Alcuni punti su cui ragionare a partire dal dibattito sulla presenza al Salone del Libro della casa editrice Altaforte.

Edit: ho riportato il riferimento al paragone tra Altaforte e le edizioni AR fatto da Christian Raimo in modo non corretto. Anche Raimo sottolineava la differenza tra i due casi. Purtroppo lo faceva in un post poi cancellato e la memoria mi ha tradito. Correggo il testo, lasciando tra parentesi quadre la frase scorretta.

Su quanto sta accadendo intorno al Salone del Libro di quest'anno collassano tantissimi piani diversi. Il piano dei rapporti, quello del dibattito culturale, il piano politico e anche quello della militanza. Una complessità che non aiuta ad articolare un discorso, soprattutto adesso che il quadro è in divenire e di ora in ora ne mutano gli assetti.

Ecco perché in questo post cercherò di stare lontano da ogni tentazione di totalizzare quello che sta succedendo, preferendo fare appello alla natura terapeutica della scrittura.

La definisco tale perché se io, come altri, sono riuscito a non crollare dietro all'eruzione di emotività che questo evento ha scatenato è anche perché la scrittura, sotto forma di conversazione sui social network, mi ha aiutato a scaricare la tensione e a schiarire le idee.

Ma di questo parlerò meglio e più avanti. Per iniziare vorrei chiarire il campo da un equivoco.

Cosa non è Altaforte

Altaforte non è semplicemente un editore neofascista. Altaforte è la piattaforma culturale di Casa Pound. Fa parte a pieno titolo del suo progetto imprenditoriale. Come il marchio di abbigliamento Pivert, che con Altaforte condivide la proprietà nella persona di Francesco Polacchi, che di fronte alle polemiche non ha esitato a definirsi fascista.

Ad Altaforte dunque non mancano certo visibilità, riconoscibilità e pubblicità. Presso il suo pubblico di riferimento le ha in quanto emanazione di un partito politico il cui progetto sembra quello di costruire con ogni mezzo una presenza forte nel tessuto sociale.

Può contare insomma su una consolidata rete di militanti e simpatizzanti che non solo ne costituiscono i principali clienti, ma diventano veri e proprio ambasciatori del marchio. Tanto è vero che è grazie all'impegno di queste persone che Altaforte può contare oggi su due librerie collegate al marchio: una a Bolzano e l'altra a Piacenza.

Quanti "piccoli" editori possono dire e fare altrettanto? Quanti piccoli editori avrebbero la forza di pubblicare un libro intervista col politico più popolare del momento?

Il paragone che molti hanno fatto [Christian Raimo ha fatto] con le edizioni AR di Freda risulta così poco centrato. A dispetto delle responsabilità enormi che Freda porta sulle spalle, il suo marchio non ha gli stessi legami e ramificazioni che ha Altaforte, la cui presenza nel principale evento librario italiano rappresenta un problema per tutti coloro che si riconoscono nei valori antofascisti, militanti e/o costituzionali.

Ma fino a giovedì la partecipazione di Altaforte non avrebbe dovuto essere il problema principale.

Il problema è la piattaforma

Uno delle pratiche più efficaci elaborate di recente nel mondo anglosassone di fronte al montare di partiti e movimenti di estrema destra consiste nel sottrar loro le piattaforme di comunicazione.

Impedire a rappresentanti, portavoce e influencer l'accesso ai luoghi fisici e digitali da cui diffondere il loro messaggio ne riduce la portata fino quasi ad annullarla; con buona pace di chi non ha ancora capito che il fascismo non è un'idea da dibattere nell'app store del pensiero, bensì un set di azioni da combattere

È corretto dunque il modo in cui mercoledì scorso, dalle pagine di Lavoro Culturale, Nicola Perugini ha posto la questione ai vertici del Salone del Libro, chiedendo loro perché la manifestazione si prestava a fare da piattaforma a un editore neofascista. Il punto, fino a giovedì, dovrebbe essere questo e ogni azione, fino a giovedì, dovrebbe essere mirata a fare pressione sugli organizzatori del Salone del Libro per far capire loro che la scelta di fare da piattaforma ad Altaforte ha delle conseguenze.

Chi ha scelto di disertare l'evento aveva questo come obiettivo. Porre chi organizza il Salone di fronte a una questione politica, colpendolo dove gli fa più male ovvero nei numeri. Il Salone del Libro è infatti una fiera che vive della vendita di un programma di eventi e della presenza di tanti editori in un solo luogo.

Più eventi ci sono, più editori partecipano, più sono i biglietti staccati e il risultato dell'equazione decreta il successo o l'insuccesso della manifestazione. Basta dare uno sguardo ai comunicati di chiusura di ogni edizione passata per rendersi conto che funziona in questo modo.

Fare pressione su chi avrebbe potuto sottrarre la piattaforma ai fascisti e farne emergere la responsabilità e l'inadeguatezza delle risposte avrebbe dovuto essere l'obiettivo comune della costellazione antifascista che si è mobilitata in questi giorni. Al centro del dibattito, invece che spaccarsi sull'opportunità o meno di partecipare alla kermesse, avrebbe dovuto essere posta la questione relativa a come sabotare il Grande Evento Spettacolare.

Col senno di poi, ovviamente, sono bravi tutti. Ha comunque senso chiederci perché non è andata così.

Fuori dalla palude delle passioni tristi

La prima critica rivolta a chi sceglieva la diserzione dal Grande Evento Spettacolare è stata quella di poterselo permettere. Che tra i primi ad aver preso questa posizione siano stati i Wu Ming forse non è un caso. Per quanto ingenerosa, la critica tocca un punto dolente.

Per chi non ha le spalle larghe e una comunità solida a cui fare riferimento come il collettivo bolognese rinunciare al Salone è una scelta che implica un notevole sacrificio. Per un piccolo editore quei giorni sono quelli in cui fattura una buona fetta del suo anno fiscale; mentre per un autore esordiente, un editor alle prime armi, un curatore che sta iniziando il suo percorso nell'editoria sono momenti importanti per la costruzione della propria carriera.

Di fronte alla possibilità di un boicottaggio sono queste le cose che vanno pesate ed è umano e comprensibile farlo. Lo sprezzo della vita è roba da fascisti. Se siamo diversi da loro è perché non abbiamo il fetish della bella morte e se dobbiamo combattere lo facciamo con la paura per quello che potremmo perdere. È per questo che i fascisti hanno perso ogni guerra, perché gli manca la prospettiva di cosa viene dopo.

Mi pare tuttavia che nelle prese di posizione e nei comunicati dei soggetti più vulnerabili buona parte di questi fattore "esistenziali" siano o rimasti confinati alla sfera delle conversazioni più o meno private, più o meno sicure; oppure finiti sepolti sotto una retorica resistenziale o barricadera che vorrebbe il Salone del Libro come un campo di battaglia da contendere ai fascisti e non prende in considerazione che la ritirata non è solo un'opzione dopo la disfatta ma, spesso, è la chiave con cui si vincono le guerre.

La sensazione è che abbia prevalso un senso di isolamento, di solitudine, la consapevolezza che mancasse, alle spalle, una comunità in grado di supportare la scelta della diserzione. Credo però che quella comunità esistesse. Magari non organizzata o non immediatamente riconoscibile. Ma le reti di supporto, i network, le relazioni esistono e lo ho viste mobilitarsi in questi giorni dibattendo sui social, riflettendo collettivamente e provando a immaginare e costruire soluzioni con una febbrilità vista di rado negli ultimi tempi.

Credo sia stato anche merito di questo agitarsi molecolare se la questione è montata al punto che, dopo Wu Ming, anche altri - Zerocalcare, Ginzburg, Piumini, il Museo di Auschwitz, la casa editrice People di Pippo Civati - hanno scelto di disertare il Grande Evento Spettacolare mostrando che quella scelta si poteva fare.

Cosa sarebbe potuto succedere se davvero la si fosse discussa con la consapevolezza che alle spalle di chi l'avrebbe presa c'era una comunità pronta a sostenerlo? Se c'è una lezione che dovremmo portare sempre con noi dagli scritti del Comitato Invisibile di recente pubblicati in Italia è che c'è una forza imprevedibile nelle relazioni che si stringono nel momento della lotta.

Teniamolo a mente, perché da giovedì la questione, per chi ha scelto di essere al Salone del Libro di Torino, sarà come comportarsi di fronte alla presenza dei fascisti. Chi spera si ritireranno prende un granchio. Ci saranno e saranno organizzati e pronti a difendersi. Dopo tutto è una reazione è ciò che ogni provocazione chiede per poter funzionare.

Ma chi ci sarà e agirà una cosa tenga a mente. Non siete soli, avete noi alle vostre spalle.