C'è una sensazione che mi accompagna da qualche anno. È una forma di dolore. Se ne possono provare molte nel corso di una vita, e ognuna di esse possiede una qualità che le è propria, che la rende diversa dagli altri e peculiare.

Alcune forme di dolore sono laceranti; come la morte di una persona cara. Altre sono insopportabili; come il mal di denti. Altre ancora possono apparire a intermittenza; come l'emicrania. Oppure possono essere lancinanti; come un taglio profondo. O magari sanno essere tremende o feroci.

Il dolore che sento non possiede nemmeno una di queste qualità. È un dolore viscido, bastardo. Che ti si appiccica addosso e non va più via. Resta incrostato come sporco sulla pelle, in attesa, pronto a macchiare ogni cosa, a renderla più misera.

L'ho sentito spandersi per le fibre dei muscoli, dopo essersi infiltrato, colando attraverso i pori. Ha strisciato giù per i dotti. S'è nascosto nello stomaco e da lì ha pianificato i suoi agguati.

Quando qualcuno mi chiede: "come stai?", avverto la sua presenza. È piccolo ma denso, pesante. Un grumo di materia oscura che pulsa, un buco nero che risucchia l'aria e fa implodere ogni certezza.

A mezza bocca rispondo con bocconi di frasi imbarazzate. "Alti e bassi". "Abbastanza bene". "Potrebbe andare meglio". "Si tira avanti". "Bene è un'altra cosa, ma non mi lamento".

Potrei davvero dire altro? Esiste davvero una risposta che possa esaurire una domanda tanto secca con la stessa, infallibile precisione? E chi ho davanti avrebbe il tempo, o la voglia, per starmi ad ascoltare davvero?

Se potessi sul serio spiegargli a cosa assomiglia questo dolore, gli direi che è una guerra a bassa intensità. Una guerra che nessuno a dichiarato e che nessuno potrà fermare.

Può succedere che perda d'intensità. Che dia l'illusione d'essere finita. Ma sono solo tregue, tra un bombardamento e l'altro.

Perché questo dolore, lo so, è qui per restare. Non passa mai questo dolore, perché non c'è un trauma da cui abbia avuto inizio. È il basso continuo che batte il mio tempo, la trama su cui si disegna questa mia esistenza.

Ma è un dolore senza speranza? Non ci sono appigli o vie di fuga da esso? Se cedi alle sue lusinghe potresti pensarlo. Lui vuole che lo pensi, dato che si nutre delle mie ombre, delle mie oscurità.

Ma la verità è che, col tempo e non senza aiuto, con lo mio dolore sto imparando a convivere. Ci faccio compromessi. Ci scendo a patti. Siglo tregue più lunghe, cessate il fuoco più solidi.

È così che, tra le macerie di questa guerra a cui la mia esistenza ha cominciato ad assomigliare mi accorgo che, ogni tanto, qualcosa squarcia la miseria e mi regala uno stralcio di bellezza.

Può essere il sorriso di un amico. La mano che mi guida quando mi sento perso. O la forza d'animo di una persona che trova il coraggio di ridere quando tutto le sembra perduto.

Mi stupisco di tutti i modi che mi ricordano quanto valga la pena lottare. Perché, sto cominciando a capirlo, la vita è lotta. Non esiste vita che non si dia in essa.

E così sia.