Sono quei giorni di novembre che il vento rende limpidi, spazzando via nubi e foschie.

Il sole mi scalda la schiena e le gambe, sono gli ultimi morsi prima dell'inverno.

Il leviatano ha mobilitato le sue membra. S'assembrano in lunghe file fuori le location degli screening.

Sono in fila anche io. Accanto a me le foglie crepitano, rotolando sull'asfalto incalzate dal vento.

Il morbo infuria, il pan ci manca.

Prima di uscire di casa ho guardato fuori dalla finestra.

L'aria vibra di bagliori dorati.

La finestra è la stessa da cui ho osservato l'autunno arrivare, colorando l'Italia di giallo, arancione e rosso.

Quassù il rosso è calato e ha ricoperto ogni cosa.

Tutto è rosso. Come il pericolo. Come il sangue. Come la morte.

Nell'orto, sotto al balcone, giacciono abbandonati gli attrezzi.

Un cumulo di sampietrini mai riordinati attende la ripresa della vita quotidiana.

Il cavolo nero, unico superstite dell'abbondanza estiva, svetta tra gli sterpi e le foglie cadute che, lentamente, marciscono nutrendo la terra.

Quel fazzoletto ha rappresentato, nei giorni di primavera del lockdown, la sola fonte di aria aperta a disposizione.

Lo abbiamo zappato, vangato e sarchiato.

Lo abbiamo preparato ad accogliere i semi, come il medico che ingengerizza la fertilità di una donna.

Lo abbiamo fatto, sempre, sotto l'occhio vigile della montagna.

La stessa che avvampava con l'autunno e che, al tempo, eruttava la rinascita primaverile.

Giornate di confinamento. Lunghe, infinite, col latrare degli altoparlanti a scandire il tempo.

Per contenere il diffondersi del virus vi invitiamo a restare in casa.

Papà, ascolta, dice Ettore quando l'auto della protezione civile passa sotto casa, arriva la macchina che parla.

Esplosioni di fiori bianchi punteggiano il verde tappeto di gemme sbocciate. Una cascata candida, che cola dall'alto fino in città. Ci dà speranza. Tutto questo finirà.

La curva si piega. L'Rt s'abbassa. Fase due.

Osanna.

Ma il tempo sospeso della pandemia è un tempo ciclico.

Ha più a che fare con l'alternanza delle stagioni o con le fasi lunari, che con le rette del nostro misero tempo mortale.

La pandemia ritorna. Batte di nuovo le strade. Intasa gli ospedali.

Collassa polmoni.

Evidenzia le storture del sistema. Ma non tutti hanno occhi per vedere.

La luce di Dio ci acceca o ci illumina?

Così il Leviatano agisce. Il leviatano spera e, sperando, nutre il corpo di illusioni. Torneremo alla normalità. Salveremo il Natale. Chi vuole, potrà lavorare.

Tra qualche giorno la montagna sarà di nuovo spoglia. Un muro grigio e marrone. Contundente. Alberi e rocce, saldati insieme in quell'immutabile profilo geologico.

Li ho osservati per mesi. A lungo. Con attenzione. Cercando in loro il segno del tempo che in eterno, gira e ripete se stesso.

Non ne ho ricavato che indifferenza.

Per loro non sono nulla. Ma loro, per me, sono tutto.

Mi definiscono e io mi definisco in loro.