Alcune note su decolonizzazione, spazio alpino e cultura urbana

Il pensiero decoloniale può aiutare a gestire la crisi dell'immaginario creata dall'impatto del riscaldamento globale sullo spazio alpino? Un'ipotesi di lavoro.

Nube di fumo verde su una cima alpina.
Filippo Minelli - ShapeFM-b
⛰️
Ho scritto il saggio che stai per leggere due anni fa. Avrebbe dovuto far parte di una pubblicazione che tirava le fila di MAUDIT, un simposio dedicato al racconto visivo delle Alpi. Ho perso le tracce della pubblicazione, per questo lo propongo qui.

Sappiamo che le Alpi, le loro immagini e l'immaginario che le mette a sistema, sono il risultato di un processo di costruzione culturale che ha inizio intorno alla metà del Settecento e, pur essendo ancora in corso, trova il suo profilo di scorrimento nel secondo dopoguerra del Novecento quando, grazie all'impetuosa crescita economica delle società occidentali, lo spazio alpino e le terre alte si aprono al turismo di massa.

A dare il là a questo processo sono, nel pieno della temperie illuminista, le élite urbane europee che aprono all’esplorazione e alla conoscenza lo spazio alpino.

Fino a quel momento, nella cultura continentale, le Alpi esistono solo all’interno della dicotomia che oppone l’ager, la campagna coltivata e misurata, al saltus, lo spazio selvaggio e caotico. Dall’interno di questa cornice concettuale, esse appaiono solo come una massa indistinta ed uniforme con la quale non esiste altra relazione possibile se non quella che oppone il pieno al vuoto.

Nell’incontro con le Alpi prende così corpo il tentativo di mappare una porzione di territorio fino ad allora sconosciuto per poterlo illuminare con la luce della ragione che, in quello che finirà per prendere il nome di secolo dei lumi, stava diventando l’unità di misura di tutte le cose del mondo.

Per la prima volta nella storia, le élite urbane europee prendono coscienza della realtà dell’ambiente alpino e le loro credenze si scontrano con le anomalie che questo territorio presenta ai loro sensi.

Viste da vicino, le Alpi dischiudevano la loro natura di rovinio in perenne movimento che, fino a quel momento, era rimasta celata dietro l’apparenza geometrica dei profili delle montagne. A essere instabile non erano soltanto la geomorfologia e la morfogenetica dell’ambiente alpino - caratterizzate da smottamenti, sommovimenti e frane - ma anche il suo clima e la sua meteorologia.

Il repertorio di immagini delle Alpi costituito dopo la loro esplorazione determina le forme con cui lo spazio viene modificato e costruito a sua volta.

Nelle vallate alpine, di questo si accorsero presto gli intellettuali , gli scienziati e gli artisti che si dedicarono alla loro scoperta, potevano essere presenti contemporaneamente elementi climatici di stagioni diverse e i fenomeni meteorologici vi si alternavano con una velocità a dir poco sorprendente.

Per descrivere tutto ciò che emergeva da questo incontro non c’erano parole adeguate e tantomeno immagini o figure retoriche. Fu necessario inventarle.

È per servire questo scopo che vennero coniate metafore come quella del “mare di ghiaccio”, ripresa dalle immagini della Groenlandia, e introdotte similitudini, per esempio quella con la cattedrale gotica. A esse attingeranno copiosamente sia la produzione letteraria che quella visiva che saranno alla base del processo di costruzione delle Alpi.

Tale processo ebbe modo di verificarsi proprio perché lo spazio alpino, incontrato entro la cornice di senso definita dalla dicotomia tra ager e saluts, appariva come uno spazio vuoto di senso quanto di forme e stili di vita, dunque aperto e disponibile. Quindi, tanto più progrediva la sua esplorazione, tanto più prendeva forma quell’architettura della visione che ne ha accompagnato la trasformazione in paesaggio.

Il repertorio di immagini delle Alpi costituito in seguito alla loro esplorazione finì infatti per determinare le forme con cui lo spazio venne modificato e costruito a sua volta.

Il caso più emblematico è quello dello chalet suisse. Come elemento presente nei panorami e nei giardini, questa tipologia architettonica nasce inizialmente nelle città, materializzando l’istanza morale che le contrappone alla montagna ed esprimendo, allo stesso tempo, una forma di “esotismo prossimo”.

Lo chalet suisse emerge dall'intreccio tra il processo conoscitivo delle Alpi, le pratiche di costruzione e figurazione del paesaggio e le culture del pittoresco, diventando così indissolubile dal suo contesto: un elemento dello spazio alpino talmente diffuso, familiare e riconoscibile da poterne costituire uno dei simboli universalmente riconosciuti.

Piccole figure ai piedi di un masso su una vetta alpina.
Caspar Wolf - Ghiacciai della Montagna di Gelten

Il processo di trasformazione dello spazio alpino in paesaggio è perciò quel processo in cui, facendole uscire dalla dimensione della natura, le Alpi vengono accompagnate verso la dimensione urbana, facilitando, da una parte, la loro conoscenza scientifica e, dall’altra parte, la costruzione di un immaginario che finisce per determinarle completamente.

Alla luce di queste dinamiche è possibile leggere alcune successive evoluzioni dello spazio alpino - la nascita dell’alpinismo e il suo prolungarsi nella nascente esperienza turistica - come lo sviluppo di una forma di colonialismo di cui il progetto illuminista di esplorazione, conoscenza e costruzione dello spazio alpino è stato un servo tutt’altro che sciocco.

È la conoscenza scientifica che, operandone la cattura, apre lo spazio alpino allo sfruttamento da parte della città, attraverso l’istituzione di una relazione in cui la seconda, in quanto centro da cui irradia il potere, elabora e custodisce la grammatica che permette al primo di esistere, ma solo come forma periferica e in una configurazione spaziale polarizzata e squilibrata a proprio vantaggio.

Una relazione che continuerà a caratterizzare a lungo il rapporto tra la cultura urbana europea e lo spazio alpino. Basti pensare, per esempio, al modello “urbanistico” della stazione sciistica, che nasce proprio come prolungamento alpino della città industriale, con cui intrattiene una relazione dai tratti simbiotici.

È il caso, in Italia, di Sestriere, comune sorto per regio decreto il 18 ottobre del 1934 dopo che, quattro anni prima, Giovanni Agnelli aveva fatto costruire due alberghi e tre funivie, dopo averne acquistato i terreni per soli 40 centesimi al metro quadrato.

Dirette ai monti Sises, Banchetta e Fratieve, le tre funivie servivano le piste da sci della zona realizzate nella zona che, nel corso del Novecento, venne sviluppata come località turistica di massa la cui vita era strettamente legata a quella della città di Torino e degli stabilimenti industriali della FIAT di cui lo stesso Agnelli era stato fondatore nel 1899.

È alla luce di questa relazione con la città che il modello della stazione sciistica invernale viene concepito come un grande dispositivo di scambio, che regola il passaggio dell'utente attraverso una serie di stati diversi in una precisa coreografia meccanica.

Gestendo la trasformazione del suo utente da cittadino a sciatore (passando per automobilista o passeggero), la stazione sciistica opera come una fabbrica, applicando il modello fordista della catena di montaggio alla soggettività dell’operaio massa che, nel corso degli anni ’60, diventa turista massa e, nello specifico, sciatore massa, definendo quello che è ancora il modello economico dominante per il turismo alpino invernale.

Questa dinamica di trasformazione è alla base del plan niege francese, che si basa su due assunti: la democratizzazione dell'accesso alle vacanze e la creazione di un'economia di montagna. È da questi assunti che nascono le cosiddette stazioni integrate francesi che, come Sestriere, ben rappresentano le dinamiche di relazione che legano la montagna alla città industriale.

A caratterizzare questi progetti è il loro carattere modernista, articolato intorno a tre punti fondamentali: la costruzione di un inedito rapporto con la montagna e la neve, reso possibile dalle manipolazioni tecniche (impianti di risalita, uniformazione delle piste, innevamento artificiale); l’abbandono a una dimensione di piacere sportivo ed edonistico assoluto, resa possibile dalla progressiva artificializzazione del domaine skiable, resa possibile dall’applicazione della tecnologica all’ambiente circostante; la presenza rassicurante delle megastrutture che donano uno spiccato e riconoscibile carattere urbano alla montagna.

Una montagna che, per le stazioni integrate, cessa di rappresentare un contesto ambientale con cui dialogare per diventare al suo posto il fondale che accompagna il consumo dell’esperienza turistica, fatto di sport e vita mondana. Allo stesso tempo, i caratteri e l’immaginario da science fiction a cui rispondono le sue mega strutture, configurano la stazione integrata come un'utopia architettonica che ben esprime il carattere progressivo e l’ottimismo che caratterizzano la modernità nel suo momento di massima espansione.

Un momento che, tuttavia, si rivelerà di breve durata. Già alla fine degli anni ’70 del Novecento, il modello alla base delle stazioni integrate comincia a entra in crisi. La governance del capitale ha tratto infatti lezioni fondamentali dal lungo ciclo di lotte che si è aperto nel 1968 e, in occidente, ha assunto le forme della contestazione studentesca e delle lotte operaie mentre, in quello che allora veniva chiamato “terzo mondo”, quelle dell’indipendenza nazionale e della decolonizzazione.

Al modello della fabbrica fordista, alimentata dall’estrazione della forza lavoro dell’operaio massa, si sostituisce quello della produzione just-in-time, che dilata le catene di fornitura e delocalizza la produzione nelle aree del mondo in via di sviluppo, mentre le economie occidentali vengono riorganizzate nelle dimensioni immateriali della finanza e del lavoro cognitivo.

Pur segnandone la crisi, questo passaggio non determina il superamento della modernità, bensì ne apre la serie di ritorni spettrali.

Le forme che, dagli anni ’80 del Novecento a oggi, domineranno la cultura globale verranno definite infatti dalla loro appartenenza a una dimensione che va oltre la modernità senza negarla, ma ripetendola costantemente in un gioco semiotico di rielaborazioni che si svolge completamente nella dimensione meta del pensiero.

Edifici modernisti in montagna, avvolti nella nebbia.
La stazione sciistica di Avoriaz in Francia.

Si tratta, per come la teorizzano pensatori come Fredric Jameson e Jean-Francois Lyotard, della dimensione postmoderna il cui effetto, notano alcuni critici – Mark Fisher su tutti – è quello di obliterare ogni possibilità di immaginare il futuro, condannando la cultura contemporanea a un eterno presente, dominato dal recupero, nostalgico e incessante, del suo passato utopico.

Nella monocoltura dello sci incorporata dal modello economico alla base delle stazioni integrate possiamo leggere perciò il segno di uno Zeitgeist, quello della modernità, che eternizza un modello di consumo, creando, come nota a questo proposito Antonio De Rossi, un “eterno futuribile costruito intorno a pochi valori assolutizzanti”.

Il peso di questa eredità e dei fantasmi con cui infesta il nostro presente non si avverte solo nelle rovine architettoniche che segnano lo spazio alpino come, per esempio, il complesso Porta della neve di Viola-Saint Grée, ma anche nell’ostinazione con cui il modello economico alla base del turismo sciistico invernale continua a essere perseguito.

Non solo a dispetto dell’impatto che quest’attività ha su un ecosistema fragile come quello alpino, ma anche alla luce degli effetti sempre più evidenti del riscaldamento globale che stanno progressivamente riducendo l’estensione del dominio sciabile a quote superiori ai 2000 metri sul livello del mare, a causa dell’aumento sempre più rapido e consistente delle temperature sulle Alpi.

L’impressione è che vi sia, in tutti i contesti in cui si discute l’impatto che i cambiamenti in atto stanno avendo sulle Alpi, un convitato di pietra. Si tratta ovviamente della consapevolezza che le parole, le immagini e le figure retoriche che usiamo per parlare delle Alpi sono il frutto di un processo di costruzione che ha le sue radici nella cultura urbana.

Una consapevolezza rimossa, obliterata, perché interiorizzata e incorporata nello sguardo con cui osserviamo la realtà dello spazio alpino e delle terre alte tutte.

Se è vero che il processo di costruzione dell’artefatto culturale a cui ci riferiamo con il nome di “Alpi” porta in sé anche una dimensione di carattere coloniale, una delle domande che dobbiamo porci oggi è come possiamo decolonizzarne l’immaginario?

La domanda è meno superflua di quanto possa apparire. Mentre le potenze del riscaldamento globale si sollevano dinanzi ai nostri occhi, scatenando i loro effetti sulla realtà che ci circonda, ricostruire le Alpi con nuove parole, immagini e figure retoriche significa poter gestire il cambiamento in modo più efficace di quanto accade se continuiamo a pensare allo spazio alpino con l’immaginario ormai esaurito che abbiamo oggi a disposizione.

Nella monocoltura dello sci incorporata dal modello economico alla base delle stazioni integrate possiamo leggere perciò il segno di uno Zeitgeist, quello della modernità.

La traiettoria di fenomeni culturali come l’afrofuturismo, il sinofuturismo e il futurismo del Golfo ci offrono esempi concreti di come possono essere create estetiche e narrazioni decolonizzati come, per esempio, il ciclo di Drexciya, un mito di liberazione afro futurista, sviluppato intorno alla produzione musicale dell’omonimo duo techno fondato a Detroit da James Stinton e Gerald Donald e alle opere dell’artista visivo Abu Qaddim Haqq.

Resta da capire, ed è forse la cosa più difficile, a quali repertori poter fare riferimento per costruire un immaginario alpino adeguato alle sfide che il presente ci pone, dal momento che molti di quelli autoctoni sono andati persi o corrotti nel corso del processo di costruzione delle Alpi che, come abbiamo visto, è avvenuto all’interno di una dialettica che al pieno della pianura opponeva il vuoto della montagna.

Quello del Regno dei Fanes, per esempio, potrebbe essere un repertorio particolarmente adatto a essere messo al centro di un’operazione mitopoietica di questo tipo. 

Al centro di questo ciclo epico ladino c’è infatti il racconto dell’ascesa e del declino dei Fanes, un popolo alpino mite e alleato delle marmotte che, a causa del tradimento di un re straniero avido e bellicoso, vede morire in battaglia la sua principessa, l'amazzone Dolasilla e, in seguito alla sconfitta si ritira nelle profondità della montagna in attesa del segnale che ne sancirà la rinascita. 

Filtrati dalle aggiunte di morale cattolica operate da Karl Felix Wolff nel corso della loro prima formalizzazione scritta, i miti di Fanes presentano caratteri in grado di risuonare con le sensibilità femministe e antispeciste che, oggi, caratterizzano molta della produzione intellettuale e artistica legata alle pratiche decolonizzanti. Un loro recupero in questa chiave potrebbe rappresentare un esperimento interessante in direzione della creazione di un nuovo immaginario alpino.

Per quanto difficoltoso, un’operazione di questo genere potrebbe rappresentare un punto di riferimento per chi è alla ricerca di nuove parole, immagini e figure retoriche con cui (ri)costruire le Alpi alla luce delle sfide più attuali.

Quello proposto è, naturalmente, solo un esempio tra i tanti possibili e l’approccio discusso in queste note è solo una tra le tante strade possibili per perseguire il nostro obiettivo: decolonizzare l’immaginario e liberare così il presente dagli spettri di un passato che non passa, tornando a immaginare quanti più futuri possibili.

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