La pioggia di febbraio m'impregna il giaccone. Intirizzito, tremo. Grosse gocce fredde scivolano lungo il collo. Ho percorso in scooter dieci chilometri sotto il diluvio e adesso sono lì.

Prego che nessuno apra la porta, che nessuno mi veda. Sarebbe imbarazzante dover spiegare ai genitori della ragazza che meno di un mese fa ha deciso di lasciarmi cosa ci faccio davanti a casa loro, impalato sotto l'acquazzone, con una busta in mano.

Ho affidato a una lettera ciò che provo. È l'ultimo, disperato tentativo di invertire il corso degli eventi. Allora, come oggi, ho una fiducia smisurata nel potere taumaturgico della parola.

A muovermi è la speranza che quelle frasi, le immagini che evocano, la storia che raccontano, bastino per smuovere la persona che sento di amare ancora. Ma di lei, in quelle righe, parlo già al passato.

Scrivo per ricordare.

Sono queste le parole che ho scelto per aprire la mia lettera. Sono le parole di una canzone che ascolto spesso in quelle settimane. Il cantante le grida, alla fine del pezzo, con una nota disperata nella voce. Un grido stridulo, mozzato, che sembra morirgli in gola, incatenato a una profondità da cui non riesce a liberarsi.

Mi sento così anch'io. Indugio. Chiazze d'umidità cominciano a spandersi sulla carta. La busta si fa trasparente.

Mi avvicino alla cassetta delle lettere e la faccio scivolare nella fessura. Poi mi allontano. Monto sullo scooter e riparto. La pioggia non accenna a smettere.

Attendo.

La incontro anni dopo. Le ferite hanno messo di sanguinare. Le cicatrici sono l'ombra del sentimento che bruciava con passione. Le chiedo se ha mai letto quella lettera. Dice di non averla mai ricevuta. Strano, rispondo. Ero sicuro di averla imbucata.

Chissà? Forse è andata davvero così. Forse non ho mai imbucato quella lettera. Forse ho solo aspettato lì, sotto la pioggia, che la carta si sciogliesse. Che diventasse poltiglia, mentre le mie parole scivolavano via, perdendosi nei mille rivoli di un acquazzone invernale.

Non lo saprò mai.

La certezza delle mie azioni è ormai persa, inghiottita dalle nebbie del tempo. A restare è solo l'incerto ricordo di un pomeriggio, che provo a fissare, una volta di più, mettendo in fila queste parole.

Il ricordo e una canzone, che continua a suonare...

Dissect a trillion sighs away
Will you get this letter
Jagged pulp sliced in my veins
I write to remember
Cause I'm a million miles away
Will you get this letter
Jagged pulp sliced in my veins
I write to remember
I write to remember
I write to remember