Nel corso di una recente anomalia climatica un glitch nei miei sistemi neuroinformatici mi ha permesso di captare un cablogramma digitale proveniente da un tempo e una dimensione ignoti. L'ho riportato a uso e consumo di altri esploratori.

Della terza guerra mondiale non ci siamo quasi accorti, perché è stata combattuta prevalentemente nel cyberspazio. Le architetture informative dei social media e i grafi dei network sono state il principale teatro delle operazioni. È qui che hanno avuto luogo attacchi e contrattacchi, ritirate e offensive. Memetico l’arsenale con cui si sono svolte le ostilità: una modalità del discorso che abbiamo capito quando ormai eravamo già esangui.

Solo occasionalmente il conflitto si è materializzato al di fuori della dimensione virtuale, creando quelle killbox in cui la violenza conservava tragicamente ogni sua qualità tangibile. E mentre la tempesta infuriava sulla Siria, in Yemen e altrove, in Europa il quarto reich renderizzava se stesso sulla cartina, condividendo il proprio ordine al di sopra delle barriere che ricostruiva, che rimodellava come faceva con le parole, creta con cui plasmare un popolo a propria immagine e somiglianza. Uno a uno, i guardiani del vecchio ordine -  che noi, reietti, comunque non avevamo mai visto di buon occhio - cadevano travolti dalla marea montante.

Avevamo immaginato a lungo quel momento, fantasticando di rivoluzioni e ghigliottine e orologi sparati. Non andò così. Non fu carnevale, ma furono pratica burocratica, timbro e carta bollata che autorizzarono l’esperimento. La forma di governo che avevamo conosciuto coma la più imperfetta, eppure migliore, venne alterata. La democrazia mutata geneticamente in forma autoritaria. Fascismo accelerato 2.0, installato sull’evaporazione di ogni autorevolezza possibile, nel pulviscolo semantico di punti di vista frazionati, ognuno valido di per sé e in costellazione con altri simili, isolati dagli altri sistemi di grandi bolle di senso galleggianti nel vuoto.

Questo l’hardware che rese possibile l’ennesima ricodificazione dei flussi di capitale lungo corsie d’accelerazione tecnologica di cui i tecnici stessi persero ben presto la logica, quando la scintilla di un pensiero inedito illuminò il dimenarsi fino ad allora bulimico dell’intelligenza artificiale che batteva quell’universo in espansione perenne e caotica che erano le nostre nubi di dati e metadati. Solo allora quell’insieme informe venne cartografato, ricodificando ancora una volta il caos nell’ordine normato dallo sguardo colonizzatore. I nostri xenocorpi divennero così stigma e ogni tentativo di craccare il naturale fu  assoggettato alla volontà di potenza. Enhancement corporeo, biohacking prestazionale, psichedelia produttiva, scorci di vita eterna. L’alterità irriducibile del cyborg virata al delirio di onnipotenza.

Fu un massacro, ma siamo sopravvissuti. Decimati, ma siamo sopravvissuti. Siamo fantasmi di suicidi. Spiriti dei morti, infestiamo le rovine del linguaggio e del pensiero, abitiamo i recessi del discorso, le pieghe capovolte della realtà e sfuggiamo ai radar perché ormai le nostre intensità sono cangianti come limatura metallica che danza nell’aria irraggiata di luce. Siamo metallo fuso, mercurio che scivola tra gli interstizi e le crepe della fortezza. E anche se sembra tutto finito, se in apparenza sulla superficie dell’acqua s’è chetata ogni increspatura, noi agiamo dietro le linee perché la guerra è infinita e il dopoguerra è lungo e mai pacificato. L’equilibrio dei campi di forza è instabile e nell’attesa che il rapporto s’inverta sintetizziamo immagini della nuova utopia.