Riaprire tutto.

Questo l'assordante refrain che il capitale non smette di suonare nelle ultime settimane. Poco importa che durante tutta l'emergenza sia rimasto aperto, da remoto o in presenza, oltre il 55% delle attività produttive.

La riduzione a meme del reale, quando non travalica nella mistificazione ideologica, apparecchia per il nostro immaginario immagini di blocco totale da contrapporre allo scenario desiderato.

Riaprire tutto. Riaprire subito. Altrimenti sarà catastrofe.

Starnazza così la voce del realismo capitalista.

A farmi da paraorecchie, per caso e non per progetto, è la lettura di Operai e Capitale di Mario Tronti.

Il testo, caposaldo dell'operaismo italiano degli anni '60, è ostico. Non ho grande abitudine con l'idioletto della teoria politica e mi mancano molte basi date per scontate.

Eppure, a tratti, la lettura mi trascina nel suo gorgo, mi cattura per la forza delle prosa e dei concetti tratteggiati. Una frase mi colpisce.

Ci si chiede: che cosa ci sarà dopo? E noi rispondiamo: certo, non la crisi catastrofica del sistema.

Il gioco del capitale è convincerci che la crisi del sistema sarà catastrofica. Certo, ma per chi? Dice ancora Tronti, qualche paragrafo più sopra:

Il blocco, anche momentaneo, della produzione è quanto oggi non viene sopportato: bisogna dunque bloccare la produzione, in punti strategici.

Dunque se sarà catastrofica, la crisi del sistema, lo sarà soprattutto per chi questo sistema lo domina e lo presiede.

La classe lavoratrice avrebbe più vantaggi nel pensare alla catastrofe come Bifo, quando scrive:

io mi permetto di dissentire dal catastrofismo dell’Economist, perché intendo diversamente la parola «catastrofe», che significa, nel suo etimo «svolta oltre la quale si vede un altro panorama». Kata si può tradurre come oltre, e strofein significa muoversi, spostarsi.

È con questo rovesciamento, con questo cambio di paradigma che

siamo andati oltre, abbiamo compiuto finalmente quel movimento che le lotte coscienti determinate e loquaci di cinquant’anni non sono riuscite a compiere. Tutto si è fermato o quasi tutto, ora si tratta di rimettere in moto il processo, ma secondo un altro principio, il principio dell’utile e non quello dell’accumulazione di astratto. Il principio dell’uguaglianza frugale di tutti, non quello della competizione e della disuguaglianza.

In questo primo maggio di seconda fase, mentre, scrive come se fosse ieri Tronti dal 1964,

il governo annuncia pallide misure anticongiunturali e definisce allarmante la situazione economica, facendolo credere solo ai partiti di sinistra, i capitalisti attaccano direttamente, e per conto loro, il punto decisivo, il livello operaio, con questi precisi obiettivi: ridimensionare la piena occupazione, ricostituire un margine di sicurezza nell'esercito di riserva, strutturare di nuovo, al suo interno, la giornata lavorativa, riqualificare a livelli più alti la forza-lavoro, guidando meglio la sua mobilità e tagliando i costi di produzione: tutto per ottenere, senza chiedere, una tregua salariale di fatto.

il nostro obiettivo deve essere riscoprire la forza operaia per

forzare i livelli alti della lotta, battere in questi punti la spontaneità operaia, imporre il carattere aperto dello scontro, rovesciare il culto della passività in lotta aperta, trascinarsi dietro, con questo tipo di violenza, le vecchie organizzazioni. In queste condizioni, nessuna forma di iniziativa operaia può sostituire la forma di lotta tradizionale e fondamentale: lo sciopero di fabbrica, lo sciopero di massa.
Ci si chiede: che cosa ci sarà dopo? E noi rispondiamo: certo, non la crisi catastrofica del sistema.