Nella vita di tutti i giorni ho bisogno di fughe. Di allontanarmi dalla presa della città, con la mente e con il corpo. Camminare nella edgeland, la terra di nessuno dove la città si sfrangia e la distinzione col contado è ancora labile e incerta, è uno dei modi in cui fuggo.

Il quartiere in cui vivo, e che tra qualche mese lascerò, di vie di fuga ne offre diverse. Quella che preferisco inizia ai piedi di una scalinata di cemento. Si apre sulle superficie di un muro di contenimento. Sale in strette volute, cinta tra i palazzi.

Gradino dopo gradino, a guidarmi è il corrimano dipinto di verde. La vernice è scrostata, incostante come il mio umore. Raggiungo un terrazzino. Sul muro dell'edificio che lo delimita, tratteggiata con un lettering acuto e tagliente, campeggia una scritta che inneggia al quartiere: Oltry-Rulez.

Guerrieri tribali in una guerra che nessuno ha dichiarato, i ragazzi provano orgoglio per la loro zona. Crescere tra questi anfratti dona la credibilità di strada che la città vetrina invece nega.

Quando li incontro mi fanno brutto. Avverto la tensione che sale dai loro corpi. Il mio sguardo è un'intrusione in affari che custodiscono gelosamente. Confabulano in una lingua che non conosco. Passo loro accanto. Ringhiano. Snudano i denti. Hanno fame di violenza, e li capisco.

Ma qui, oggi, c'è solo una coppia di anziani. Salgono lenti, scalino dopo scalino. Li supero. Forzo il passo. Le fibre dei muscoli si tendono. Ho come la sensazione che leggere fratture si aprano sulla loro superficie. Il cuore pompa. Spinge verso l'alto il sangue che stagna alle estremità più remote del corpo. L'eccesso di ossigeno m'intossica la mente. Sotto l'abbigliamento tecnico inizio a sudare.

Soddisfo così il mio bisogno d'espiazione. Sconto la colpa di peccati veniali.

L'ho percorsa a strappi. Fermandomi di tanto in tanto a riposare. Soste brevi, per inghiottire l'aria necessaria a continuare. Poi la scalinata termina. Sfocia su una strada asfaltata. Una canaletta di cemento l'affianca.

Proseguo risalendo la corrente. Alla mia sinistra c'è il bosco. Reti paramassi intrecciate tra gli alberi vegliano sulla strada e i palazzi.

Mentre salgo, sulla destra gli edifici s'abbassano. Cammino allo stesso livello dei loro tetti. Lo supero macinando il dislivello. Davanti a me spalanca il suo abbraccio la rotonda su cui s'affaccia la fermata del bus. La cinge l'ennesimo, alto muro di contenimento.

È allora che decido di entrare nel bosco. Sopra la mia testa corrono i fili di un traliccio dell'alta tensione. Lo incrocio poco più avanti. Svetta in mezzo agli alberi, assiso sul suo piedistallo di cemento. Continuo a salire. Il ronzio della corrente elettrica svanisce alle mie spalle. Sotto le suole ora gracchia il ghiaino. I resti del bunker ospitano da tempo una cabina elettrica.

La supero. Il parcheggio del ristorante è davanti a me. Percorre veloce il falso piano. Lo attraverso. Il sentiero ora è più stretto. Riprende a salire. Le suole scivolano sul tappeto di foglie umide e scure. Appoggiano sulla terra smossa e franosa della montagna.

Arrivato a questo punto lo scenario potrebbe darmi l'impressione di essermi lasciato la città alle spalle. Che una liberazione sia possibile, a portata di mano. Ma quando la salita termina, lei è lì, in basso. Mi siedo sulla panchina. Davanti agli occhi si spalancano la valle e la città.

Da qui ne posso cogliere gli schemi. Vie, piazze, edifici. Formano un reticolo di cui studio la conformazione. Cerco uno schema che dischiuda i suoi misteri alla mia comprensione. Tutto sarebbe più facile se esistesse un disegno. O, almeno, la consapevolezza che quelle forme siano regolate da un principio, anche ignoto, invece che dal caos.

La corrente ascensionale spinge le strida di mezzi meccanici fino quassù. La città infesta il bosco. Non c'è fuga possibile. Solo accettazione.