Massimo Coppola: dentro e contro YouTube
Vent’anni dopo “Brand:New” il veejay torna con un podcast. E ci ricorda che non tutto ciò che conta diventa meme.
C'è una storia molto tenera in un libro della biblioteca dei miei bimbi. È quella di Piccolo Tasso e Piccola Volpe, che vogliono essere amici ma non sanno cosa voglia dire quella parola. Così lo scoprono. Insieme.
Anche io credo di aver capito cosa voglia dire "amico".
A gennaio il mio amico Michele era a Bolzano per lavoro. Non potevo andare alla presentazione della rivista che aveva curato, così l'ho invitato a pranzo a casa.
Non ci vedevamo da un anno, ma nella manciata di ore in cui siamo stati insieme è stato come se ci fossimo visti il giorno prima, tanto era naturale la conversazione che abbiamo avuto. Anzi, le conversazioni.
Perché in quelle ore passate insieme abbiamo parlato moltissimo.
E no, non per riempire un vuoto imbarazzante, ma proprio per il piacere di raccontarci come stavamo, cosa avevamo fatto e le cose belle che ci erano capitate, che avevamo scoperto o che avevamo voglia di condividere l'uno con l'altro.
Credo davvero che un'amicizia si misuri anche dalla qualità di una chiacchierata.
Se è autentica e genuina, piena di voglia di illuminare chi ti ascolta e di essere illuminato a tua volta, beh, probabilmente quella che hai la fortuna di avere in mano è un'amicizia di quelle sincere, che possono durare una vita.
Tra le cose che Michele ha condiviso con me quel pomeriggio c'è stato Vent'anni che non esco, il podcast di Massimo Coppola.
"Ascoltalo" mi ha detto "non è male. E secondo me può piacerti."
Mi fido di Michele, magari non abbiamo esattamente gli stessi gusti, ma ne abbiamo parecchi in comune.
Così ho dato a quel content una possibilità.
L'ho fatto non senza una punta di diffidenza. Mai stato un fan di Coppola, tantomeno Brand New, il celebre show di MTV che lo ha lanciato a cavallo del cambio di millennio.
All'epoca Coppola aveva la stessa postura, lo stesso atteggiamento e la stessa estetica di quei compagni di università che sembravano avere sempre la verità in tasca e un'opinione rotonda e precisa su tutto.
Ovviamente apparivano fighissimi, complessi e tenebrosi. Come avrei desiderato essere io - che all'epoca mi sentivo ancora crisalide - senza riuscirci.
Però.
Però sono anche passati vent'anni e molti di quei ragazzi, alla fine, conoscendoli meglio, è venuto fuori che erano crisalidi anche loro, vent'anni fa.
E a frequentarli oggi sono molto molto meno distanti di quanto mi sembrassero all'epoca. O magari sono io che mi sono avvicinato.
Non so. Fatto sta che ho deciso di dare a Vent'anni che non esco una possibilità.
Il primo ascolto mi ha lasciato scettico. Bello, per carità. Di qualità. Qualità nella scrittura, nei ragionamenti, nei riferimenti.
Però.
Però un po' troppo nostalgico, con quel suo modo ostentato di lavorare dentro e contro la grande piattaforma.
È stato proprio quel tono a infastidirmi all’inizio. Come se Coppola stesse dicendo, in effetti lo dice, “eccomi! Mi volevate sui social? Su YouTube?. Ci sono. Sono anche qui. Però ci sto male. Lo faccio male. Lo faccio come non si dovrebbe fare. A modo mio. Come se fosse la televisione. Perché così ho deciso io.”
Insomma, il contatore Geiger della spocchia aveva iniziato a impennarsi già dopo pochi minuti.
Eppure.
Eppure dopo poche ore, complice il livello della scrittura che lentamente stavo assimilando, la voglia di ascoltare un altro episodio, di vedere dove quell’operazione sarebbe andata a parare, ha iniziato a farsi strada con ostinazione dentro di me.
Sì, perché la scrittura di Vent’anni che non esco è pregevole.
Qui non si apre il microfono per riempire un vuoto. Il flusso delle parole ha un’andatura da digressione controllata: un monologo che finge di perdersi, ma in realtà sa benissimo dove vuole arrivare, e ti prende per mano fino a quando non si ritorna a casa.
Il tutto sostenuto da un corpo che oscilla tra la posa del passato ormai perduto e una critica di quel passato che sfiora, di continuo, il rischio dell’autodistruzione.
Anzi, è proprio l’autodistruzione consapevole della sua stessa immagine che Coppola mette in scena nel suo show.
Come spesso mi capita quando il livello è così alto, sono caduto con entrambe le scarpe nella spirale del binge-watching. Anzi del binge-listening, dato che stiamo parlando di un podcast. O di entrambi, visto che, a dirla con le parole del suo conduttore, Vent'anni che non esco è uno showcast, in cui la componente visiva del prodotto conta tanto quanto la parte che si ascolta.
E quello che all'inizio mi sembrava un bug, di puntata in puntata, ho capito essere una feature.
Ciò che rende interessante il contento di Coppola è proprio il suo ostinarsi a voler essere fuori format. Mi ha ricordato Daimon, un vecchio podcast di Violetta Bellocchio che mi piaceva molto e aveva anche lui la stessa sorta di bizzarria - o di pretesa - di essere qualcosa di omologato e fuori standard allo stesso tempo.
Di lavorare, come scrivevo prima, dentro e fuori dalla piattaforma.
E poi devo dire che mi sta molto simpatico questo Coppola ormai quasi cinquantenne, che ha smesso di prendersi sul serio e appare finalmente così consapevole e libero da poter prendere in giro il ventenne che è stato.
Avrei voglia di chiacchierare con lui come ho fatto con Michele.
Perché come un amico conosciuto in tarda età, riesco a trovarlo tenero e buffo allo stesso tempo, ma mai ridicolo, sempre pronto a tornare serio quando c'è da essere seri.
Dopo tutto anche io ho performato tante (troppe?) volte quella stessa serietà.
La serietà di chi ha trovato gli strumenti per navigare in questo mondo nelle parole di Fisher, Reynolds, Gramsci, Bachtin, Deleuze, Foucault.
Oppure nella musica dei Cure o di Charlie XCX o in quella raccolta nei wrapped Spotify di tutti i miei (nostri) più o meno coetanei.
Coppola usa ogni riferimento culturale come un grimaldello per scardinare l’ideologia di un presente sempre più caotico, ma non per questo incomprensibile.
Raccontato così, il contemporaneo sembra molto più semplice e lineare di quanto la sua ideologia voglia farci credere.
O almeno questa è la sensazione che - per fare un esempio tra i tanti possibili - ho provato ascoltandolo decostruire TonyPitony, il cantante siciliano di cui Coppola fa una descrizione che sfocia nella parresia, riducendolo da autoproclamata operazione d’avanguardia a infantile lallazione scatologica.
Ed è stato come se un bisogno troppo a lungo insoddisfatto venisse finalmente dissetato; il bisogno di sentirmi dire che, nel ciclo schmittiano che abbiamo la sventura di vivere, i meme non contano un cazzo.
O contano meno di quanto abbiamo pensato contassero fino a poco tempo fa, perché ci sono cose più importanti come tornare a fare la rivoluzione.
O capire che aspetto potrebbe avere, oggi, una rivoluzione.
È nelle domande che si fa, che ho trovato le affinità più profonde tra il compagno Coppola e me. E nel modo in cui si libera degli idoli, dei padri scomodi - Lindo Ferretti, i Radiohead, i cani.
Serve fare spazio per accogliere altro. Non necessariamente il nuovo. Anche il nuovo, ma soprattutto altro. Altre cose. Altri atteggiamenti. Altre persone.
A conti fatti, Vent’anni che non esco è una sorta di non fiction generazionale.
Il ritratto - punteggiato di passaggi di pura finzione e sorretto da una narrazione illuminata, intima e divertente - di chi, lentamente, si avvia verso il centro della semisfera, dove il gorgo grammaticale finirà per risucchiarci, facendoci smarrire per sempre la capacità di cogliere quanto di più vivo la cultura produce ai confini del dicibile.
Chissà, forse quell’oblio potrebbe anche piacerci. Lì dentro, magari, c’è più silenzio. E quiete.
E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare
Voglio un po' di silenzio, un momento per non pensare
E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare
Perché pure a sparire ci si deve abituare
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