Dopo averne visto il documentario, mi sono chiesto cosa si prova a essere Ghali.

Provo una forte attrazione per i documentari musicali. Mi piacciono molto, ne ho visti tanti e li guardo anche se non conosco l'artista o la band di cui parlano. Perciò, quando su you Tube è stato caricato Dai palazzi ai palazzetti, il documentario sull'ultimo tour di Ghali, me lo sono visto subito.

Ghali mi piace, lo ascolto volentieri e penso sia un artista importante di questi anni. Un po' più schivo degli altri trap kings e di certo più maturo nelle liriche e nei comportamenti. Un'impressione confermata anche dal film che, lungi dall'essere un semplice backstage o una simulazione del concerto, è uno spaccato bello e intimo dell'artista italotunisimo.

Per questo ne ho scritto sull'edizione italiana di Esquire.

Quell’espressione che danza sullo schermo - lo sguardo di un bambino stretto dentro le pareti dell’inquadratura, costretto a sostenere uno sguardo da cui vorrebbe fuggire senza riuscirci - funziona come un tunnel che mette in comunicazione il passato e il presente dell’artista e illumina la sua vicenda di una luce inedita. Si carica così di una qualità disturbante che la rende il segno di un passato che non accenna a spegnersi, diventa un’immagine capace di infestare il presente dell’artista e della sua parabola artistica.

Cosa si prova a essere Ghali?
Le canzoni, il tour, i momenti personali: il documentario Dai palazzi ai palazzetti cerca di rispondere a questa domanda.
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