Fedez parresiaste
Perché è rischioso chiedere alle popstar di rappresentarci politicamente.
La frecciatina che Fedez ha indirizzato nei giorni scorsi al collega Marracash è una nota a margine nella cronaca di quella che sembra la prima fiammata dell’incendio di rancore in procinto di scatenarsi nel nostro paese.
Sotto quelle parole c’è qualcosa di più rilevante dell’ennesimo round di uno dei dissing più longevi della storia del pop italiano. C’è una domanda che riguarda anche chi, come me, si sente più vicino alla posizione di Marracash: che cosa ci aspettiamo davvero dalla solidarietà di una popstar?
Ma partiamo dal contesto e dai fatti; e mi scuserete le semplificazioni.
La fase di crisi che il capitalismo sta attraversando è arrivata al suo culmine e ha generato un’ondata di rabbia che può essere regolata solo su due piani: quello della repressione e quello della concessione.
In ossequio alla spaccatura su cui il paese è fondato, il governo italiano è attivo su entrambi i campi da gioco: davanti al blocco dei trasporti che paralizza le regioni del sud Italia, apre tavoli di trattativa per ascoltare e promettere; al nord, invece - dove si accendono le scintille della rivolta urbana razzializzata - flette i muscoli e mette in mostra tutto il suo apparato repressivo.
Nel post che pubblica su Instagram per esprimere la sua solidarietà a chi è sceso in piazza, Marracash coglie questo dualismo alla perfezione: la prima diapositiva del carosello mostra il corpo piegato di un ragazzo che, facendosi scudo con una bandiera tricolore, si protegge dal potente getto d’acqua di un idrante; nella seconda campeggia il muso di un tir sul quale è appeso un lenzuolo con sopra scritto uno slogan che recita: “non è solo lo sciopero del trasporto...ma anche del popolo”.
Le due foto sono accompagnate da queste parole:
Non ho mai creduto nella protesta attraverso i social, l’ho sempre trovata troppo facile, cheap, non costa niente. Certo, rispetto chiunque cerchi di far sentire la propria voce con ogni mezzo, ma dal canto mio ho sempre creduto che l’impegno e l’autorevolezza si dimostrino e guadagnino nel tempo. Attraverso le nostre scelte, la nostra etica, il nostro lavoro, oltre ovviamente a ciò che diciamo e facciamo tutti i giorni, non solo in una storia o un post nei momenti critici. Semplicemente questo non è il mio canale preferito… Lo sono i testi, la musica, i concerti, le interviste. I social per me sono un ufficio stampa. Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto. Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose.
Nel giro di 24 ore esce quella che, pur non nominandolo mai direttamente, a chiunque è chiaro sia una risposta a quel post.
A firmarla è Federico Lucia, in arte Fedez. Imprenditore, musicista, influencer che, da tempo, ha un conto aperto con Marracash per questioni che affondano agli anni della loro ascesa nella scena rap nazionale. Fedele allo spirito del tempo, anche questa risposta è affidata a un carosello d’immagini, pubblicato in collaborazione tra il profilo Instagram di Fedez e quello di Pulp Podcast, il media di cui è proprietario.
Le slide che compongono il carosello sono nove e Fedez, che le firma col suo nome di battesimo, dice:
L’opinione è univoca: bravi ragazzi, rompete l’ingranaggio. Conosco bene la parabola tipica del rap, che ti porta dal niente a esibire status symbol, perché l’ho vissuta tutta; conosco la frustrazione di una casa brutta in periferia. Conosco pure l’adrenalina di quando invece i soldi arrivano, la soddisfazione di poter far vedere agli altri dove sei arrivato. [...] Vedo artisti e personaggi pubblici che celebrano la protesta, ci si uniscono come se ne facessero parte, senza rendersi conto che esposti in quelle vetrine ci sono anche loro. [...] Sento dire che è giusto sfondare le vetrine da qualcuno che, alla prima della Scala, si è fatto fotografare con Beppe Sala, e mi vengono dei dubbi: perché non hai cagato in mezzo al palco mentre eri lì? Perché hai accettato di addomesticarti in quel momento? Perché era opportuno farlo, lo capisco. E ora perché sostieni il saccheggio? Perché oggi è opportuno fare questo. Questo lo capisco di meno. [...] I manifestanti non sono Pokémon da scagliare per il proprio tornaconto per cercare di intercettare nuova audience. [...] Non credete ai proclami, non credete agli artisti ricchi che vi sostengono, non c’è nessun noi. È una gara a chi arraffa di più. [...] E ve lo dice uno che ha fatto esattamente la stessa strada. Ricordatevi la verità invece: al vostro fianco non c’è nessuno.
Vale la pena analizzarla, perché è più complessa di quanto potrebbe apparire a prima vista.
Fedez usa il racconto di emancipazione dalla povertà, uno dei pilastri narrativi del rap, per rovesciarlo contro chi lo condivide. Il successo di chi nei testi dimostra di avercela fatta diventa, nel suo discorso, la prova di una distanza: chi ieri guardava le vetrine da fuori oggi è tra quelli che hanno qualcosa da perdere quando vengono sfondate.
Il riferimento alla prima della Scala serve a rendere visibile questa distanza e ad attribuirle un’intenzione: secondo Fedez, i suoi colleghi scelgono quando partecipare ai rituali del potere e quando sostenere chi li contesta, seguendo un criterio di opportunità.
Da quel momento in avanti Fedez smette di parlare ai suoi colleghi e si rivolge direttamente ai manifestanti, esortandoli a capire che, per un verso e per l’altro, c’è chi prova a usarli come pedine. La chiusa è sferzante: al loro fianco i ragazzi che scendono in piazza non hanno nessuno. Né Marracash, né Fedez.
Se per sensibilità mi sento più vicino alla presa di posizione di Marracash, riconosco in quella di Fedez una brutale onestà che me la fa preferire.
Anche se non lo fa in modo sprezzante, Fedez è estremamente chiaro nel dichiarare che, rispetto a chi scatena la propria rabbia contro i simboli del capitale, la sua è la posizione del nemico. Il discorso di Fedez è un discorso estremamente cosciente del proprio posizionamento di classe: quello del povero arricchito che vede la sua ricchezza minacciata dall’ombra di ciò che è stato. E mentre si svela per ciò che è davvero, esorta i suoi pari a gettare la maschera.
La forza dell’attacco sta nel rivolgere contro i suoi colleghi il racconto che ne sostiene l’autenticità. Se la tua storia è quella di chi ce l’ha fatta, quanto puoi ancora identificarti con chi è rimasto dall’altra parte della vetrina? La realness, la coincidenza tra ciò che racconti e ciò che vivi, diventa il terreno su cui Fedez li sfida.
Ma diventare ricchi non impedisce di solidarizzare con chi non lo è. E riconoscere la propria distanza dai manifestanti non basta a dimostrare che chi li sostiene stia fingendo. Su questo punto il discorso di Fedez forza la mano: dalla contraddizione tra appartenenza di classe e solidarietà ricava l’impossibilità di qualsiasi «noi».
La sua brutale onestà mi interessa proprio perché rende esplicita quella distanza e visibile la classe in cui Fedez posiziona sé stesso: quella dei ricchi contro cui si scatena la rabbia dei manifestanti. Resta da capire se la distanza possa essere attraversata e che cosa comporti farlo.
Nella sua risposta Fedez si dimostra un profondo conoscitore della cultura che lo ha espresso e un comunicatore piuttosto scaltro.
Grazie al cazzo, dirai tu. Serviva davvero tutta questa analisi per accorgersene? Il punto che mi interessa, però, è dove ci lascia il suo ragionamento. Se al fianco dei manifestanti non c’è nessuno, perché continuiamo ad aspettare che siano le popstar a dichiarare da che parte stanno?
Per mostrare di cosa si tratta devo farmi aiutare dal critico culturale W. David Marx, autore di un libro che ho iniziato a leggere una decina di giorni fa. S’intitola Blank Space. A cultural history of the twenty-first century, un saggio storico in cui Marx prova a storicizzare i primi vent’anni di quello che, per la generazione a cui appartengo, è stato “il nuovo millennio”.
Tra le ideologie di cui Marx ricostruisce l’influenza sulla produzione e sul consumo culturale, quella che qui mi interessa è il poptimismo.
Il poptimismo, infatti, è quel tratto della cultura contemporanea - che Marx deplora come uno dei motivi che ne inibiscono la capacità creativa - che celebra la fama come metro della qualità e del valore di un prodotto culturale, stabilendo che se qualcuno o qualcosa è celebre allora è automaticamente rilevante.
Un po’ come quei critici che, in Italia, sono riusciti a convincerci che i cinepanettoni o i reality show non erano solo interessanti per le loro qualità sociologiche ma possedevano anche un valore in quanto prodotti culturali autonomi.
Il passaggio ulteriore che mi sembra di riconoscere riguarda l’autorevolezza politica che attribuiamo alla celebrità. La visibilità di un artista può far circolare una posizione, darle spazio, sottrarla alla sensazione di essere minoritaria. Quando ci sentiamo privi di rappresentanza, è facile cominciare a chiedere a quella visibilità di rappresentarci.
Non so se lo abbia notato anche tu (scrivimelo nei commenti, se ti va), ma negli ultimi cinque anni, di fronte alle vertiginose accelerazioni che gli eventi hanno impresso alla storia dell’umanità, la pressione che il pubblico esercita affinché gli artisti pop prendano posizione sui fatti più rilevanti della contemporaneità si è fatta sempre più esplicita ed evidente.
Mi sembra che in questa richiesta si esprima anche la sensazione di aver perso gli strumenti con cui incidere sul presente. Alla celebrità delle popstar affidiamo allora il peso di posizioni che fatichiamo a trasformare in azione collettiva.
Nelle condizioni che governano l’attuale industria culturale - ormai del tutto dominata dalle logiche di distribuzione degli algoritmi delle piattaforme - è una deriva che apre più rischi che opportunità: come scrivevo qualche mese fa, infatti, raramente l’influencer “politico” si sente vincolato da un senso di responsabilità nei confronti dei soggetti collettivi che finisce per rappresentare nella sfera mediatica e informativa, spesso mettendoli in ombra con la sua ingombrante presenza.
Il «non c’è nessun noi» di Fedez incontra questo vuoto. La sua risposta consiste nel dichiararlo inevitabile: siamo soli, ciascuno persegue il proprio interesse, chi dice il contrario vi sta usando. Marracash rivendica invece un’appartenenza. Ma il suo post lascia aperta la domanda su che cosa comporti, oltre alle parole con cui la dichiara.
Non so quali forme prenda la sua solidarietà fuori da Instagram. So però che, se chiediamo agli artisti di prendere posizione perché ci sentiamo privi di rappresentanza, abbiamo bisogno di interrogarci anche su ciò che quella posizione rende possibile.
Un post può far circolare una protesta e rompere l’isolamento di chi vi partecipa. Poi qualcuno dovrà affrontarne le conseguenze. E quando arriveranno i processi, serviranno anche i soldi per pagare gli avvocati.
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