Dentro Opening the Pill - Impressioni imperfette

Immagini, pensieri ed impressioni sul simposio performativo "Opening the Pill".

Dentro Opening the Pill - Impressioni imperfette
Mary Maggic, Molecular Queering Agency

Come avevo avuto modo di scrivere altrove, faccio parte del gruppo di lavoro che ha organizzato Opening the Pill, il simposio performativo che lo scorso fine settimana ha animato le sale di Museion, il museo d'arte moderna e contemporanea di Bolzano.

Mi costa perciò una grande fatica lavorare a questo resoconto, in cui il rigore critico non potrà fare a meno di essere curvato di continuo dall'investimento emotivo che ho nei confronti di questo evento, alla cui progettazione ho iniziato a contribuire più di un anno fa, insieme allə miə compagnə di lavoro.

Procederò perciò per impressioni e per immagini, più che per valutazioni e giudizi, perché credo che questo sia il solo modo per tradire tanto il rigore quanto l'investimento che mi attraversano in questo momento.

Inizierò quindi col notare quanto sia stata importante la drammaturgia degli spazi che abbiamo costruito per Opening the Pill. La dimensione performativa del simposio è stata in primo luogo quella che il pubblico si è trovato a dover esperire, obbligato a muoversi di continuo attraverso gli spazi del museo, dentro e fuori dai suoi confini, in un movimento senza soluzione di continuità.

Una scelta che ha reso dinamica l'esperienza, trasfigurando soglie, corridoi e dispositivi spaziali del museo in una teoria di passaggi segreti e porte nascoste capaci di preludere alla rivelazione dei misteri racchiusi dal programma dell'evento. Una sfumatura iniziatica sottolineata dal rito, ripetuto ogni giorno in momenti diversi, dell'apertura della pillola, che ha messo i partecipanti a contatto diretto con la missione del simposio: esplodere questa moderna tecnologia nelle sue componenti, per poterla guardare da una molteplicità di punti di vista diversi.

Il programma si è perciò dispiegato su e dovuto confrontare con questo impianto narrativo, per negarlo o integrarlo a seconda dei casi. Pienamente integrato è stato, per esempio, Surfacing HypoKrisia la serie di sforzi e incantesimi performativi messi in scena dall'artista Charlie Laban Trier nel corso di tutti e tre i giorni del simposio.

Muovendosi allo stesso tempo tra la dimensione attuale del museo e quella virtuale della rete e attingendo all'archivio della pop culture per destrutturarlo, Laban Trier ha infestato Museion, facendo affiorare coi suoi gesti, le sue parole e i suoi scritti una serie di sensazioni e frammenti di senso capaci di aleggiare nell'aria come pensieri in cerca di quel corpo, effimero e instabile, che il simposio ha provato a creare nel tempo del suo svolgimento.

Forse, rifletto, mentre i ricordi delle altre performance, dei talk, dei workshop, sia quelli a cui ho partecipato che quelli a cui ho presenziato e basta, si sfilacciano fino a farsi sempre più tenui e spariscono nell'azzurro e limpido cielo di questo pomeriggio di novembre, il senso ultimo di questa esperienza è stato proprio far provare a chi l'ha vissuta tutta una serie di sensazioni che, come onde emotive, salivano e scendevano nel movimento continuo attraverso lo spazio del museo, modificando lo stato di chi lo ha attraversato, proprio come farebbe una pillola ingoiata in uno dei molti contesti in cui questo gesto, semplice e banale, avviene e continua ad avvenire anche in questo momento, in ogni parte del mondo.