Pulviscolo #4
Tutti gli universi in cui l'Italia vince i Mondiali; tutti quelli in cui l'Inter perde lo scudetto e un concerto perduto dei Fugazi.
L'Italia ha fallito la qualificazione ai prossimi mondiali di calcio.
La circostanza mi ricorda che, osservata nei suoi meccanismi infinitesimali, la realtà è un incessante susseguirsi di punti che progrediscono nel tempo. Per ogni punto passano infinite traiettorie e, ognuna di esse, rappresenta un'infinita, vertiginosa possibilità di futuri alternativi.
Nessuno sa come, perché o quali criteri operino la scelta che riduce quelle infinite possibilità a quell'unico punto che determina la realtà in cui viviamo.
Qualcuno lo chiama Dio. Altri destino. Altri ancora preferiscono non pensarci.
Ma la cosa più dolorosa, quella più lacerante è sapere che, da qualche parte, nel reame del possibile-che-non-è-stato, c'è una realtà in cui l'Italia non solo si qualifica ai Mondiali, ma li vince anche, per questo fortuito concatenarsi di linee e punti.
Perché alla fine dei conti è questo a cui si riduce la nostra vita: una trama di punti e linee tessuti insieme da un'intelligenza imperscrutabile.

Tutti gli universi in cui l'Italia perde i Mondiali
Racconto di un universo in cui l'Italia va ai mondiali, ma li perde.
Io ero lì, figlio mio. Io c'ero nell'istante in cui Bastoni ha sbagliato il rigore. Lo ricorderò per tutta la vita. East Rutherford, New Jersey. Il Metlife Stadium è un catino bollente in un'estate di fuoco. Il cemento si scioglieva sotto i piedi e nemmeno la notta riusciva a darci ristoro. La partita sembrava non voler finire mai. La Francia ci aveva rimontato tre volte poi, alla fine del primo supplementare, era andata avanti con una prodezza di Mbappé. Il secondo supplementare fu una battaglia di posizione. Una. Due. Tre occasioni sbagliate. Poi il pareggio. Insperato. Acciuffato da una zampata sporca di Calafiori dopo una mischia in area. Nel frattempo, sempre più evidenti, buchi si aprivano nel brulicare di tifosi sugli spalti. Alla gente non reggeva la pompa. Svenivano in tanti. I barellieri andavano e venivano dal tunnel. Lo stridio delle sirene sovrastava il borborigmo della folla ormai esausta. Poi, i rigori. La terribile lotteria. Andarono avanti a oltranza, fino a quando loro sbagliarono e venne il turno di Bastoni. Bastoni l'interista. Il simulatore. Lo scorretto. Bastoni il bastardo. Quello che ci aveva fatto eliminare con un rosso contro la Bosnia. Materazzi redivivo. Odiato in ogni stadio. Additato da un paese intero. Nei suoi piedi, il destino di una nazione destinata al collasso che quella sera aspettava solo un segno di riscatto. Una speranza. La convinzione, flebile, che avremmo potuto farcela. Che quella coppa avrebbe potuto salvarci. Risollevarci. Restituirci quel destino di grandezza che la geopolitica sembrava averci negato per sempre. Lo vidi posare il pallone sul dischetto. Con gesti lenti, calcolati. Senza guardare il portiere si girò. Fece due, forse tre passi per prendere la rincorsa. Poi si girò di nuovo. Fronteggiò la porta, come se stesse calcolando l'area dello specchio. E attese il fischio dell'arbitro. Lo stadio si era ammutolito. Ognuno di quegli ottantaduemilacinquecento cuori che battevano era appeso a una speranza diversa. Il fischio arrivò, lacerante come il volo di un drone sopra la città. Bastoni mosse la testa in modo impercettibile e guardò verso di me, come se mi stesse cercando tra la folla. Fu allora che lo vidi. Io solo. Nessun'altro se ne accorse, nemmeno le telecamere. Un ghigno. Un piccolo, beffardo, infinitesimale ghigno. Il ghigno di quella schiatta d'uomini che vogliono solo veder bruciare il mondo. Durò un millisecondo. Poi si spense. Bastoni prese la rincorsa e calciò. Il pallone s'impenno sopra la traversa. Ma non facemmo in tempo a sentire l'impatto contro gli spalti. La prima testata esplose proprio in quel momento. Poi fu solo luce. Luce accecante e calore che strappa la pelle dalle ossa.
Tutti gli universi in cui l'Inter perde lo scudetto
Anche se ho scelto di diventare interista dopo il 5 maggio, non sono immune al perenne senso di disfatta imminente che tifare questi colori comporta. La psicologia neroazzura mi ha fottuto lo stesso. Si, perché la sconfitta epocale e inattesa, quella che un mio amico siciliano e juventino definiva "capretto", è una parte così integrante della narrazione interista da essere ormai diventata mitologia. Un delirio a cui, qualche settimana fa, ha dato una forma visibile il football data scientist - uno che studia il calcio coi dati - Michele Deantoni. Se oggi, giornata di campionato dopo giornata di campionato, posso visualizzare l'esatto numero di universi in cui l'Inter non vince il suo ventunesimo scudetto è grazie alla sua app Orizzonte Scudetto. Per un ansioso come me è un'esperienza ai confini del misticismo. ps.seguite Michele, è bravissimo!
Il concerto dei Fugazi perduto e ritrovato
La memoria è divertente. Lo è perché non è mai certa. È, al contrario, incerta e piena di buchi. Ed è per questo che è spassoso ricostruirla, come hanno fatto i ragazzi del Delaware Music History Archive, che si sono messi in testa di ritrovare le tracce di un concerto dei Fugazi del 1995. Il risultato è un piccolo, luminoso documentario sul significato più profondo del do it yourself.
Bonus track: sulla pagina Bandcamp del gruppo trovi la versione di In on the Killtaker prodotta da Steve Albini e un'intervista in cui il buon vecchio Steve racconta cosa significa far parte di una scena.

Segnalati da voi
Qui sotto una breve, pungente riflessione di Ali Ansari sui tanti modi in cui, nella "nebbia della guerra", le voci di chi la subisce vengono silenziate. Me la segnala Giulio. Amico e lettore del blog, Giulio è anche una delle due teste dietro phase:shift, una newsletter che ho contribuito a lanciare. Se non lo hai ancora fatto: iscriviti e diventa anche tu un phaseshifter!

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