Schloss Edelwiess

Una distopia dal futuro prossimo venturo delle Alpi.

Fotografia del Piz Bernina lavorata digitalmente con la tecnica del pixel sorting.
Kim Asendorf - Ipz Abeinnr
⚠️
Questo è un post piuttosto lungo. Se adesso non hai tempo di leggerlo tutto, salvalo e fallo in un momento di calma.

All'inizio dello scorso anno, Andrea Facchetti mi ha proposto di collaborare a una pubblicazione che tirava le fila di un "un progetto di ricerca focalizzato sul rapporto tra turismo e cultura visiva", a cui Andrea stava lavorando insieme a Giorgio Camuffo.

Greetings form the Disaster - così s'intitola il libro che ha dato forma alla loro ricerca - è uscito alla fine del 2025.

Al suo interno ha trovato posto anche il mio contributo, un racconto intitolato Schloss Edelweiss, che condivido con te, invitandoti ad approfondire o ad acquistare il volume per apprezzare il lavoro di analisi e mappatura di alcune manifestazioni critiche del fenomeno del turismo contemporaneo condotto da Andrea e Giorgio.

Il racconto mette in scena una visione del futuro di cui avevo già avuto modo di parlare: quella di uno spazio alpino che, per effetto dell'impatto del riscaldamento globale, appare sempre più vulnerabile all'azione di eventi un tempo rari come,per esempio, gli incendi.

Una parentesi di incubo, punteggiata da incongrue apparizioni, che sfumano i contorni tra ciò che è immaginario e ciò che è reale.

Buona lettura.


Il concierge bussò alla porta della camera un paio di minuti prima delle otto. Ero arrivato solo da qualche ora, nel cuore della notte. Le Alpi, fuori dal finestrino dell'elicottero, erano un nastro di buio, screziato di tanto in tanto dal biancore di una pista da sci che rifulgeva al chiarore della luna.

Non avevo dormito molto; il jet lag me lo aveva impedito. Indolente, mi alzai dal letto.

"Sono desolato di disturbarla signor Liu" disse l’uomo, dopo che ebbi schiuso la porta abbastanza per vederlo bene in faccia.

Aveva lineamenti minimali, lisci come l'interfaccia di un touchscreen. Il suo mandarino era stentato, ma a diecimila chilometri da casa non avrei potuto pretendere di meglio.

Lo guardai come per dargli il permesso di continuare.

“Il comando dei vigili del fuoco ci ha avvisato poco fa che un incendio è scoppiato nei boschi qui vicino, bloccando l'unica strada di accesso."

Il concierge fece una pausa. Forse si aspettava una reazione da parte mia, ma mi sfuggiva dove volesse andare a parare col suo discorso, quindi allargai le braccia come a dirgli: e allora.

"Temo di doverle comunicare che il resort è isolato e resterà tale fino a che il fuoco non verrà spento. Le piste da sci, purtroppo, sono irraggiungibili."

Gli rivolsi uno sguardo assonnato, e lui dovette scambiarlo per una dimostrazione di fastidio, perché si affrettò ad aggiungere che la direzione si scusava per l'inconveniente e che tutti i servizi extra, per quel giorno, sarebbero stati gratuiti.

Richiusi la porta alle sue spalle, restando ad ascoltare il suono ovattato dei suoi passi che si allontanavano nel corridoio. Quando fuori fu silenzio mi abbandonai sul letto.

Pochi mesi prima che Putin invadesse l’Ucraina ero diventato il CEO di un'azienda di semiconduttori il cui business sarebbe esploso ben oltre ogni più rosea previsione. Per gestirne la crescita avevo rimapppato il mio ciclo circadiano, abituandomi a dormire due ore per ogni sei ore di veglia. 

Spinto all’estremo, il mio corpo aveva detto basta. Negli ultimi mesi avevo iniziato a soffrire di intense paralisi del sonno che mi avevano reso impossibile riposare. Il neuropsichiatra era stato categorico: senza un detox cognitivo avrei rischiato danni fisici e mentali.

Per questo ero volato allo Schloss Edelweiss. 

Il resort era famoso per l’opulenta vastità dei suoi servizi (tra cui spiccavano la sorgente termale privata, la piccola riserva di caccia, l’eliporto e una clinica interna dedicata alla salute degli ospiti) e la località isolata in cui era stato costruito. 

“Tre giorni di completo distacco da ogni fonte di informazione,” aveva detto il medico “basteranno a ricaricare le batterie del suo cervello sovrastimolato.”

Ripensando a quelle parole provai un senso di frustrazione. Avrei di certo preferito passare il poco tempo libero a mia disposizione sciando, ma non era certo colpa del resort se era scoppiato un incendio. E poi, figurarsi, grazie alla proverbiale efficienza alpina avrebbero risolto la cosa nel giro di poche ore. Quindi mi vestii e andai a fare colazione.

La sala da pranzo del resort aveva un aspetto minimale che comunicava un’efficienza fuori dal comune. Ogni dettaglio sembrava progettato per semplificare i gesti degli ospiti, riducendo al minimo ogni frizione. Eppure il rivestimento in legno delle superfici dava all’insieme un aspetto rustico e autentico, sottolineato da imprecisioni che parevano costruite ad arte. 

 Il buffet offriva un’impressionante selezione di latti. Il latte vaccino era intero, parzialmente scremato, scremato e senza lattosio. Accanto c’era del latte di capra, poi tutta la teoria delle bevande a base vegetale: di mandorla, di soia, di avena, di farro, di riso e di cocco.

Avevo letto da qualche parte che, sulle Alpi, quello di vacca profumava di tutte le fragranze dei fiori e delle piante medicinali che il bestiame ruminava sugli alpeggi. Così, decisi di versarmene una tazza dopo aver contemplato quella parata per qualche minuto.

Nel piatto misi salumi, formaggi e un paio di pezzi di pane nero, a base di segale, probabilmente. Non ho mai amato le  colazioni salate, ma in vacanza ho sempre provato ad accordarmi il più possibile alle tradizioni locali.

Ero ancora intento a consumare il mio pasto quando avvertii una presenza estranea alle mie spalle. Non si muoveva con la stessa attenta discrezione del concierge, tutt’altro: aveva la sfrontata sicurezza di chi è abituato a piegare lo spazio alla propria volontà.

“Le dispiace se mi siedo accanto a lei?”

Il suo mandarino aveva un marcato accento tirolese. Gli feci cenno di accomodarsi, studiandolo mentre prendeva posto.

Indossava l’outfit tradizionale dei paesi di area D-A-CH: scarpe basse da trekking, pantaloni tecnici in fibra sintetica iperleggera e un guscio di Gore-Tex dai colori squillanti.

“Piacere di conoscerti” disse allungando la mano nella mia direzione. “Io sono il Luis.”

“Liu, onorato di incontrarla” risposi, e ricambiai la stretta.

La pelle del suo palmo ricordava la consistenza del porfido. Quando la strinsi, al mio cervello arrivò una sensazione graffiante, netta come la linea del suo viso, che pareva modellata dal vento, dalla pioggia e dal gelo come il profilo delle montagne da cui eravamo circondati.

“Dimmi, Liu” chiese sporgendosi verso di me, “cosa ti porta allo Schloss Edelweiss?”

“La ricerca di pace interiore” risposi sollevando appena un angolo della bocca.

“Un’ottima motivazione. È una vita che la cerco.”

“E l’ha trovata?” chiesi, sporgendomi a mia volta verso di lui. La sua pelle emanava un forte odore di tabacco da pipa.

“A volte. Per poco tempo.”

“Interessante” constatai. “E dove è accaduto?”

Luis aggrottò le sopracciglia. Le rughe erano come profonde vallate scavate sulla sua fronte.

“Di solito la trovo in cima a una montagna.”

“Presumo allora che lei sia un alpinista.”

L’uomo sorrise, soddisfatto. “È così, o almeno mi piace definirmi tale.”

“Provo simpatia per gli alpinisti, mi danno sempre l’impressione di muoversi con leggerezza.”

“Oh, lo fanno. Lo facciamo. In cima ci si arriva per sottrazione, riducendo al minimo il peso da portare. L’essenza dell’alpinismo è capire quali sono le cose davvero essenziali per un uomo. Di solito, non sono più di quattro o cinque.”

“Mi pare un insegnamento prezioso” commentai, prendendo un sorso dalla tazza. Il sapore del latte era strano, come fosse troppo cotto. Non mi piaceva, ma forse era quello il vero sapore del latte, e quello che avevo in mente io, quello che avevo sempre gustato, altro non era che un sapore falso. Una menzogna.

“Lo è, ma non è indolore come potrebbe apparire” disse Luis, lasciando che quella frase restasse sospesa tra di noi come il corpo di un climber appeso a una parete.

“Cosa intende?” chiesi io, dopo avergli risposto con uno sguardo interrogativo.

“Che la pace dell’alpinismo è una pace effimera, transitoria, dura il tempo della salita e poi, rapidamente, svanisce mano a mano che si scende a valle, dove il peso della vita torna a gravarti sulle spalle.”

Mentre Luis pronunciava quella sentenza mi tornò in mente una pratica che non ero riuscito a chiudere prima di partire. Era la prima volta che pensavo al lavoro da quando ero arrivato. Scacciai immediatamente il pensiero dalla mente.

“Mi ricorda il supplizio di Sisifo.”

“Solo al contrario ma sì, è proprio così. È per questo motivo che inseguo le cime da una vita. Senza quell’istante di pace interiore non riuscirei a sopravvivere alle responsabilità della vita, il mio problema…”

Fece ancora una pausa e si guardò alle spalle come se ci potesse essere qualcuno pronto ad approfittare di quella confessione. Quando fu sicuro che eravamo soli, continuò.

“Il mio problema è che ho finito le cime da scalare. Le ho salite tutte. Tutte le cime del mondo.”

“Tutte?” esclamai senza riuscire a nascondere una nota di stupore. Un lampo di soddisfazione accese il suo volto.

“Tutte quelle che vale la pena salire” rispose mentre il bagliore andava spegnendosi. “Ecco perché in questi giorni mi sento così inquieto e vulnerabile. Ho paura che non riuscirò più a trovare la pace di cui ho bisogno. Non su questo pianeta almeno.”

“In che senso?”

A quella domanda il mio interlocutore si lasciò andare contro lo schienale per la prima volta da quando avevamo iniziato a parlare.

“Oh, se glielo dico mi prenderà per un folle.”

“Non si faccia pregare, Luis. Dopotutto, è stato proprio lei a sedersi qui per parlarmene, o sbaglio?  Ora sono curioso.”

“Beh” rispose con un sorriso sornione, “si potrebbe dire che il mio principale concorrente è un certo Elon Musk.”

“Quale dei tanti?”

A quella battuta Luis rise sonoramente, battendosi una manata sulla coscia.

“Di certo non il politico, né l’amministratore pubblico. A me interessa competere con il visionario, ho investito molti soldi nell’esplorazione spaziale.”

“Esplorazione spaziale?”

“Esatto, la mia compagnia costruisce razzi per viaggi spaziali. Secondo le previsioni attuali, entro quindici anni dovremmo essere in grado di raggiungere Marte, e lì, sul pianeta rosso, ci sono montagne che nessuno ha mai scalato. Io voglio essere il primo” disse, aumentando improvvisamente la velocità dell’eloquio, come se dovesse finire il suo racconto prima di poter riprendere fiato. Poi fece un lungo respiro, distolse lo sguardo per qualche secondo e tornò a puntarlo su di me. Non è forse questo lo spirito dell’alpinismo?” chiese infine, con un tono che sembrava cercare conferma, consolazione. 

Stavo ancora cercando di capire come rispondere a quella domanda quando il cellulare di Luis vibrò nella sua tasca. Senza degnarmi di un saluto, lui si alzò e sparì, inghiottito dal lungo corridoio del resort.

La conversazione mi aveva lasciato addosso un senso di stordimento. Una profonda spossatezza. Ma forse era solo l’effetto del jet lag che finalmente si faceva sentire. Tornai in camera e chiusi la porta dietro alle mie spalle.

Bussarono. Una luce livida illuminava la stanza. Guardai l’orologio sul comodino, erano ancora le otto meno tre minuti. Intontito, mi alzai per aprire senza riuscire a capire quanto a lungo avessi dormito.

“Sono desolato di doverla disturbare di nuovo” esordì il concierge. “Poco fa il comandante dei vigili del fuoco ci ha comunicato che le operazioni di spegnimento dell’incendio si stanno rivelando più difficili del previsto. Il vento alimenta le fiamme e l’incendio si è avvicinato alla struttura di qualche chilometro.”

Lo guardai interdetto.

“Capisco il disappunto” replicò, “purtroppo il resort resta ancora isolato e le piste irraggiungibili. Ma le autorità hanno assicurato la direzione che stanno facendo del loro meglio per domare le fiamme e prevedono che il rogo sarà spento entro poche ore. Naturalmente, anche per questa giornata tutti i nostri servizi sono offerti dalla direzione.”

Terminò la frase e restò lì, in attesa di una mia risposta. Mi strinsi nelle spalle, come a dire che se non c’era alternativa non avrei potuto far altro che farmi andare bene quella situazione.

“La ringrazio per la sua comprensione” rispose e si infilò nel corridoio. Restai a guardarlo fino a che sparì dietro un angolo. Rientrai in camera, chiedendomi come avrei impiegato un’altra giornata confinato nel resort. E anche se non avevo ancora fatto praticamente nulla mi sentivo spossato. Decisi di farmi una doccia per lavarmi via quella sensazione dalla pelle. 

Dentro alla cabina la rubinetteria dorata spiccava sullo sfondo di un rivestimento in marmo screziato di riflessi rosa. Mi avvicinai per studiarne da vicino la trama e mi sembrò di scorgere al suo interno forme fossili. Il marmo doveva essere naturale. La cosa mi colpì, perché sapevo che le cave più importanti al mondo andavano esaurendosi e il prezzo di quel materiale era schizzato alle stelle. Mi domandai quale sarebbe potuto essere il costo delle forniture se ogni doccia di ogni bagno di ogni camera del resort avesse un rivestimento di marmo naturale.

Non seppi calcolarlo e lasciai che quel pensiero scivolasse via insieme all’acqua che mi scorreva addosso. Più lo faceva e più mi sentivo riposato e carico di energie.

Uscendo dalla doccia l’iPhone vibrò leggermente contro il piano del lavandino su cui l’avevo appoggiato. La notifica mi ricordava che l’ascensione con le racchette da neve era prenotata per le 11.00 di quella mattina. Per un istante pensai che sarebbe stato cortese disdire l’appuntamento. Non so perché non lo feci. Forse perché iniziavo ad avvertire il bisogno di scaricare l’energia che sentivo crescermi dentro. Mentre mi asciugavo le gambe con gli asciugamani in spugna jacquard, mi ricordai della brochure che avevo raccolto del bancone della reception durante il check-in. Quattrocentocinquanta metri quadrati di palestra, completa di attrezzi per l’allenamento a corpo libero e macchinari per gli esercizi contro resistenza, dotati di pedane intelligenti e sensori di ultima generazione per monitorare ogni parametro, dalla velocità di esecuzione al battito cardiaco al tempo di recupero. Ecco come avrei speso la mia mattinata dopo la colazione.  

Il resort non era solo grande: era anche vuoto. E nessuna indicazione o cartello aiutava a orientarsi lungo quell’intrico di corridoi. Le porte erano identiche tra loro, lisce e schive, come se gli spazi si equivalessero. Dopo aver girovagato per un po’, come per caso mi ritrovai davanti alla palestra, che riconobbi soltanto grazie alle ombre dei macchinari che si intravedevano nel buio della stanza attraverso una porta a vetri.

Varcai la soglia e non appena i sensori rilevarono la mia presenza i led si accesero disciplinati come un plotone. La palestra era asettica e moderna, con le macchine ben allineate contro le pareti.

Una grande vetrata si apriva in fondo alla stanza, regalando uno scorcio sul panorama circostante. Mi avvicinai per guardare fuori e scorsi una colonna di fumo nero che saliva verso il cielo attraverso le chiome degli abeti. Il bosco si estendeva a perdita d’occhio davanti al mio sguardo. 

Eravamo davvero così distanti dal resto della società?

“Il paese più vicino è a circa cinquanta chilometri di distanza”.

A parlare era un uomo impegnato alla pressa. La vista della foresta doveva avermi catturato al punto che non lo avevo nemmeno sentito entrare e tantomeno iniziare ad allenarsi.

“Non pensavo che esistessero ancora località così isolate sulle Alpi” gli risposi provando a imitare il forte accento britannico con cui mi aveva rivolto la parola.

“Un tempo, affacciandosi da questa finestra avrebbe potuto vedere le luci di almeno cinque paesi. Ora non ne restano più nemmeno i tetti. I proprietari hanno venduto case e terreni per pochi soldi quando le politiche neoliberiste hanno spinto i governi a concentrare le risorse sulle aree strategiche delle loro nazioni.”

“Mi sembra che lei conosca molto bene il profilo socioeconomico di questa regione.”

“A sufficienza” rispose, “per qualche anno ho fatto da consulente per alcune imprese che hanno approfittato della situazione per fare affari. Lo Schloss Edelweiss, per esempio” disse, alzandosi dalla macchina e descrivendo col braccio un semicerchio che abbracciava la stanza, “è così isolato perché la società che lo ha costruito ha potuto comprare ettari ed ettari di montagna a un prezzo stracciato.”

Fece un paio di passi nella mia direzione e mi porse la mano.

“Il mio nome è Bond” disse, “James Bond.”

“Liu, piacere di conoscerla mister Bond.”

"Lei è già stato sulle Alpi, signor Liu?”

“È la prima volta che le visito. Ne ho sentito parlare moltissimo, ed ero curioso di ammirarle.”

“Ottima scelta, l’inverno è la stagione migliore per farlo. Lei sa sciare, signor Liu?”

“A sufficienza da aver pensato di passare qualche ora sulle piste. Peccato per lo spiacevole inconveniente là fuori” risposi indicando il fumo che continuava a salire verso il cielo.

“Una seccatura, concordo. Ma sono certo che verrà risolta presto, da queste parti sanno essere efficienti, glielo assicuro.”

“Non ne dubito” feci io di rimando e accennai un passo verso il tapis roulant.

“Le andrebbe di sciare insieme?” domandò Bond, senza darmi il tempo di raggiungere la macchina.

“Ne sarei onorato” risposi, più per cortesia che per convinzione.

“L’onore sarà mio, non è facile trovare un compagno con cui sciare, di questi tempi.”

“Avrei detto il contrario. Le Alpi non sono forse la patria dello sci?”

“Lo erano un tempo, oggi mi sembra una definizione poco appropriata.”

“Posso chiederle perché?”

“Perché sono sempre meno le persone che scelgono di praticare questo magnifico sport.”

“Capisco. E si è mai domandato il motivo?”

“Molte volte.”

“È riuscito a trovare una risposta?”

“Personalmente penso che la colpa sia dei metaversi. I ragazzi di oggi preferiscono provare emozioni virtuali, poco rischiose e a buon mercato. Certo, per sciare servono soldi e voglia di rischiare. Ma non sono che inezie se messe a confronto con l’ebrezza di una discesa. Il vento sulla faccia. La neve che sibila sotto le lame. Le asperità della pista che risalgono le gambe e attraversano il corpo che, reso impercettibile dalla gravità, accelera trasformandosi in un bolide su cui puoi esercitare un controllo pressoché totale, costantemente in bilico tra il successo e il fallimento. Dio, signor Liu, sciare è olimpico.”

Aveva parlato con un tono via via più concitato, e  quella frase doveva aver riportato in superficie una qualche memoria celata nei suoi muscoli, perché mano a mano che inanellava quelle parole il suo corpo aveva cominciato a muoversi come se davvero stesse sciando.

“Ora che ho potuto toccare quanto ardente sia la sua passione, mister Bond, sarei davvero entusiasta di poter sciare insieme a lei. Sa” gli sussurrai avvicinandomi come si fa quando si condivide una confidenza con uno sconosciuto, “purtroppo non ho mai potuto sciare all’aperto prima. A casa mia, a Shenzen, possiamo farlo solo in strutture indoor.”

Mi ritirai, timoroso che un purista come lui potesse trovare disdicevole quella costrizione. Invece Bond s’illuminò, come travolto da una rivelazione.

“Davvero potete sciare al chiuso?” mi chiese con la bocca mezza spalancata.

“È l’unico modo in cui possiamo farlo, la mia città affaccia sul mare.”

“Non ci avevo pensato, ma ha ragione,” commentò, e mi rivolse uno sguardo carico di aspettative e possibilità. “sono così abituato ad associare lo sci all’aria aperta che avevo scordato l’esistenza delle piste indoor. Non sarà la soluzione ottimale, ma è una soluzione. Di questi tempi bisogna essere pragmatici.” 

Dopo aver pronunciato quella frase mi voltò le spalle per imboccare il corridoio che portava fuori dalla palestra.

Interdetto, lo guardai allontanarsi, circonfuso dalla bolla di luce creata dai led che si accendevano e spegnevano davanti e dietro di lui al suo passaggio. Finché rimase a portata d’orecchio lo sentii continuare ad esclamare: “Sciare al chiuso, ma certo, era così facile. Come mai non ci ho pensato prima?”

Chi erano quelle persone, mi domandai prima di tornare ad allenarmi. Non riuscivo a capire se volevano qualcosa da me o se erano soltanto in cerca di qualcuno con cui condividere un dettaglio delle loro bizzarre esistenze, prima di sparire silenziose, così come erano arrivate. 

Quando, puntuale come al solito, la mattina seguente il concierge bussò alla porta, i muscoli mi dolevano per via dell’estenuante sessione di allenamento che avevo finito col concedermi. Quindi ci misi qualche secondo in più del solito per aprire la porta.

“Sono affranto di doverle dare un’altra cattiva notizia”, disse il concierge, abbassando il suo volto liscio verso il pavimento. “L’incendio divampa ancora, anzi, si è fatto più vicino al resort. Il governatore della provincia ha chiamato la direzione e ha assicurato che, nel corso della giornata, interverranno le squadre di emergenza dell’esercito. Con il loro aiuto il fuoco sarà domato quanto prima.”

Solo in quel momento avvertii un’acre nota di bruciato nell’aria, e mi accorsi di aver lasciato una finestra socchiusa prima di addormentarmi.

Annuii cercando di nascondere il mio fastidio e chiesi che mi venisse servito il pranzo in camera. Trascorsi la mattina nella SPA privata della mia suite. Solo più tardi decisi di scendere al bar del resort, un salone rivestito di specchi che riflettevano le luci dei grandi lampadari di cristallo.

Appoggiato al bancone c’era un signore anziano, avvolto in una vaporosa pelliccia da cui spuntava un dolcevita in cachemire color crema. Mentre mi avvicinavo gli rivolsi un cenno di saluto, che il vecchio ricambiò con sufficienza. 

Da una porta laterale spuntò il concierge.

“Lieto di vederla, cosa posso servirle?” mi domandò con la consueta servizievole solerzia.

Chiesi uno scotch.

“Ottima scelta!” esclamò il vecchio impellicciato. “Non c’è bevanda più adatta di un whisky per farsi compagnia in settimana bianca.”

Gli rivolsi un sorriso e quello mi tese la mano.

“Donato Braghetti, commendatore” disse con una certa enfasi.

“Liu” risposi.

“Lu?” chiese lui di rimando. 

Sorrisi.

“No” risposi, provando a scandire più lentamente il mio nome: “Liu.”

“Lee?” fece quello tendendo l’orecchio. 

Sospirai senza abbandonare il sorriso. Il vecchio parlava con la tipica inflessione degli imprenditori milanesi di un tempo. Avevo potuto ascoltarne l’imitazione fatta da alcuni finanzieri lombardi con cui avevo contatti di lavoro. Per questo, nonostante il mio italiano fosse accettabile, lo seguivo a fatica. Ascoltarlo era come ascoltare una lingua sul punto di spegnersi.

“Sì, Lee.”

Speravo che la cosa sarebbe morta lì. 

“Conoscevo un tale di nome Lee. Devo averlo incontrato a Sankt Moritz. O forse era a Courma? Non ricordo di preciso. Possibile si tratti di un suo parente?”

“Lee è un nome piuttosto comune in Corea. Potrebbe essere, potrebbe essere di no” risposi, prendendomi gioco di lui.

“Ah, è coreano? Avrei scommesso cinese.”

Mi portai il bicchiere alle labbra per un lungo sorso. Il whisky era pastoso e caldo. Lasciai che mi avvolgesse il palato completamente prima di farlo scivolare lungo l’esofago, e a quel punto mi concentrai sulla sensazione di bruciato data dalla sua discesa verso lo stomaco.

“Bello è bello” disse allora il vecchio, che era rimasto silenzioso per un po’.

“Che cosa?” feci io.

“L’albergo” rispose, indicando la sala col pollice. “Solo che…”

“Cosa?”

“Solo che io sono un tipo vecchio stampo, in questi posti moderni mi manca l’atmosfera di un tempo.”

“L’atmosfera di un tempo? Perdoni la mia ingenuità, ma credo di essere un po’ più giovane di lei e penso di non capire bene di cosa stia parlando…”

“Parlo di glamour, signor Lee, di fascino, di stile, di carattere. Ai resort di oggi non manca niente se non questi dettagli, ma sono proprio quelli che rendono un’esperienza degna di essere vissuta.”

“Parla come uno che d’alberghi se ne intende.”

Presi un altro sorso.

“Può dirlo forte, li ho frequentati tutti. Tutti i più importanti, s’intende.”

Un sorrisino beffardo mi arricciò le labbra.

“Impressionante.” commentai tornando serio. “E ne aveva uno preferito?”

“Eccome se ne avevo uno. È mai stato alla Perla, a Cortina?”

“Temo di non avere mai avuto il piacere.”

“È un peccato. Era un vero gioiello.”

“Era?”

“Sì, purtroppo ha chiuso qualche anno fa. Anche Cortina non è più quella di una volta.”

Un goccia di sudore gli scivolò lungo la fronte, scavando un solco nel cerone che gli impiastricciava la faccia. 

“Ma un tempo… Un tempo era davvero la perla delle Dolomiti.” 

Il suo indice iniziava a tamburellare sul bicchiere come posseduto da uno spirito.

“La buonanima di mia moglie l’adorava. Pensi” disse abbassando il tono della voce e avvicinandosi come se stesse per farmi una confidenza intima, “pensi che una volta ci misi solo due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi per arrivare a Cortina da Milano.”

Il suo alito era rancido d’alcol. 

“Due giri di Rolex!” esclamò battendo orgoglioso il dito sul quadrante dell’orologio che portava al polso.

Lo guardai fingendo ammirazione. Stavo per replicare quando un uomo corpulento entrò nel salone del bar percorrendolo a grandi passi.

“Donato!” fece, rivolto al vecchio. La sua voce era possente, poteva essere bulgaro o ucraino, chissà.

“Donato, ecco dov’eri finito! Quante volte ti ho detto che non puoi bere prima di cenare? Sai che ti fa male.”

Il vecchio bofonchiò qualcosa.

“Stavo solo raccontando al signor Lee di quella volta che ci ho messo…”

“Due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi per arrivare a Cortina da Milano” proseguì il nerboruto. “Eri meglio di Alboreto, Donato, lo so. Ma adesso vieni, è l’ora della tua terapia.”

Prese il vecchio sottobraccio.

“Spero che non l’abbia importunata, è logorroico ma è innocuo” fece rivolgendosi a me mentre lo spingeva verso la porta della sala. Non risposi ma restai a guardare quella strana coppia fino a che la porta del bar non si chiuse, consegnandoli al ventre del resort.

Non so per quanto tempo restai lì, né quanti altri bicchieri di whisky ordinai, ma quando rientrai in camera ebbi la sensazione che l’aria fosse più calda di quando ero uscito quel pomeriggio.

Mi svegliai con la testa stretta in una morsa. Le otto erano passate ormai da qualche minuto ma il concierge non aveva bussato alla porta. Strano, pensai, ero certo di aver chiesto di venire svegliato proprio a quell’ora il giorno della partenza. 

Scivolai con un po’ di fatica giù dal letto. Alzandomi, notai un’ampia chiazza di sudore disegnata sulle lenzuola. L’aria nella stanza era caldissima, senza dubbio più calda della sera prima, come se l’impianto avesse continuato a scaldarla per tutta la notte. Forse un guasto al sensore che rilevava la temperatura dell’ambiente? Socchiusi gli occhi per una fitta alle tempie.

Mi diressi verso il bagno col desiderio di farmi una doccia. Mi avrebbe aiutato a smaltire la sbornia e riprendermi dal caldo. Azionai la manopola del miscelatore, ma appena il getto d’acqua mi colpì mi ritrassi lanciando un grido di dolore. D’istinto cercai il mio riflesso nello specchio e ne ebbi conferma: l’acqua mi aveva bruciato la pelle. Allungai una mano verso il getto, che già sollevava ampie nuvole di vapore. L’acqua scottava. Scottava più di quanto avessi mai sentito scottare l’acqua di una doccia. Sentii le gambe farsi molli e per uscire dal bagno dovetti appoggiarmi al muro. Dietro di me, l’acqua continuava a scrosciare nella doccia.

Non mi curai del fatto che la sera prima mi ero addormentato vestito e imboccai la porta della stanza. Anche il corridoio era bollente. Bollente e silenzioso. Lo percorsi a passo svelto e, senza capire come, mi trovai ancora davanti alla palestra. Era vuota. Era vuoto anche il salone del bar. E non vidi nessuno nemmeno nella sala della colazione. 

Dalle sedute col neuropsichiatra per capire come affrontare le paralisi del sonno avevo imparato che parlare è un buon modo per superare questa condizione. Provai a emettere un suono. La mia voce si spanse timidamente nello spazio. Non rispose nessuno. Quindi parlai più forte, sempre più forte. In men che non si dica mi ritrovai a urlare, ma a rispondermi fu solo l’eco delle mie parole che rimbalzava contro le pareti del resort.

Mi chiesi dove fossero finiti gli altri ospiti. Lo Schloss Edelweiss era vasto, ma nei giorni precedenti avevo sempre incontrato qualcuno con facilità. Mi avviai in direzione della reception. 

Che fine aveva fatto il Luis? E mister Bond? E il signor Donato col suo badante corpulento?

Le porte al mio fianco scorrevano come fotogrammi mentre, quasi senza accorgermene, acceleravo il passo, ansioso di trovare uno sbocco. 

E il concierge?, mi domandai a quel punto. Dov’era il concierge, ora che avevo bisogno di lui?

Attraversai una porta a vetri che si aprì davanti a me come un sipario e irruppi nella hall. La sala era vuota. Dietro al banco dell’accoglienza non c’era nessuno. Solo vecchie carte. Dimesse e polverose, sembravano lì da troppo tempo, come fossero state abbandonate.

Una sensazione di panico iniziò ad arrampicarsi sulle mie gambe, e poi su, su, verso lo stomaco. Il cuore accelerò nel mio petto così tanto che per un attimo fui certo che sarebbe scoppiato di lì a poco. Ma non scoppiò. Mi diressi verso il portone del resort, volevo uscire, volevo respirare, sentivo l’aria mancarmi e dovevo evitare di svenire. Quando raggiunsi l’ingresso spinsi le porte con tutta la forza che avevo, e solo allora lo vidi: le Alpi erano un oceano in fiamme. Bruciavano, altissime, consumando tutto, alberi, anche il resort, fino alle sue fondamenta. Caddi in ginocchio, incapace di muovermi e di respirare, mentre il crepitare dell’incendio si faceva via via più forte, e presto divenne assordante. Rimasi lì, prostrato davanti a quella visione, fino a quando intorno a me non ci fu altro che rumore bianco.

☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️

Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni.

Offrimi un caffè!