C'è un post, non ricordo bene il titolo, potrebbe essere una policy dei commenti, in cui Mark Fisher prova a fare un bilancio della sua attività da blogger. L'ho letto qualche mese fa, sfogliando la raccolta di K-Punk che Repeater Books ha pubblicato poco meno di un anno fa.

In quel post, Fisher riflette sull'introduzione della sezione commenti, avvenuta by default, notando come l'upgrade avesse aumentato il lavoro a carico del blogger, abbassando la qualità delle interazioni.

Gestire il flusso dei commenti significa non solo leggerli, ma anche rispondere, argomentare; tenere i fili della conversazione, impedire che essa deragli e, di conseguenza, stabilire delle linee guida per indirizzarla e, una volta stabilite, operare affinché la community le rispetti. Non c'è quindi solo lavoro editoriale. C'è anche una parte di lavoro poliziesco.

Inoltre, ricorda Fisher ed è la cosa più importante, quando non c'erano i commenti l'unico modo per rispondere a un post era scriverne un'altro e così via. Un circolo virtuoso in cui alle dinamiche di botta e risposta veniva imposto un tempo di latenza, quello della scrittura, necessario per l'elaborazione della risposta.  

Quell'intervento mi è tornato in mente leggendo L'amore è fortissimo, il corpo no, l'epocale riflessione in due parti (parte 1 e parte due) con cui Wu Ming tira le somme di un decennio di presenza in rete, chiudendo una lunga parentesi di sperimentazione.

Col suo andamento anamnestico, è un testo con cui vale la pena confrontarsi.

Non solo per il modo in cui ricostruisce la traiettoria di sviluppo seguita dai social network in questi anni, mettendo in evidenza come scelte di design funzionali allo sviluppo di un preciso modello economico - quello basato sull'estrazione e la messa a valore dei dati degli utenti - abbiano determinato comportamenti alla base del progressivo decadimento della qualità delle relazioni coltivate attraverso i social.

Ma anche per le prospettive che apre sulle possibilità e gli strumenti che abbiamo a disposizione per (ri)costruire la nostra presenza in rete. C'è un passaggio che mi preme sottolineare, ed è il seguente:

A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.
Una nuova blogosfera post-social è possibile. Anzi, il suo formarsi è altamente probabile, mentre il futuro di Twitter è pieno di incognite e Facebook potrebbe presto restare schiacciato dal suo stesso peso. Una blogosfera diversa da quella pre-social, perché potrà avvalersi di nuovi strumenti, e perché la situazione è diversa da quella degli anni Zero.

Sono d'accordo. E non solo perché ho scelto, con ostinazione, di tenere in piedi il sito su cui state leggendo anche nel periodo in cui i blog, personali e collettivi, erano in ritirata (grosso modo dal 2014 fino a oggi). Anche perché, complici proprio la lettura e l'approfondimento del metodo e della scrittura di Fisher, mi è tornata la voglia di curare uno spazio che accolga i miei pensieri al di fuori dal recinto dei social network, commerciali e non.

Avverto anche io la necessità sottrarmi al gioco, al meccanismo e ai comportamenti indotti dai social e dal loro design. È un bisogno, questo, che diventa strategia. Non farsi trovare dove l'avversario si aspetta che tu sia è un modo per "colpirlo", usando il suo stesso impeto.

Il discorso, poi, non dovrebbe appiattirsi solo sulla riappropriazione. Riappropriazione del #tempo, dell'attenzione, delle risorse fisiche e mentali che ci vengono sottratte. Il capitalismo è sempre furto di tempo, anche in assenza di social network. È più, la vedo così, un modo per istituire una distanza, riaffermare una frizione, ricostruire quella latenza necessaria ad aprire un interstizio in cui collocarsi per progettare linee di fuga dal dispositivo.

Perciò, sono d'accordo che il blog sia ancora lo strumento più adatto per tenere insieme quella profondità di riflessione e scrittura del sé, che hanno reso così urgente questa forma di espressione. Il lavoro di Mark Fisher sta lì a dimostrarlo. Solo, quale blogosfera è possibile, oggi?

Ha ragione Wu Ming a dire che una nuova blogosfera è possibile, ed possibile con strumenti nuovi, adeguati alla situazione. Ma quali? Può sembrare una domanda oziosa, non lo è. Perché se è vero che i social network si sono stati fatti evolvere in una direzione ben precisa, anche le piattaforme di blogging non sono rimaste ferme.

Blogspot fa a pieno titolo parte dell'ecosistema Google/Alphabet. Wordpress.com ha da tempo imposto ai suoi utenti la pubblicità, senza alcuna forma di revenue sharing a giustificarne la presenza.

Insomma, anche le piattaforme di blogging hanno ormai da tempo incorporato le stesse dinamiche di gamification dei social network commerciali. Non è un caso che lo standard per la scrittura sul web oggi sia rappresentato da Medium, una prodotto la cui parabola è esemplare in negativo.

Dunque, se l'obiettivo è ricostruire intorno ai blog la nostra presenza in rete, quali alternative esistono? La mia scelta è caduta, fin dall'inzio su Ghost, il CMS su cui è costruito questo sito. Ghost è una piattaforma aperta, progettata e pensata per il publishing professionale. La fondazione che ne cura lo sviluppo si sostiene offrendo pacchetti di hosting e supporto tecnico. In occasione dei 5 anni di attività, hanno pubblicato un post che spiega bene le basi e le evoluzioni del progetto.

Personalmente è una soluzione che apprezzo molto, ma il cui costo, incluse le spese per il dominio, si aggira sui 400€ all'anno. Le collaborazioni pagate con le riviste mi aiutano a coprire la spesa. Questa potrebbe essere ridotta, magari scegliendo un servizio di hosting più abbordabile che però non mi garantirebbe il supporto tecnico da parte del team di sviluppo di Ghost e mi costringerebbe a gestire aspetti tecnici per confrontarmi coi quali mi mancano tempo e voglia.

Per quanto io sia soddisfatto della scelta, sono consapevole che non rappresenta una soluzione alla portata di tutti. Anche questo è un tema. Perché l'idea di una rete a due velocità, regolata da soglie economiche che consentono di accedere a spazi privilegiati, liberati dalle logiche estrattive, è una prospettiva sempre presente, sempre in procinto di trasformarsi in realtà.

Che lungo questa linea di faglia finiscano o finirebbero per riconfigurarsi assetti e privilegi di classe dovrebbero essere chiaro, anche senza dirlo in modo esplicito.

Insomma, la strada che porta fuori dai social commerciali, sempre che se ne voglia uscire (e io ho i miei dubbi sul fatto che sia necessario, utile od opportuno farlo), è tutt'altro che lineare e tracciata. La pista va aperta e non sarà semplice.

Ci vediamo la fuori.