Spiegami Deleuze, stronzo!
La scrittura del filosofo francese spiegata bene, in un post riemerso dalle nebbie del blog.
La complicazione del pensiero rinforza l'attacco alla confusione attiva o energetica - delirio - contro le forze reattive la cui tendenza ossessiva è quella di risolvere o concludere. Ribellandosi alla tendenza fondamentale del ragionamento filosofico, essa si schiera con il pensiero contro la conoscenza, contro le rassicuranti prescrizioni della "volontà della verità".
Nell’autunno del 2023 ho salvato nelle bozze del blog questo passaggio di Nick Land. È tratto da un saggio, Nietzsche Sciamanico, che si trova in Collasso, la raccolta di scritti landiani pubblicata qualche anno fa da Luiss University Press.
Come mi ricorda il titolo della bozza - Explain Deleuze to me - l’intenzione era quella di farne una polemica contro il meme che vuole il pensiero del filosofo francese contorto e inaccessibile: un’affronto, per chi, come me, con Deleuze ci è intellettualmente cresciuto.
Eppure, che mi ci siano voluti quasi tre anni per darle seguito è la prova che quell’intenzione non era forte abbastanza da prolungarsi in azione, ma nemmeno così debole da spingermi ad abbandonarla del tutto.
La citazione di Land è rimasta semplicemente lì, testimonianza muta di una potenzialità ancora da esprimere.
Provo a farlo oggi, scrivendo queste righe. E mentre lo faccio mi chiedo: che ne è della verve polemica che mi ha spinto a salvare la citazione?
Esiste ancora oppure è svanita?
E se esiste ancora, sarà identica a come sarebbe stata se l’avessi scritta nel 2023 oppure il tempo ne ha modificato i contorni?
La risposta, nel frattempo, l’ho trovata. Non avendola argomentata nel 2023, la mia polemica oggi non potrà mai essere la stessa che sarebbe stata allora. La mente non organizza i pensieri per compartimenti stagni e il tempo lascia segni che non è possibile cancellare.
Per ricostruirla non resta altro che affidarsi al ricordo.
Ma il ricordo, si sa, non è mai solo un atto di recupero del passato per come è stato. È anche - soprattutto - l’atto della sua ricostruzione nel qui-e-ora del presente.
Dunque, oggi, la mia polemica contro il celebre meme direbbe più o meno che, come spiega Land nel suo modo fulminante, la scrittura di Deleuze è una forma di attacco alla “tendenza ossessiva [...] di risolvere o concludere” qualcosa.
Ed è senza dubbio così.
Quello del filosofo francese è un pensiero-che-scorre, un flusso intensivo di sensazioni che vuole essere percepito più che capito.
Se lo affronti andando alla ricerca di prove e indizi, aspettandoti che, da un momento all’altro, ogni pezzo trovi collocazione in un insieme che puoi cogliere in modo coerente, capace di illuminare un preciso aspetto della vita e del mondo, beh, semplicemente non lo troverai.
La scrittura di Deleuze non fa nulla di tutto questo. Marx sì, come Paolo Villaggio ci ha mostrato in modo brillante.
Deleuze fa una cosa diversa.
Si insinua nei meccanismi del nostro pensare e li riscrive di nascosto per modificare il modo in cui agiamo, così come riscrivere una porzione di codice informatico cambia il modo in cui il computer lo esegue.
Per premesse di questo genere non ci sono mediazioni possibili: o le si accettano oppure il lavoro del pensatore francese resterà alieno e distante.
Ma è qui che devo essere onesto: la polemica contro il meme che avrei voluto scrivere non è mai diventata un post. Non per mancanza di argomenti ma perché, nel tempo, ho smesso di volerla fare.
Non tanto perché io abbia smesso di amare ed accettare le premesse su cui la scrittura di Deleuze costruisce il proprio fascino, quanto perché mi sento pervadere da due forze opposte.
Da una parte una sorta di stanchezza mentale, che alza una barriera a tratti invalicabile di fronte allo sforzo che il confronto con un pensiero così ambizioso comporta.
Dall’altra un desiderio: potermi confrontare con una scrittura che non mi scorra dentro ma sulla cui superficie possa scorrere io, o meglio, scivolare, come un pattinatore scivola sul ghiaccio grazie alle lame dei suoi pattini.
C’è, per me, qualcosa di intimamente deleuziano nel riconoscere questa evoluzione del mio approccio a un pensatore a cui devo tanto - forse tutto - della mia formazione intellettuale: non esistiamo se non all’interno di un cambiamento senza fine che ci modella mentre noi ne modelliamo il flusso.
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