Il racconto della sospensione di una pagina Facebook, qualche riflessione sulla natura delle immagini e su come usarle politicamente all'epoca delle piattaforme.

Ieri mattina un fuoco di sbarramento di segnalazioni ha colpito una pagina Facebook di cui, insieme ad altre persone, sono amministratore. Si tratta di una pagina che pubblica meme di sinistra; contenuti antifascisti, antisessisti, antirazzisti.

Recependo una tendenza in atto nel discorso pubblico, negli ultimi mesi Facebook si è dotata di strumenti capaci di arginare quel fenomeno a cui ci si riferisce con l'espressione "discorso d'odio". La multinazionale ha così deciso di dotarsi di un organo indipendente di controllo, deputato a vagliare sui casi che rientrano in questa definizione.

La rimozione in massa di account e pagine di chiara ispirazione fascista, che nelle scorse settimane ha sollevato feroci polemiche sulla "libertà d'espressione" che dovremmo concedere a queste persone, è stata tra le prime conseguenze di questa scelta.

Sorvolando sulle argomentazioni liberal in difesa della libertà dei fascisti di essere fascisti, fanno già ridere da sé, alcune voci emerse nel dibattito hanno fatto notare con preoccupazione che lasciare arbitrio a una multinazionale di decidere su chi può usare i suoi strumenti per comunicare avrebbe potuto danneggiare anche chi si colloca all'opposto dello spettro politico: ovvero le forze antifasciste.

Preoccupazione legittima. Le pagine di informazione curde e palestinesi sospese da Facebook stanno lì a testimoniare che il social americano è un campo di battaglia come ogni altro. Come non ci sono governi amici, non ci sono amiche neppure le multinazionali. Su questo non ci piove.

Resta il fatto che, a leggerli, i parametri con cui Facebook definisce i termini del "discorso d'odio" risultano per molti tratti ampiamente condivisibili. O almeno io li trovo condivisibili.

E allora perché quei post sono stati segnalati da Facebook e, alla fine della giornata, la pagina oscurata? Provare a rispondere a questa domanda è utile sia per capire secondo quali parametri si sta muovendo Facebook, sia per individuare alcuni limiti di un certo modo di comunicare.

I post segnalati e rimossi dalla pagina aveva tutti un elemento in comune: un riferimento diretto al fascismo. Avevamo ad esempio pubblicato il frontespizio del Mein Kampf, modificandolo con la scritta "il fascismo si cura leggendo, il razzismo si cura viaggiando" per evidenziare quanto quella frase fosse retorica, vuota e inutile. Oppure avevamo ironizzato sui turbamenti di Simone di Stefano dopo le elezioni del 4 marzo, accostandolo a un Pepe The Frog piangente; un riferimento all'ormai proverbiale "vittimismo dei camerati". Tutte cose così.

Il che mi porta a escludere che la pagina sia entrata nei radar dei revisori di Facebook a causa della recente equiparazione del comunismo al nazismo da parte del Parlamento Europeo. Più semplicemente, Facebook non ha colto il lato critico delle nostre operazioni semiotiche.

Ha visto Hitler e, giustamente, si è chiesta per quale motivo dovesse ospitarlo sulla sua piattaforma. Voi lo invitereste a casa vostra? Io col cazzo.

Insomma, possiamo girarci intorno quanto ci pare, Hitler è e resterà sempre Hitler anche quando giochiamo con la sua immagine nel modo più raffinato e distruttivo possibile.

Qui, nel modo particolare di essere che hanno le immagini, sta, forse, uno dei limiti delle operazioni di propaganda politica che sfruttano la memetica come arma. Se è vero che, da una parte, le immagini acquistano senso solo in relazione alle etichette che le descrivono; è altrettanto vero che, dall'altra parte, esse conservano un residuo il cui senso è irriducibile e sfugge a qualsiasi etichettatura.

È lungo questa linea di faglia che dobbiamo approfondire la nostra familiarità con le immagini, se crediamo che questa forma di comunicazione sia un mezzo utile e potente a nostra disposizione.

Un primo modo per affrontare la questione potrebbe essere quello di capire come possiamo rappresentare il fascismo senza per questo esporci al rischio di rappresaglia delle piattaforme. Da qui potremmo ripartire.