Avete presente la sensazione che le scelta che state per fare potrebbe esporvi a un rischio potenzialmente letale? Dall’ultima volta che mi sono trovato a provarla è passata giusto una manciata di mesi.

Il primo week end di giugno del 2019, dopo un mese di freddo e tempo infame, spinto dalla “malattia dei sassi”, ho deciso di salire in montagna per inaugurare la stagione con un’ascensione in quota. L’escursione che circumnaviga la Roda de Vaèl salendo dal rifugio Paolina fino al passo del Vaiolon è un percorso semplice, adeguato come prima uscita.

Mi preoccupa soltanto la neve. In maggio ne è caduta parecchia, come non si vedeva da tempo e come, forse, non si è mai vista. Le cime sono ancora imbiancate. Perciò, per farmi un’idea della situazione, passo la sera prima della partenza a controllare le webcam di rifugi e impianti di risalita della zona.

In quei giorni, lo zero termico è stabilmente attestato sui 4000 metri d’altezza e i bollettini mostrano come la neve si stia sciogliendo a gran velocità. In alcune zone delle Alpi si è passati da 320 a 160 centimetri nel giro di dieci giorni.

Le immagini sono rassicuranti. Di neve ce n’è, ma i sentieri sembrano sgombri. La decisione è presa, la mattina dopo parto di buon'ora. Nel bagagliaio della macchina porto due paia di scarponi. Le scarpe da trekking leggere e gli scarponi alti, con la suola spessa, in Vibram. Valuterò all’attacco del sentiero quali indossare. Sul posto potrò farmi un’idea più precisa delle condizioni del terreno.

Alla fine scelgo gli scarponi alti. E faccio bene. La prima parte del percorso, che dal passo di Costalunga sale prima al rifugio Paolina e, poi, al passo del Vaiolon è esposta a sud-ovest, perciò è perlopiù sgombra. Eppure dopo un po’ mi ritrovo a camminare circondato da cumuli di neve alti diversi metri.

Gronda acqua un po’ dappertutto. Il disgelo ha formato rivi e cascate, riempiendo l’aria di uno scroscio continuo e fragoroso. In più di un tratto il sentiero è bagnato e il fango s’appiccica alla suola. Poi, un paio di centinai di metri più in basso del Vailon, eccolo che compare. Uno spesso strato di neve ricopre il sentiero che sale verso il passo. Vedo numerose orme che seguono le serpentine del percorso, fino a farsi risucchiare dalle stretto imbuto che conduce in alto, là, dove attacca la ferrata che sale in cima alla Roda de Vaèl.

Se è già passato qualcuno, significa che è il percorso è fattibile. Il pensiero mi rincuora e mi sostiene mentre affronto l'ultima pendenza, quella che mi separa dal punto più alto che toccherò quest’oggi. La neve, resa cedevole dalle temperature, non aiuta la salita. Sprofondo più volte fin quasi al ginocchio e devo moltiplicare lo sforzo per menare il passo. Per fortuna ho con me i bastoncini. Quando la neve m’inghiotte posso fare forza sulle braccia per tirarmi fuori. Mi costa un po’ di fatica in più, ma non è un problema insormontabile. Alla fine, dopo qualche bestemmia, raggiungo il passo.

L’aria fredda che s’incanala tra le pareti mi accarezza le guance, ma il suo tocco è mitigato dal calore del sole, che vedo per la prima volta da quando sono partito, visto che fino a quel momento è sempre stato al di là della cima.

Il cielo è limpido, screziato qua e là da poche nubi, che corrono veloci. Oltre il passo, là dove dovrò scendere appena avrò recuperato un po’ di fiato, brilla una distesa di neve. Troppa neve. Molta di più di quella che mi sarei aspettato da questo versante della montagna che, pur essendo esposto a nord-est, è comunque illuminato dal sole per diverse ore al giorno, visto che alle sue spalle non ci sono pareti a fargli ombra.

La solita fila di impronte mi rassicura. Se qualcuno è già passato da qui, significa che si può fare. Recupero le mie cose e vado avanti.

Il sentiero taglia un dirupo che termina su uno strapiombo. Decido di passare qualche decina di metri più in alto, sopra una serie di roccette. L’idea che la neve mi ceda sotto al piede, facendomi scivolare non mi aggrada. Scelgo un po’ di fatica in più in cambio di un passaggio più sicuro. Chi mi ha preceduto ha fatto la stessa scelta. Decido di fidarmi ancora di loro, le mie guide invisibili e sconosciute.

Supero l’ostacolo e scendo leggero verso il bordo di un catino. Le orme ne costeggiano il bordo e poi...spariscono.

Guardo alla mia destra, un piccolo crepaccio innevato scende verso il basso, dove scorgo il sentiero che dovrebbe portarmi al rifugio, riesco anche a vederlo, qualche chilometro più in là. Purtroppo non vedo indicazioni e non mi fido a scendere. Se non fosse quello il sentiero? Se al fondo di quel piccolo crepaccio ci fosse una parete potrei restare inchiodato. Riuscirei a risalire a quel punto? Non voglio correre il rischio, perciò decido di affacciarmi a un secondo crepaccio, che scorgo un poco più in basso. Forse il sentiero passa di là e le orme dei miei predecessori fantasma sono state cancellate da qualche smottamento della neve. Non ci sarebbe nulla di strano, la parte finale di quest’avvallamento tra le cime funziona di certo come un collettore e non è sciocco pensare che la neve scivoli costantemente dall’alto verso il basso mano a mano che s'attuano gli effetti del disgelo.

Scendo il pendio e mi avvicino al secondo dei due beccucci dell’imbuto. Mi affaccio per capire se il sentiero passa di qui. Non vedo alcun segno. Anche questa volta non mi fido a scendere per il crepaccio. Per quanto mi sporga non riesco a vedere cosa c’è alla fine e non voglio rischiare di trovarmi in una situazione spiacevole.

Nella mia mente comincia a farsi strada un dubbio.

Torno verso il centro dell’avvallamento. Ho bisogno di trovare un posto da cui osservare il terreno. Flash della mappa dell’escursione consultata su un sito internet in fase di pianificazione dell’uscita mi balenano in testa. E se dovessi valicare la parete nord dell’avvallamento? Ma no, che dico, il profilo altimetrico prevedeva una sola salita, poi discesa. Ne sei sicuro? Non ricordo. E se fosse così?

Bestemmio.

Al pensiero di trovarmi di fronte a un altra salita le gambe si fanno molli. Bestemmio ancora. Un crampo m’indurisce il quadricipite. Porca puttana, ogni volta! Ogni cazzo-di-volta. Dovrà mica cominciare a portarmi dietro il potassio?

Bestemmio, questa volta a voce alta.

Poi mi guardo intorno e penso che alzare la voce in mezzo a un catino ricoperto di neve non sia la migliore delle idea. Ok il disgelo, lo zero termico a 4000 metri, ma se viene giù una slavina mi trovano a luglio, surgelato.

Stringo i denti e m’inerpico in cima a una collinetta, proprio al centro dell’avvallamento. Mi lascio cadere su una roccia che emerge dalla neve. I muscoli delle gambe gridano per lo sforzo. Ansimo, la gola raschiata dall’aria fredda. La pelle della fronte e delle braccia scricchiola, ustionata dalla luce del sole che si riverbera sul tappeto di neve.

Eccomi qui, all’inizio di questo racconto, nella condizione di dover fare una scelta che, sono abbastanza sicuro, potrebbe espormi a un rischio letale. Già me lo vedo, il funerale. Amici e conoscenti stretti intorno al feretro, l’atmosfera grave. Poi la mia compagna che prende il microfono: “m’ha lasciata sola, quel coglione. Sola con un figlio. Testa di cazzo”. Mic drop. Silenzio. Imbarazzo. Preferirei evitare di andarmene così.

Studio la situazione. Inerpicarsi sulla parete nord dell’avvallamento è fuori discussione. Primo, non mi pare ci sia traccia di alcun sentiero. Secondo, affrontare quella salita in queste condizioni è una follia. Le gambe non mi reggerebbero. C’è una sola cosa da fare, scegliere uno dei due crepacci e sperare che sia quello giusto.

Mi rimetto in piedi. Taglio l’avvallamento e risalgo verso il primo. Lo raggiungo. Mi affaccio per la seconda volta. È ripido, ripido e pieno di neve. Non ho visuale. Lo scarto. Scendo di nuovo verso il secondo. Studio la situazione meglio di quanto avessi fatto prima. Il pendio sopra cui mi trovo digrada con più dolcezza rispetto al primo crepaccio.

Guarda lì, sembrano quasi dei gradini. Forse è una traccia. Ma sì, è una traccia.

Comincio a scendere, con calma. Studio ogni passo e pure i due che dovrò fare dopo. Meglio evitare di scendere troppo in basso, se capissi che quella via è impraticabile avrei meno salita da dover rifare. Per fortuna non va così. Continuo a scendere. Arrivo alla parte più stretta della spaccatura.

Ci sono almeno un paio di metri da scendere con la faccia alla parete, poi, più sotto, passato il salto, il terreno sembra più agevole. Lancio i bastoncini di sotto e mi giro.

Pianto i piedi su due appoggi, poggio la destra su uno sperone e afferro una roccia con la sinistra. La roccia cede. Mollo la presa, sperando resti lì. Ma cade, cade e mi colpisce un ginocchio. Il dolore mi mozza il fiato.

Bestemmio in silenzio mentre ascolto la roccia frantumarsi più in basso.

Meno male che ero ben poggiato, se mi fossi affidato solo a quella roccia probabilmente sarei volato di sotto. L'ansia e la voglia di levarmi d'impaccio hanno fatto a gara con l’esperienza, per fortuna ha vinto quest'ultima.

Da quel punto in avanti mi prendo il tempo per saggiare la tenuta di appigli e appoggi. Arrivare al terrazzino sottostante si rivela cosa da poco. Da lì al sentiero principale sono poche centinaia di metri, da fare tra le rocce. Ce l’ho fatta, ho preso la decisione giusta.

Arrivo al rifugio con le gambe di burro. Entro e ordino una coca e una fetta di torta per placare il calo di zuccheri. Il ragazzo al bancone mi chiede da dove vengo. Dal Vaiolon, rispondo. Mi guarda come si guarderebbe uno un po' tocco ma che, comunque, merita rispetto. Ah, mi fa, e c’è neve? Fino al passo poca, dopo molta di più, gli dico. E inizio a raccontare.

Mezz’ora dopo ho recuperato la mia baldanza e saltello lungo strada del ritorno. Ripenso all’avventura appena trascorsa. Al percorso che mi sono lasciato alle spalle. Dovrei tornare quest’estate, penso. Magari potrei completare il giro salendo alla Roda de Vaèl per la ferrata. L’itinerario è perfetto per la stagione calda. Se parti presto, la mattina fino al Vaiolon sei in ombra. Di certo non soffrirei il caldo. In quell’imbuto tira una bella arietta, specialmente quando ti avvicini alla scaletta di metallo che serve a superare quella roccia piantata in mezzo al sentiero.

Un cane mi passa davanti agli occhi. Anzi, salta. Abbaia e salta e guaisce. Prova a raggiungere il padrone, che lo chiama dalla cima della scaletta. Io sono ancora alla base.

Non è la prima volta che faccio quel giro. Il ricordo è appena riaffiorato da un recesso della memoria. Anni prima, con due amici e un cane facemmo lo stesso giro. Non riuscimmo a completarlo, l’animale non ce la fece a salire la scaletta e noi decidemmo di tornare indietro. Forzarlo non aveva senso. Quel giorno era l’11 settembre del 2001.

Quando tornammo a valle ricevemmo un SMS, parlava di un aereo contro le torri gemelle. Rimanemmo un po’ interdetti. Ma di cosa parla? Ci mettemmo in macchina per tornare a casa e accendemmo la radio, ma c'erano soprattutto scariche. Carpimmo brandelli di conversazione, ma senza immagini era impossibile dare un senso alle parole. Ricordo che ci sentimmo sbigottiti. Gli arabi, ripetevamo, sono stati gli arabi e ci chiedevamo cosa ne sarebbe stato della Palestina. Non vidi le immagini dell’attacco che arrivato a casa. Mio padre stava davanti alla televisione. Fino a quel momento avevo immaginato un Cessna.

Avete presente la sensazione che le scelta che state per fare potrebbe esporvi a un rischio potenzialmente letale?