È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto è il titolo con cui abbiamo scelto di pubblicare il manifesto dell'edizione #0 di Breach Festival. Nel testo abbiamo provato a tracciare un bilancio degli ultimi dieci anni di evoluzione del nostro rapporto con le tecnologie, scegliendo le Primavere Arabe come evento in grado di inaugurare il decennio, configurando l'orizzonte di un tradimento che si è consumato negli anni successivi.

Da allora sono passati dieci anni. La luna di miele con le tecnologie digitali si è interrotta, e nel modo più brusco. Il datagate prima, Cambridge Analytica poi hanno rivelato a chiunque quanto radicale fosse la riprogettazione della nostra vita e della nostra società incorporata nel modello di business delle piattaforme digitali. Il percolare della connettività in un vastissimo numero di oggetti della vita quotidiana ha come obiettivo quello di aumentare la produzione di dati, trasformando ogni aspetto della nostra esistenza in un data point a uso e consumo di processi d’estrazione e accumulo di valore che si sono fatti sempre più aggressivi. L’unica differenza che c’è tra il vasto sistema di sorveglianza digitale messo in piedi dallo stato cinese e il livello dell’estensione del tracciamento dei possessori di smartphone americani è il tipo di burocrazia a cui rispondono. Di stato il primo, aziendale il secondo.
È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto
Governare le nostre vite ed estrarre da loro ogni valore possibile è la pretesa, più o meno celata, del capitalismo digitale e delle sue piattaforme: è ora di immaginare un’altra rivoluzione digitale, e la prima edizione del festival culturale Breach alla Libreria Arvultùra parte proprio da qui.
Continua a leggere "È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto" su Che Fare