C'è un aspetto che mi sembra sia stato ingiustamente trascurato, sottovalutato, tra i tanti che sono stati dibattuti a proposito dell'editoria digitale quando, qualche anno fa, gli ebook hanno fatto il loro ingresso sul mercato diventando un prodotto di massa.

È lo scollamento tra il contenuto di un libro e il suo supporto. L'ebook, che è una serie di informazioni codificate in un linguaggio di programmazione, smaterializza quel parallelepipedo di fogli di carta rilegati. Un oggetto che centinaia di anni di dimestichezza con le tecnologie di stampa ci hanno portato a identificare con l'idea stessa di libro.

Ma non è così. Di un libro contano (soprattutto) le parole, il modo in cui l'autore le accosta le une alle altre usando un sistema definito di regole, le immagini che suscitano, i concetti che esprimono. Che lo facciano su un supporto materiale, sensibile, o attraverso un formato immateriale fa poca differenza.

È vero che nel processo di digitalizzazione il libro perde una forma, e di conseguenza anche una serie di abitudini d'uso, consolidatasi nel corso di centinaia di anni. È un processo che ha un impatto molto più elevato di quello che ha avuto, per esempio, la digitalizzazione del film, un oggetto culturale che si è dato come ontologicamente separato dal suo supporto materiale fin dalla sua prima apparizione.

Quanti di voi hanno mai toccato una striscia di pellicola? Non credo molti.

Ma il fatto che gli aspetti sensuali del libro (le sensazioni tattili, l'odore della carta) vennero e vengono ancora usati come argomentazione per giustificare la resistenza alla digitalizzazione mi pare sia un sintomo di quanto questo snodo sia rimasto poco compreso e, soprattutto, poco esplorato nelle sue conseguenze.

Non lo farò qui e tantomeno adesso. Mi premeva però sottolineare questo passaggio, perché sono convinto che la smaterializzazione del libro sia un merito che dobbiamo riconoscere alla digitalizzazione. Perché può aiutarci a elaborare una relazione più distaccata con questo oggetto culturale.

Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere un post in cui Massimiliano Parente [inserisci inciso random in cui ironizzo su chi è Massimiliano Parente] fa il solito esercizio di stile edgy, in cui un giornalista con ambizioni da intrattenitore commenta un fenomeno di costume di cui non sa e non ha capito nulla. Un genere diffuso a tal punto, che mi chiedo quando il mercato arriverà a saturazione per liberarci da questa piaga.

L'argomento era il bookblogging. O, meglio, le bookblogger. Il pezzo è sessista al punto che la cosa più sensata che da fare è andare immediatamente a seguire le persone colpite sui social, in segno di solidarietà.

Di questo trascurabile episodio, che verrà, com'è giusto, archiviato al più presto, mi ha colpito una cosa. Il fatto che in molti abbiano provato a spigolare il post di Parente, sostenendo che almeno su una cosa avesse ragione: la mercificazione del libro.

Alle bookblogger viene imputato il reato d'aver trasformato il libro in complemento d'arredo, alimentando un modo di parlare di libri che è, di fatto, marketing. Anche in questo caso, e in modo opposto rispetto al discorso relativo alla sua digitalizzazione, il discorso sul libro ruota intorno alla sua natura di oggetto fisico.

Nel primo caso questa viene chiamata in causa come forma di resistenza al cambiamento. Nel secondo, invece, come sintomo di un decadimento, di una perdita d'aura.

Ridotto a complemento d'arredo negli scatti delle bookblogger, sembra dire chi prova a recuperare qualcosa dal discorso ignorante e offensivo di Parente, il libro perde quello status culturale che gli assegna una qual certa proprietà sacra, la capacità di apportare valore al capitale reputazionale di chi lo possiede e ostenta con esso un rapporto elettivo.

Poco importa il fatto che il libro sia da sempre stato progettato, prodotto, confezionato, distribuito e venduto come una qualsiasi altra merce. E, come qualsiasi altra merce, prende parte al processo di produzione del capitale.

Non sono le foto delle blogger a trasformare il libro in complemento d'arredo. Il libro è sempre e comunque un complemento d'arredo, perché esserlo è nella sua natura di merce.

L'aura del libro, se di aura vogliamo parlare, o il suo valore culturale stanno nell'articolazione dei segni di cui esso si fa medium, mezzo di trasporto.

È questa confusione tra supporto e contenuto che fa gridare allo scandalo quando, in polemica con le idee che veicolano, si vandalizzano i libri di Salvini. La stessa confusione spinge certi ambigui influencer a dichiarare, in nome di un malinteso concetto di tolleranza, di voler acquistare i libri di un editore fascista per supportarlo dopo che una mobilitazione antifascista lo ha cacciato dal principale evento librario italiano.

Perciò, ben venga la smaterializzazione del supporto, se questa avrà come effetto collaterale quello di disperdere la nebbia che porta continuamente a confondere ciò che di un libro conta davvero, le parole e le idee, con ciò che invece conta poco o nulla, la sua forma fisica.

Per farlo è urgente superare quell'idea di politica culturale che in Italia fa egemonia da almeno 30 anni nel dibattito e ricostruire un'idea di cultura che sia in primo luogo politica. Uno strumento di azione e intervento sulla realtà che ci circonda, non un mezzo per accumulare capitali, qualunque sia la loro natura.