The algorithm is Magic (The Gathering)

Come l’algoritmo di YouTube mi ha fatto tornare a giocare dopo quasi trent’anni.

Cartolina con paesaggio di montagna.
David Blandy - Gathering Storm (illustrazione dal manuale di gioco)

All’inizio dell’estate mi sono comprato un mazzo di Magic. Non giocavo a Magic più o meno dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso (non serve specificarlo, ma suona piuttosto bene).

Te lo racconto perché, anche se mi piacerebbe poter dire il contrario, la maggior parte delle cose che scrivo su questo blog non nascono da un progetto preciso, deliberato e orientato verso una chiara direzione come quello che guida le newsletter “serie”.

Questo spazio accoglie soprattutto costellazioni di pensieri che si aggregano l’uno all’altro in modo spontaneo.

Impressioni, appunti, bozze di idee in via di formazione che, in molti casi, nascono dagli effetti di serendipità a cui internet ci dà ancora accesso. E che fanno di questo blog una sorta di diario delle avventure algoritmiche che vivo navigando in rete.

Il ritorno di fiamma per Magic nasce proprio per volontà di un algoritmo: quello di YouTube, uno dei più efficaci e subdoli con cui si possa avere a che fare.

È straordinariamente capace di propormi contenuti allineati ai miei gusti e sembra sapere esattamente come modificare le sue proposte e quale sia il momento migliore per farlo, per evitare che la noia mi spinga ad abbandonare il suo territorio.

Altre volte, invece, semplicemente mi sorprende.

Come quando, all’inizio dell’anno, mi ha proposto un video in cui Dario Moccia - uno youtuber, per chi non è pratico - flexava davanti a Wesa - un altro youtuber - la sua collezione di Arabian Nights e Antiquities, due storiche, e bellissime, espansioni di Magic.

Due espansioni che, seppure di striscio, ho avuto la fortuna di vivere quando, da ragazzino, ho iniziato a giocare. L’effetto nostalgia mi ha colpito in pieno: ho cliccato sul video.

Da quell’istante in avanti, l’algoritmo è stato spietato.

Negli Shorts - il formato verticale breve che YouTube ha rubato a TikTok - hanno cominciato a comparire video di persone che aprivano bustine di carte vintage: Legends, Antiquities, Quarta Edizione, Ice Age, Alleanze, Mirage.

Da ragazzino ne avevo aperte a decine. Talmente tante che le sensazioni visive, tattili, uditive e perfino olfattive che provavo allora devono essersi come depositate in qualche angolo remoto del mio cervello, in attesa di un trigger capace di risvegliarle.

Quei video erano esattamente quel trigger: guardandoli, quelle sensazioni tornavano a elettrizzare il mio corpo con una forza così vivida che, le prime volte che mi capitava di imbattermici, era quasi come se le stessi (ri)vivendo.

Da quel momento in poi è stato come essere trascinato in un gorgo: prima sono arrivati i video sulla lore, poi la serie Forgotten Combos di Timmy The Sorcer - grazie a cui ho iniziato a usare ChatGPT per generare liste di mazzi improbabili - e, qualche tempo dopo, anche i gameplay.

In passato avevo già provato a guardare qualche gameplay di Magic, ma avevo sempre mollato il colpo, perché mi sembravano indecifrabili. Questa volta non è stato così, e la colpa è del Premodern.

Premodern è un formato non ufficiale, creato dalla community di giocatori di Magic, che riprende la classica modalità uno contro uno con mazzi da almeno 60 carte e 20 punti vita. Ma la caratteristica decisiva, per me, è un’altra: le carte con cui si può giocare.

Sono quelle delle edizioni uscite tra la pubblicazione di Quarta Edizione e quella di Scourge, salvo quelle bandite dal formato. Un arco di tempo che comprende una parte consistente del periodo in cui ho giocato anch’io.

Questo ha voluto dire che in quei gameplay ho potuto riconoscere modalità di gioco e, soprattutto, carte che conoscevo bene, perché le avevo avute e giocate in prima persona.

Non solo: guardandoli, riuscivo a seguire l’evoluzione della partita e il modo in cui i mazzi interagivano. E, più di ogni altra cosa, ho avuto un’epifania: pur avendo giocato per anni, di quel gioco avevo solo sfiorato la superficie strategica.

Per noi bambocci, che giocavamo a Magic alla periferia dell’impero, i punti vita erano tutto. L’idea di perderli era intollerabile e, quando era possibile, giocavamo carte ignobili come il Balsamo Curaferite per recuperarli.

In quei video, invece, i giocatori non solo non si facevano alcun problema a perderli ma, addirittura, li usavano come risorsa, sacrificandoli per ottenere effetti che mi apparivano davvero stupefacenti.

Pur essendomi sempre pensato come un appassionato giocatore, davanti a quelle immagini mi sono reso conto che solo dopo quasi 30 anni stavo iniziando a capirci qualcosa.

In quel momento la nostalgia mi ha fregato di nuovo: ho deciso che sarei tornato a giocare.

Volevo provare ancora una volta la sensazione di mescolare un mazzo di 60 carte. Di pescarne sette dalla cima, scoprire se la mano era giocabile, calare una terra, tapparla e lanciare una magia. Oppure passare e aspettare il turno dell’avversario e, magari, sorprenderlo con una risposta inaspettata.

Per dare seguito al ritorno di questa passione, mi sono fatto aggiungere in un gruppo WhatsApp di giocatori della mia città. E mentre scrivo queste righe attendo che arrivi il prossimo venerdì, quando potrò andare al negozio dei nerd a giocare con qualche sconosciuto.

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