, non era un giudizio su di me.
Scriverlo è più facile che viverlo. E accettarlo è ancora più difficile. Non ci riesco sempre, ma provo a farlo in ogni momento.
Alla fine di maggio arrivo così, con la necessità di tenere in equilibrio l'immagine di me che desideravo costruire - quella di autore - e l'immagine di me che mi serve per costruirla - quella di marketing strategist.
In tutto questo ci sono lezioni - che sto imparando - e nuove cose di cui dovrò essere consapevole. Una, su tutte, è che quando scegli l'indipendenza devi perseguirla fino in fondo.
Nel mio piccolo ci sto provando.
Questo blog e tutto quello che ci gira intorno fanno parte di questo sforzo. E in un certo senso ne fai parte anche tu che lo leggi.
Di questo ti ringrazio. E ora spazio alle cose belle 🙂.

Le parole giapponesi per dire turismo
Sono due. La prima, tradizionale, è 観光 (kankō). Tradotta alla lettera significa: "osservare la luce di un paese". La seconda, インバウンド (inbaundo), è una parola contemporanea che ricalca quella inglese inbound, ovvero in entrata. Nella distanza tra i significati di queste due parole - la prima rivolta a noi che osserviamo, la seconda a loro che arrivano - ci sono tutte le contraddizioni del turismo nell'epoca della globalizzazione armata, ben raccontate da Christopher Hobson in una delle ultime uscite di Imperfect notes on an imperfect world, che è una delle mie newsletter preferite. Ti consiglio di seguirla.

Dentro trovi anche un'affinità tra Giappone e Trentino che non ti aspetti.
La casa di produzione cinematografica che ha cambiato il modo in cui si promuovono i film
Il mio amico Pietro ha scritto un pezzo su A24, una casa di produzione cinematografica che ha iniziato a promuovere i suoi film come se fossero dei brand. Te lo consiglio se ti interessa capire come cambia la comunicazione all'epoca delle piattaforme.

Un concerto bello di una band che adoro
Sono un pelo monotematico, me ne rendo conto, ma da qualche mese sono tornato ad ascoltare un sacco di roba punk, emo e hardcore. Tra le band che preferisco ci sono gli Stegosauro di cui è uscito da poco un live su Full HC, benemerito canale YouTube che documenta i live della scena italiana per chi, come me, ai concerti ci riesce ad andare una o due volte all'anno. E ti dirò di più, questi sono proprio i concerti che preferisco e che ti fanno capire che tipo di persona sono.
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