Fatti non foste, ma solo interpretazioni

Che cos'è la dimensione post fattuale che caratterizza l'epoca di passaggio in cui ci troviamo a vivere?

Il deserto fiorito. Fotografia di Fazal Sheikh, intitolata Desert Bloom.
Fazal Sheikh, Desert Bloom

Nelle ultime ore, la discussione digitale sulle responsabilità del bombardamento dell'ospedale Al Ahly a Gaza si è fatta così pesante da diventare insostenibile. Il coinvolgimento emotivo, il meccanismo di azione e reazione e la velocità che caratterizza la propagazione delle informazioni sui social hanno fatto saltare tutti i paletti utili ad accertare lo svolgimento dei fatti. Due realtà alternative hanno preso forma sotto gli occhi di chi si è limitato ad osservare il dibattito in attesa di elementi in grado di chiarirne lo svolgimento. Per quanto il termine possa non piacere, questa è la dimensione post fattuale che caratterizza l'interstizio tra due tempi in cui ci troviamo a vivere. Come contributo alla riflessione, ripropongo qui un pezzo pubblicato anni fa su Prismo e oggi non più disponibile. Il pezzo è datato e alcuni riferimenti o conclusioni potrebbero essere oggi diverse.

Qual è il filo conduttore che lega tra loro la Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di postverità, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?

Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna sembra riduttivo. La bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Ma in questo caso pare che siamo di fronte a qualcosa di diverso. La postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza. Affermare che i migranti accolti nel nostro paese “ricevono” 35 euro al giorno tecnicamente non è una menzogna, significa ignorare deliberatamente che quella cifra rappresenta il costo medio giornaliero pro capite speso per la gestione di una persona immigrata nel nostro paese. Oltrepassare questo fatto permette di costruire una narrativa in cui gli italiani vengono rappresentati come vittime di un’ingiustizia, che viene sfruttata per portare avanti una precisa agenda politica. 

L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo - forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo - apre a un ulteriore oltrepassamento, quello dei fatti appunto. All’epoca della postverità fa da corollario una società post fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato. Rispondendo “sono felice di non avere nessuna di queste organizzazioni dalla mia parte, perché penso che la gente di questo paese ne abbia abbastanza degli esperti” a un giornalista che lo sfidava a nominare una singola istituzione economica indipendente a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il Brexiter Michael Gove ha forse fornito certificazione più cristallina di questo stato di cose. Nel suo caso il giudizio degli esperti, coloro a cui la società ha delegato il compito di aiutarla a stabilire cosa è vero e cosa non lo è, cessa di essere così la pietra angolare sulla quale vengono prese le decisioni, per diventare un’opzione disponibile tra tutte le altre, negoziabile anche con quelle opinioni che non si basano o che rifiutano un metodo di valutazione condiviso. Ma in che modo si è prodotto questo oltrepassamento dei fatti e della nozione di verità basata su di essi? 

Dal volere divino alla società dei dati: breve storia del giudizio

Reso celebre da una battuta pronunciata due volte in sei stagioni da Tyrion Lannister, il processo per combattimento, così come quello per calvario, è un metodo di accertamento della verità basato sul giudizio divino. Un retaggio atavico per cui la verità discende sulla terra per volere di Dio. Perciò se sei abbastanza resistente, cazzuto o ricco hai sempre la possibilità di far valere il tuo punto di vista sugli altri; non importa che tu sia colpevole o innocente, se vinci il combattimento o resisti alla tortura il volere di Dio è con te e certifica che la verità è dalla tua parte. 

La pubblicazione della Magna Carta e la conseguente abolizione del processo per calavario misero fine a questo sistema di giudizio nel 1215 d.C. Il principio per cui un uomo non poteva essere imprigionato, arrestato o giudicato se non in base al giudizio dei suoi pari o alle leggi del paese introdusse un nuovo genere di processo, quello condotto da una giuria. Fu grazie a questo cambiamento che nacque una vera e propria “cultura del fatto”. Ovvero l’idea che solo quanto poteva essere osservato e testimoniato dovesse costituire la base della verità e l’unica forma di prova ammissibile non soltanto in tribunale ma in ogni ambito in cui a essere in discussione fosse la verità di qualcosa. La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo e il fondamentalismo hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto da sinistra, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto da destra, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. 

Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercati in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian in luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita. L’avvento di internet e delle tecnologie digitali ha infatti avuto come conseguenza un aumento esponenziale della quantità di informazione che produciamo e a cui siamo esposti. Non soltanto per la facilità e l’ecnomicità con cui abbiamo accesso agli strumenti di produzione e distribuzione di informazione (blog e social network su tutti), ma anche perché il semplice collegarci a internet da un pc o da uno smartphone significa trasformare noi stessi in produttori di (meta)dati. L’indebolimento dell’autorevolezza dei tradizionali istituti (giornali, università, centri di ricerca) a cui era delegato il compito di analizzare i fatti, e stabilire in base a essi la verità, è perciò da una parte conseguenza dell’aumento del numero di possibili fonti di informazione a cui attingere e della ridefinizione della gerarchia del sapere che la rete ha determinato, favorendo l’orizzontalità di un rapporto basato sul numero di legami tra una fonte e le altre (l’ecosistema dei link), piuttosto che la verticalità di un rapporto basato sulla mutua autovalutazione di una fonte sull’altra, all’interno un gruppo chiuso (la pratica della peer review). Dall’altra parte, alla base di questo indebolimento c’è anche e soprattutto la progressiva sostituzione dei fatti coi dati, ovvero la sostituzione dei fenomeni osservabili con quelli quantificabili. Un esempio ce lo fornisce il concetto di Signals Intelligence, ovvero il controspionaggio basato sull’analisi di segnali elettromagnetici. Come appare dalla lettura dei Drone Papers, nello scenario della guerra al terrorismo molte delle decisioni sulle esecuzioni a distanza portate a termine dalle agenzie di intelligence americane attraverso l’uso di droni vengono prese esclusivamente sulla base dell’analisi di dati digitali. L’accensione di un determinato telefono satellitare, in una certa zona, a un’ora definita sono segnali sufficienti per far scattare un’operazione. Il tutto senza dover disporre di alcuna conferma o testimonianza diretta dell’attività in cui il bersaglio è impegnato al momento in si producono le condizioni per l’inizio dell’attacco. Come emerge dai leak pubblicati da The Intercept, questa pratica finisce per ridursi spesso e volentieri nello sparare alla cieca, dimostrandosi di gran lunga più dannosa che efficace. Eppure l’idea che sia possibile sostituire all’accertamento della verità tramite fatti osservabili e testimoniabili un accertamento della verità basato sulla raccolta e l’analisi dei dati digitali non risulta per nulla scalfita dall’inefficacia di questa strategia. Questo accade perché la nostra società è infatti in piena transizione versa un modello in cui i dati rappresenteranno la base del nostro giudizio e delle nostre pratiche di accertamento della verità, una società post fattuale appunto. Ma in una simile società, in che modo potremo accedere ai dati e, di conseguenza, come potremo accedere alla verità?

Ciò a cui credi dà forma alla tua realtà

Secondo la celebre tesi di Lev Manocivh esistono due modi per accedere all’esperienza tramite i linguaggi digitali: lo spazio virtuale 3D e il database informatico. Seppure esistano forme pure di queste due modalità di accesso digitale all’esperienza, la maggior parte del tempo che trascorriamo connessi a un dispositivo digitale noi lo facciamo attraverso interfacce che ibridano queste due forme. Si tratta prevalentemente dei social network e dei motori di ricerca, ovvero di spazi virtuali al cui interno possiamo compiere una serie di operazioni sui dati presenti nei loro database. Ma quale forma di accesso all’esperienza e al mondo configurano per noi i social network?

Facebook, Twitter e gli altri social sono in primo luogo uno spazio entro cui definiamo la nostra identità. La scelta di un avatar, la compilazione di una scheda con le nostre informazioni e la pubblicazione di contenuti all’interno della piattaforma sono tutti atti e momenti che servono a costruire la nostra identità dentro quello specifico spazio. Tuttavia, diversamente da quanto accadeva un tempo, oggi le piattaforme di social networking tendono a far coincidere la nostra identità reale con quella virtuale. Questa tendenza a far coincidere identità reale e virtuale degli utenti social è la diretta conseguenza del modello di business prevalente per le piattaforme. Un modello che si basa sulla vendita di spazi pubblicitari a inserzionisti interessati a poter disporre di raffinati strumenti di targeting per le loro campagne di comunicazione. Perciò, più l’identità virtuale degli utenti coincide con la loro identità reale e più questi dati saranno attendibili e dunque di valore per gli inserzionisti interessati ad acquistarli. 

Ma la questione non si esaurisce qui. Più informazioni sull’utente la piattaforma ha a disposizione e più questa può migliorare l’esperienza d’utilizzo, fidelizzando l’utente. La raccolta e l’analisi dei dati è infatti alla base della personalizzazione delle nostre esperienze all’interno degli spazi digitali. Processati da potenti algoritmi, questi dati vengono elaborati per fornirci contenuti basati sulle nostre precedenti esperienze di navigazione e quindi ritenuti potenzialmente interessanti. Di fatto, esiste un mondo di contenuti e informazioni potenzialmente differente per ogni singolo utente di ogni singola piattaforma. Questa continua e pervasiva personalizzazione delle esperienze tende a isolare gli utenti, impemebilizzandoli nelle loro credenze e favorendo la creazione di reti e cluster di utenti estremamente polarizzati intorno a singole idee, contenuti, fonti di informazone.

Non bisogna però credere che noi utenti assumiamo una postura passiva di fronte a questa situazione. Le interfacce con cui accediamo alla rete sono infatti disegnate per garantirci una certo grado di interattività attarevrso funzioni dette call to action. Di coseguenza le piattaforme sono pensate per permetterci di agire e influire sull’esperienza del mondo che apparecchiano per noi. Il carattere di queste interazioni è, pervalentemente, imperativo. Pubblica, retwitta, condividi, posta non sono, come potrebbe sembrare delle semplici possibilità, ma un menu di ordini che possiamo scegliere di eseguire, ma a cui non possiamo sottrarci. Se lo facessimo perderemmo infatti qualsiasi valore agli occhi della piattaforma, perch p attraverso l’esecuzione di questi ordini che produciamo quei dati necessari per trasformarci in audience targhettizzata e dare vita alla nostra esperienza di navigazione. 

In una sequenza del quarto episodio della seconda stagione di Mr.Robot, Angea Moss assiste all’arresto di uno dei dirigenti della E Corp responsabile del disastro ambientale in cui la madre ha perso la vita. Mentre avviene l’arresto, Angela sta ascoltando con gli auricolari una musica calma e rilassante su cui una voce femminile ripete alcuni imperativi di self help: “faccio in modo di ottenere le cose che voglio”, “dissolvo tutti i falsi messaggi”, “le cose in cui credo creano la mia realtà”, “tutti i miei sogni si stanno avverando, proprio in questo momento”. Come Angela anche noi abitanti di una società post fattuale, arlati dal discorso della postverità, stiamo facendo in modo ottenere le cose che vogliamo, impermeabilizzandoci in un’esperienza del mondo da cui abbiamo cancellato tutto ciò che nega le nostre credenze, in base alle quali stiamo dando forma alla realtà che ci circonda, una realtà in cui tutti i nostri sogni si stanno avverando...soltanto a un clic di distanza.

Il realismo non è la soluzione

L’esito del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha mostrato quali siano i rischi che si corrono vivendo in una società post fattuale e agendo in un’era di postverità. La mancata assunzione di responsabilità da parte dei leader sostenitori della Brexit è un vulnus che ha sottolineato in modo doloroso quanto una politica basata esclusivamente sulle emozioni possa nuocere al processo democratico di un paese. Ma come possiamo affrontare questa transizione da una società che per secoli ha basato sui fatti l’accertamento della verità, a una che sta sostituendo i fatti coi dati?

La ricerca di una soluzione tecnologica, come quella che Facebook rincorre da anni, per limitare la diffusione di bufale e notizie false in rete non sembra aver portato i risultati sperati. Facebook è riuscita a limitare l’incidenza delle notizie fake all’interno del proprio network né appoggiandosi agli utenti attraverso meccanismi di segnalazione, né affidandosi in toto agli algoritmi. La piattaforma inoltre continua a non volersi considerare una media company, dovendosi così confrontare con gli standard deontologici che questa definizione porta con sé e continuando ad agire in modo ambiguo secondo i propri interessi.

Sarebbe utile cominciare a ripensare radicalmente il concetto di verità in base alla transizione tra il mondo dei fatti e quello dei dati che stiamo vivendo. Potremmo farlo innanzitutto pretendendo trasparenza dagli algoritmi che regolano le nostre esperienze negli spazi digitali e, in secondo luogo, pensando a una nuova etica che regoli la progettazione di questi spazi. Strumenti del genere e un tale cambiamento di paradigma ci aiuterebbero a ricostruire la nozione di realtà sulla base delle trasformazioni che stanno interessando la nostra società. 

Perciò, seppure seducente, proporre un New Realism, come ha fatto qualche anno fa il filosofo Maurizio Ferraris, non sembra essere la prospettiva più corretta. La proposta di Ferraris infatti non pareva tenere conto dello spostamento di paradigma che abbiamo provato ad analizzare. Il realismo, da solo, non basta a ricostruire il nostro rapporto con la realtà, perché esso non è altro che una configurazione discorsiva culturalmente influenzata. A essere in gioco qui è la possibilità di un giudizio di verità basato sull’analisi dei dati, attorno al quale ricostruire un sistema di istituzioni che permetta di stabilire cosa è vero e cosa non lo è. La sfida è farlo prima che venga presa una qualche decisione di irreparabile, senza che ci sia nessuno disposto ad assumersene la responsabilità.