Scrivo per le persone, non addestro algoritmi

Non è nostalgia, è autonomia. Perché continuo ad avere un blog quando tutti dicono che i blog sono morti.

Scritte digitali su sfondo di nuvole azzurre.
Maya Man - Madeleine’s Notes

Prima di iniziare questo post ho digitato nella barra di ricerca di Google le parole “i blog” e ho lasciato che l’algoritmo completasse la frase coi suoi suggerimenti.

Tre dei risultati (tra i primi cinque) - funzionano ancora, sono morti” e vanno ancora di moda - sembrano dirci che l’intelligenza collettiva della rete ha perso fiducia in questo genere di sito web che, vent’anni fa, era considerato una novità dirompente per la comunicazione.

“Allora perché ti ostini ad avere un blog?”, ha domandato la parte di me che si occupa di alimentare la mia ansia di fallimento.

Non è una domanda sciocca, ho pensato.

“Dovresti scrivere su X oppure su Substack,” ha continuato la stronza “è lì che si fanno i numeri veri, caro mio.”

In effetti potrebbe essere vero. Non dicevano così anche gli autori di quel corso di scrittura digitale a cui mi ero iscritto in autunno?

Mi è venuto il ghiribizzo di controllare. Sono andato a scorrere l’archivio di Gmail, ma non ho trovato nulla. Per sicurezza ho ravanato anche nel cestino. Niente anche lì.

Probabilmente il corso è andato perso perché dovevo fare spazio nell’account.

Che poi, a dire la verità, più che un corso era un’automazione di e-mail marketing travestita da corso di scrittura; una di quelle che i creator usano per sifonare dentro al proprio funnel nuove lead a cui provare a vendere qualcosa.

“Sì, sì, bravo” mi ha canzonato lei.

“Continua pure a raccontarti che l’uva era acerba, mentre aspetti che il mondo ti restituisca quello che pensi di meritare.”

“Taci, infame!” ho esclamato.

Metà del coworking si è girata a guardarmi. Mi sono fatto rosso in viso; in parte per l’imbarazzo, in parte per la rabbia. Ho accennato un mezzo sorriso, un gesto di scuse e chinato la testa sul portatile.

Era arrivato il momento di mettere nero su bianco, una volta per tutte, perché ho ancora un blog nel 2026.

Il motivo principale ha a che fare con il modo in cui viene sviluppato Ghost, il software CMS con cui questo sito è costruito. Nato nel 2013 grazie a un crowdfunding di successo, Ghost è una piattaforma open source per il publishing progettata con in mente i creator di contenuti che desiderano restare indipendenti.

A svilupparla è una fondazione, la Ghost Foundation, che nel proprio statuto esprime due principi fondamentali:

  • non può essere né comprata né venduta;
  • si impegna a reinvestirne nel prodotto e nella sua comunità di utenti il cento per cento delle entrate.

In questo modo previene quella che lo scrittore e attivista digitale Cory Doctorow ha chiamato: enshittification.

Un’espressione - in italiano suona come “merdificazione” o “smerdamento” - con la quale viene indicato il processo per cui una piattaforma smette gradualmente di servire i propri utenti e inizia a fare solo e soltanto gli interessi dei suoi investitori, in una corsa forsennata per ripagare il capitale impiegato per garantirne lo sviluppo e la crescita.

Il fatto che la Ghost Foundation non sia stata finanziata da venture capital come altre piattaforme - Substack o Medium, giusto per citare due dei suoi più conosciuti e diretti concorrenti - riduce il rischio che il suo prodotto non finisca per diventare oggetto di questo processo.

Da questa scelta derivano due caratteristiche che distinguono Ghost da altre piattaforme e che hanno pesato nella scelta che ho fatto.

La prima è il modello di business con cui Ghost finanzia le proprie operazioni: vende hosting e servizi collegati e dunque, diversamente dai suoi concorrenti, Ghost non trattiene una percentuale sulle transazioni tra il pubblico e il creator che ha deciso di monetizzare la propria relazione con i lettori.

In futuro potrei decidere di fare altrettanto senza per questo dover pagare un “dazio” alla piattaforma, che diventerebbe sempre più esoso al crescere della mia audience.

La seconda caratteristica è legata direttamente al modello di business.

Rinunciando alla funzione editoriale delle piattaforme, Ghost non può ridurre la portata dei contenuti attraverso interventi sull’algoritmo di distribuzione perché, beh, Ghost non ha un algoritmo di distribuzione.

Al suo posto ha un’integrazione con il fediverso, chiamata Social Web.

Questa scelta comporta senza dubbio opportunità di crescita meno rapide e impetuose rispetto alle piattaforme dotate di un algoritmo di distribuzione dei contenuti, ma per me non è un problema.

Come ho già avuto modo di scrivere in altre occasioni, scrivo un blog più per creare relazioni con i suoi lettori che per macinare numeri. Un’attitudine che mi permette anche di continuare ad avere un approccio orizzontale ai contenuti.

Chi mi legge regolarmente grazie alla newsletter sa infatti che su questo blog scrivo tanto di argomenti che hanno. Che fare al mio lavoro - strategia, branding, content e copywriting - quanto di argomenti legati ai miei interessi culturali - cultura digitale e visiva, note taking e knowledge management, immaginario alpino e tecnologie belliche.

Se lo facessi su piattaforme basate su algoritmi di distribuzione - che comunque uso per far conoscere il blog - farei molta fatica ad addestrare la macchina a capire in quale nicchia inserirmi e finirei rapidamente messo ai margini dell’ecosistema.

Negli ultimi anni infatti, le piattaforme hanno orientato i loro modelli di business alla creator economy, privilegiando la verticalità dei contenuti alla loro orizzontalità.

Io, al contrario, tengo molto all’approccio eclettico e intempestivo con cui sto costruendo la mia immagine e la mia presenza in rete e che solo un blog, che funziona da hub per tutte le mie attività, mi permette di avere.

E quindi sì: nel 2026 ho ancora un blog.

Non è un atto di resistenza. È più banalmente un atto di igiene.

Mi piace l’idea che, se domani un algoritmo decide che oggi non valgo niente, io possa continuare a scrivere lo stesso.

Mi piace l’idea di non dover “addestrare” una piattaforma a capire chi sono. E mi piace soprattutto l’idea che nessuno - né un investitore, né un growth manager, né la stronza nella mia testa - possa venire qui a dirmi: “Questo formato non performa”.

Performo io.

Vorrei lavorare con te, come faccio?

Ogni progetto in cui mi impegno nasce da una chiacchierata, dal vivo o in call. Se ti va, scrivimi un’email: raccontami cosa stai costruendo e dove senti attrito. Poi troviamo insieme il momento migliore per parlarne.

Scrivimi

☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️

Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni.

Offrimi un caffè!