Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiustiamole.
Ma possiamo farlo solo se smettiamo di trattarle come un rituale da piazzisti e iniziamo a pensarle come una performance. Un po’ come i podcast.
Presento libri da almeno 15 anni. Tre lustri durante i quali ho indossato sia i panni del presentatore sia quelli dell’autore.
Magari non l’ho fatto sempre con regolarità, ma ho abbastanza esperienza per poter dire che, oggi, le presentazioni di libri sono un format rotto.
Non sono il solo ad averlo notato. Negli ultimi mesi lo hanno fatto anche Valentina Aversano - ciao Valentina - e Daniela Brogi - ciao Daniela, iscriviti alla newsletter 😉.
La prima in un numero di Posta Creativa, la sua newsletter - a proposito, iscriviti! - la seconda in un post pubblicato sul suo profilo Facebook. E, ne sono ragionevolmente sicuro, non sono le sole ad aver detto o scritto cose simili.
Della crisi delle presentazioni si parla ormai da qualche tempo; da almeno un anno, se la memoria non m’inganna. Di solito, però, se ne parla dentro una cornice più ampia e più annosa: quella della crisi dell’editoria, un settore il cui declino sembra accelerare di anno in anno.
Non mi dilungherò qui a elencare i motivi di questa crisi, né a sviluppare le idee che mi sono fatto su come affrontarla: ma se sei un editore e ti interessa ascoltarle, scrivimi e troviamo il tempo.
Qui mi interessa provare ad aggiustare le presentazioni di libri. O, con un filo meno di spocchia, condividere alcune idee su come si potrebbe farlo e raccontare come ho provato a metterle in pratica nelle ultime presentazioni che ho fatto e condotto.
Ma prima di arrivarci, torniamo un secondo da Valentina e Daniela.
La prima apre la sua newsletter con una dichiarazione forte: “vado pochissimo alle presentazioni di libri perché mi innervosiscono”. E poco dopo elenca i motivi del suo nervosismo:
in ordine sparso:quando chi modera parte con un’introduzione di venti minuti e l’autrice/l’autore non riesce nemmeno a dire Buonaseraquando si dà per scontato che la platea abbia già letto il libroquando una conversazione diventa una gara di egoquando ci si parla addosso e non c’è ritmo perché non c’è interesse per il pubblicoquando arriva la domanda-monologo (e arriva sempre, purtroppo a volte anche da chi modera)quando è tutto sciatto, senza cura, senza nemmeno una piccola scintilla vitale
Pensa all’ultima volta in cui hai partecipato a una presentazione di merda.
Fatto?
Bene, adesso spunta dall’elenco di Valentina tutte le voci che hanno reso pessima quella presentazione e, se ti va, raccontamela nei commenti, così facciamo diventare questo post una piccola galleria di cose da non fare quando presenti un libro.
Call to action a parte, non c’è una voce di questo elenco che sia sbagliata. Neanche una. Valentina lavora coi libri da una vita, sa benissimo cosa uccide una presentazione.
Ma ci arriviamo tra poco, prima dobbiamo passare dal post Facebook di Daniela, la quale - riassumo per brevità, ma ti lascio il link se vuoi leggerlo per conto tuo - nota che sempre più spesso le persone che partecipano a una presentazione non acquistano il libro presentato.
È un’abitudine culturale che sembra affermarsi e che ha un impatto sulle librerie indipendenti, le quali, per organizzare una presentazione, sostengono costi che non sempre l’evento è in grado di ripagare.
Di fronte a questa situazione, Daniela si chiede: “se non sarebbe giusto, nel caso delle librerie indipendenti, fissare una quota da versare alla libreria”.
Non è un’affermazione da poco perché, al netto delle questioni pratiche - organizzative, fiscali, di sostenibilità del modello - se si introduce una variabile economica il format della presentazione di libri non può restare lo stesso. Deve cambiare, in profondità e in modo radicale.
Perché, come scrive ancora Valentina:
costruire un incontro intorno a un libro è molto difficile. In un mondo giusto moderare un evento letterario sarebbe considerato un lavoro, anche ben retribuito, perché per farlo è necessario studiare, prepararsi e mettere su un racconto che somiglia a un piccolo spettacolo capace di incuriosire, coinvolgere e magari anche emozionare il pubblico presente.
Oggi siamo davvero molto lontani da questo modo di pensare. Non dico che non esistano singole persone che ragionano così, ci saranno di certo. Ma si tratta di eccezioni che cercano di innovare in un panorama in cui le consuetudini pesano parecchio.
E la consuetudine vuole che la presentazione sia parte del meccanismo di promozione di un libro che avviene dentro un canovaccio ormai piuttosto esausto: introduzione all’autore e al suo libro, domanda, risposta, domande del pubblico, saluti e cena, che spesso è la parte migliore della presentazione.
Ma se si chiede al pubblico di pagare per assistere una presentazione non è possibile dargli un copione del genere.
Bisogna alzare il livello e pensare alla presentazione come a una forma di performance, che coinvolga presentatore, autore e pubblico allo stesso modo.
Per immaginare a cosa potrebbe assomigliare una presentazione di libri non serve nemmeno sforzarsi troppo. Sto parlando dei podcast, uno dei format più amati degli ultimi anni.
Da Tintoria a Spazio Penombre, giusto per dirne due che mi piacciono, sono molti i podcast che diventano o nascono come spettacoli dal vivo in cui avviene né più né meno quello che avviene in una qualsiasi presentazione di libri: un dialogo tra chi ha il ruolo di presentare e chi quello di essere presentato.
E il pubblico paga volentieri per vederli. Ma lo fa perché questo genere di format è costruito come uno show in cui la promozione di un prodotto è innestata dentro un copione molto più elaborato del classico ping pong di domande e risposte previsto da una presentazione.
Del copione di un podcast dal vivo fanno parte segmenti di racconto del percorso dell’ospite, rubriche fisse, intermezzi intimi o comici, giochi o momenti di improvvisazione che deviano dal percorso stabilito.
Il modo in cui la conversazione fluisce - il cosiddetto flow - è importante tanto quanto il suo contenuto. Forse più importante. Perché, come sa bene chiunque si sia confrontato con l’arte e la tecnica della narrazione, un racconto funziona quando chi lo scrive sa creare il ritmo giusto tra azioni, riflessioni e descrizioni d’ambiente.
E una presentazione, in fondo, non è altro che un racconto in cui chi la conduce deve intrecciare il vissuto dell’autore con ciò che ha scritto, coinvolgendo il pubblico nel processo.
Facile? Tutt’altro.
Ma è un modo per pensare alle presentazioni di libri in termini meno stanchi e più ambiziosi di quelli a cui siamo abituati. E giustificherebbe anche il costo d’ingresso che Daniela propone di introdurre nel suo post. Costo che potrebbe diventare facilmente un buono o un anticipo sull’acquisto del libro da parte degli spettatori, un po’ come fa la libreria Arcadia di Rovereto, di cui parla Luca Panzarotto in un commento al post di Daniela.
Da presentatore, è così che penso le presentazioni che organizzo e che mi chiamano a condurre da quasi due anni. Nello specifico da quando ho presentato Fare gol non serve a niente di Luca Pisapia alla Libreria Cappelli di Bolzano.
In quell’occasione, ispirandomi ad alcuni podcast calcistici, oltre ad accompagnare i partecipanti in un percorso di lettura del libro, ho costruito la scaletta intervallando alcuni giochi alle mie domande: una piramide dei dieci migliori teorici marxisti della storia - chi ha letto il libro sa perché - e una sorta di open mic in cui nominavo a Luca un personaggio legato al calcio, chiedendogli di commentarlo in una parola.
In quest’ultimo gioco, ogni 3-4 nomi, porgevo il microfono al pubblico, chiedendo alle persone un nome che non era nella mia lista.
Il risultato è stata una presentazione in cui ho provato a bilanciare approfondimento culturale, performance e una forma di coinvolgimento del pubblico capace di alternare divertimento e curiosità.
Da quanto mi ricordo le persone si sono divertite e su sei partecipanti, cinque hanno comprato il libro. Basse impressioni, tasso di conversione altissimo.
Ovviamente si è trattato di un esperimento. Non è detto che una formula del genere sia adatta a qualsiasi genere di libro o di autore. Ma è una strada possibile per far evolvere il format verso qualcosa di nuovo e fresco.
Sia come sia, da quel momento ho iniziato a pensare in termini di performance ogni presentazione che mi è stato chiesto di condurre e continuerò a farlo anche in futuro.
E da autore ragiono allo stesso modo. Quando Giuliano Geri e io abbiamo iniziato a pensare alla promozione di Il velo, il mio romanzo uscito tre anni fa, una delle prime idee a cui abbiamo pensato è stata quella di ricavarne un reading musicale. Dunque una performance.
L’idea nasceva anche dal fatto che alcuni passaggi del romanzo erano stati scritti con in mente la lettura ad alta voce che, da sempre, è una parte fondamentale di tutte le presentazioni che faccio, sia nel ruolo di autore che in quello di presentatore.
Ma selezionare un percorso coerente nel romanzo, costruire un accompagnamento musicale e la sua drammaturgia, provarlo ed eseguirlo dal vivo sono tutte azioni che alzano il livello rispetto alla richiesta - concordata o improvvisata - di leggere uno o più paragrafi durante la presentazione del libro.
Tanto è vero che, dopo aver portato il reading dal vivo per la prima volta a Merano, ogni altra volta che ne ho discusso l’eventualità ho sempre specificato che la performance aveva un costo giustificato dal tipo di esperienza che avrei offerto al pubblico, tenendo in equilibrio intrattenimento e approfondimento culturale.
Farlo mi ha fatto capire una cosa. Per pensare, progettare ed eseguire questo genere di iniziative serve smettere di pensare in termini di prodotto e iniziare a pensare in termini di persona.
Nell’editoria italiana - almeno questo è ciò che mi hanno portato a pensare le esperienze che ho avuto in questo settore negli ultimi 3 anni - il libro, ovvero il prodotto, resta ancora al centro di tutti i processi.
Gli agenti - non tutti - cercano libri da vendere agli editori. Gli editori - non tutti - vogliono libri, meglio se già orientati al mercato e a un livello di lavorazione tale da ridurre i costi di produzione e velocizzare l’immissione sul mercato.
Troppo spesso, né ai primi né ai secondi interessa costruire e promuovere i loro autori. Ma sono gli autori che fanno vendere i libri, così come sono i cantanti che fanno vendere i dischi e non viceversa.
È la persona - o meglio, il personaggio - che dovrebbe stare al centro delle attenzioni di agenti ed editori. Questo l’industria musicale - una delle industrie culturali più vibranti di oggi - lo ha capito molto bene.
Con questo non voglio dire che se ne debbano copiare strategie e processi. Come scrive bene Bharat Anand in The Content Trap, le strategie nascono dai contesti, ma ciò non toglie che prendere ispirazione da contesti diversi possa essere utile.
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