Leggo No Complaints, la newsletter della scrittirce Caroline Crampton, da qualche anno. Mi piace il tono, intimo e personale, con cui scrive i suoi dispacci, che sono sempre piccole riflessioni sulla vita, la carriera e le cose che la circondano.

Nell'ultimo numero, un numero un po' anomalo, che esce dopo qualche mese di silenzio e raccogli scritti di argomento diverso tra loro, un po' un recupero del tempo passato, Crampton racconta della corrispondenza tra lei e il lettore di uno dei suoi libri.

Questo la porta a riflettere su una dimensione della scrittura (e della pubblicazione) che viene spesso sottovalutato. Scrive infatti Crampton:

This aspect of becoming an author wasn't one that I anticipated. I thought of the book as something finite, which once it had been finished and published would remain static. But it continues to evolve for me, even after being on shelves for nearly two years. I've been taken aback by how many people have taken the trouble to look up my email and write to me once they have finished reading it — I've never done this myself, so I naturally assumed nobody else did — and although they tailed off after it had been out for a while I still get two or three a month. I even sometimes get real letters, written on paper. Those are the best of all.

Ha perfettamente ragione. Un libro non è mai un oggetto che termina con la pubblicazione. Anzi, spesso, la sua vita inizia davvero solo in quel momento, quando diventa parte della sfera pubblica. Quando viene letto, annotato. Quando diventa l'elemento intorno a cui costruire un dialogo con le persone che l'hanno letto e utilizzato.

A più di sei anni dalla sua uscita, mi capita ancora che Stupidi Giocattoli di Legno sappia susciare l'ammirazione da parte di lettori che lo scoprono e che, dopo averlo letto, mi cercano per avere un confronto.

Scrivere, è la lezione che traggo da queste esperienze, non solo non è un processo che può avere una fine, ma è anche un modo per condividere una parte della propria personalità con gli altri.

È un appiglio, una mano tesa verso l'esterno, la molecola intorno a cui nascono relazioni che l'ignoto definisce nel loro tono e nel loro svolgersi.

È forse questa consapevolezza, mi domando oggi, che mi ha spinto a preferire, in questi ultimi anni, una forma di scrittura frammentaria e disseminata, attraversata da tendenze tra loro coerenti, eppure (ancora?) incapaci di solidificarsi in una struttura solida, capace di legarle tra loro in un oggetto chiamato libro?