La capacità di mostrare la durata delle cose è ciò che più mi colpisce nei film di Jean Marie Straub e Daniele Huillet. Piazzata di fronte a uno scenario qualsiasi, la macchina da presa ne registra ogni più minuto cambiamento. Lo stormire del vento tra le foglie. Lo sfarfallare della luce. Movimenti lenti, impercettibili. Variazioni microscopiche nella trama dell'atmosfera che sono tutto tranne che le accelerazioni violente dei time lapse. Non la velocità del cambiamento dunque, bensì la durata dei fenomeni, esoposta in tutta la sua estenuante continuità. Su tutto, la voce dei personaggi che, con tutta la sua concretezza, frattura la trama delle cose e ne fa emergere le storie nascoste, occultate, sepolte. È questa la magia dei loro film.

Ma è anche, mi sono accorto, il tempo della scrittura. Nelle scorse settimane ho cominciato la quarta stesura di un testo a cui lavoro dal 2017. È un romanzo, il primo che scrivo. Non so se uscirà mai, se qualcuno lo potrà leggere, ma non è questo il punto.

Il punto è scriverlo e imparare come farlo. Imparare come farlo significa appunto stare nella durata. Usare il proprio corpo e la propria mente per registrare quel tessuto di variazioni molecolari che compone l'immagine del tuo saper fare le cose.

Quando ho iniziato questa stesura ero sicuro di non saper padroneggiare gli strumenti narrativi. Avevo bisogno di una guida che mi indicasse dove stessero gli atrezzi di cui avevo bisogno e mi insegnasse come usarli. Ma quando li ho presi in mano, quello è stato il momento in cui il mio corpo ha reagito adattandosi a quegli stumenti in modo del tutto naturale.

È stato come se qualcosa - una sorta di memoria muscolare della scrittura - si fosse depositata col tempo e fosse emersa, all'improvviso, in tutta la sua abbagliante potenza.

È il lavoro della durata, questo, almeno è quello che ho capito.