Mi rendo conto che, più o meno inconsciamente, sto eliminando ogni traccia di vita privata dai social; in particolare quelle tracce visive.

Domenica scorsa, per esempio, sono andato in montagna.

Una ferrata.

Tremila metri di altezza. Mille e cinquecento di dislivello. Lì sopra, viste che sintetizzano acido lattico. Bello. Bellissimo.

Solo un anno fa - lo so perché Facebook mi ricorda di averlo fatto - avrei consegnato ai social quattro o cinque foto scrause. Foto scattate col sudore che colava sugli occhi, le mani aride di polvere di roccia, accecato dal sole.

Domenica scorsa no. Quella precedente neppure. Perché?

Penso che, forse, non ho più voglia di regalare quelle immagini alle piattaforme. Non ho più voglia di contribuire con la mia vita al ciclo digestivo dell'estrazione di valore.

Ma non è solo questo.

Provo una sorta di rigetto verso la mise en scene dell'esistenza che tutto questo comporta. La selezione dell'inquadratura, la scelta della didascalia, l'effetto giusto. Questa regia del vivere che sento alienarmi da ciò che vivo mi risulta ormai insopportabile.

E poi è anche che non ho nemmeno più voglia di regalarla a voi, la mia vita. A voi, sì, a voi che mi seguite, che mi leggete, che mi guardate. A voi pubblico dei social, che sono anche io che produco a vostro uso e consumo ciò che producete a vostra volta.

Non vi/ci viene voglia di dire: "basta"?

Forse avrebbe più senso smettere di produrre immagini. Forse avrebbe senso scrivere tutto. Per effetto della durata stessa, trasformare tutto ciò che vivo in durata. In tempo speso e passato.

Forse lo farò.

Forse ci sarà tutto questo in ogni riga che scrivo e scriverò, da oggi in avanti.

Chissà.