Amo molto una frase di Deleuze che dice "c'è una familiarità pratica, innata o acquisita, con i segni, che fa sì che ogni educazione sia un rapporto d'amore, ma anche di morte. Non apprendiamo nulla con chi ci dice di fare come lui. I nostri soli maestri sono qualli che ci dicono di fare con loro, e che, anziché proporci dei gesti da riprodurre, hanno saputo trasmettere dei segni da sviluppare nell'eterogeneo".

Ce l'ho davanti agli occhi proprio adesso, stampata sulla quarta di copertina di un libro. S'intitola La statua e il giocattolo. Me lo ha regalato Marco Dinoi, la persona che considero il mio unico, vero maestro. È una raccolta di saggi, dedicata a Maurizio Grande, che di Marco era il maestro.

Un bel gioco di specchi, come quello di una famosa foto di Deleuze che, in un certo modo, era il maestro di noi tutti.

Me lo ricordo, Marco, una mattina di sole, davanti all'università. Forse era maggio. Di sicuro era maggio. Indossavo una maglietta a maniche corte, sbrindellata dietro, proprio sopra il culo, da qualche caduta rovinosa con lo skate.

Era d'un arancione brillante e davanti, sul petto, c'era il nome del brand: Anti Hero.

C'era un convegno sul rapporto tra Beckett e Deleuze. Anche Marco era lì. Quando mi vide arrivare sorrise divertito. "Molto appropriata per l'occasione", disse indicando la maglietta. Ancora oggi riesco a sentire il suono arrotato delle due erre che stridono nella mia mente.

Non avrei mai pensato che quella t-shirt potesse essere appropriata per un serioso convegno accademico. Marco era questo per me. Meraviglia che trasmetteva segni da riprodurre nell'eterogeno.

Oggi non ho più quella maglietta. Col tempo, l'asfalto avrà terminato la sua opera di dissoluzzione del tessuto e l'avrò buttata via, lisa e bucata. Ma la lezione che ho imparato quel giorno non l'ho più dimenticata.

I nostri soli maestri sono quelli che ci dicono di fare con loro...