Il sole batte sui cumuli di neve ormai sporca.

A cavallo tra il vecchio e il nuovo anno ha nevicato come mai da parecchi anni a questa parte. Un sottile strato ghiacciato ricopre ancora le tettoie che lambiscono i piedi del balcone.

Illuminato dai raggi che scaldano l'aria, il candido manto risplende, fulgido in questo mattino di gennaio. Gocce d'acqua stillano nella grondaia. Il cielo è un gradiente d'azzurro, tenue ai margini dell'orizzonte, dove s'incrocia col profilo frastagliato delle montagne, e via via più scuro e profondo, mano a mano che sale verso lo zenith.

La città è immersa in una luce che bagna ogni cosa. L'inverno inizia a recedere. le giornate si fanno più lunghe, e calde. Come una vibrazione la cui frequenza, troppo bassa o troppo alta, la rende inudibile all'orecchio, un senso di rinascita attraversa l'etere.

Io, però, batto un altro tempo. Manco il ritmo e giro a vuoto. Mi sento esausto, svuotato. Un profondo senso di stanchezza mi pervade le membra. Gambe pesanti, braccia pesanti. Avanzo al rallentatore mentre tutto, intorno a me - minuti, ore e giorni - sembra scorrere al doppio della velocità.

La testa arranca. Tra le tempie un ronzio, come l'audio d'avvio di un computer il cui hardware non è più in grado di reggere lo sviluppo dei processi. La sensazione vaporwave di non essere altro che il suono di un guasto trascinato all'infinito nel corso di queste giornate di metà inverno.

Lo so, qualcosa nel profondo me lo dice e mi rassicura, che col tempo questa sensazione svanirà, che trascolorerà, lasciando i suoi residui a seccare al sole, come salsedine su una roccia.

In questo istante, perso ma mai davvero solo, quel momento appare tanto remoto, e sfocato, da sembrare irraggiungibile.

Mi ripeto che ci vuole solo pazienza. Mi domando se ne avrò abbastanza?