Di fronte alla mareggiata

La ragione senza forza è impotenza. E averci visto giusto non mi basta più.

Un uomo sulla spiaggia all'alba, vicino a una barca a vela arenata.
David Blandy - Sea

Alla terza settimana di gennaio un ciclone di nome Harry ha spazzato il sud Italia.

La costa ionica catanzarese è stata una delle zone più colpite dalla tempesta. Si tratta dei luoghi in cui è nata la mia compagna e li frequento da quando stiamo insieme; Davoli, Soverato, Catanzaro Lido fanno ormai parte della mia geografia affettiva.

L’impeto della natura non ha risparmiato nessuna di queste località, che ormai mi sono famigliari. In quelle ore, circolando nel sistema nervoso digitale, decine e decine di immagini che testimoniavano la devastazione hanno lottato per ottenere la mia attenzione.

Negli stessi giorni, qualche migliaio di chilometri più a nord, a Davos, in Svizzera, i potenti del pianeta si sono ritrovati al World Economic Forum per celebrare la loro liturgia.

Ma quest'anno la messa non ha avuto il consueto tono giubilante; assomigliava più al de profundis del mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.

In un discorso lucido e potente, il primo ministro canadese Mark Carney ha affermato in modo chiaro e senza ambiguità che l'ordine globale basato sulle regole è sempre stato una finzione a cui abbiamo voluto credere.

Spazzata via dalla spietata franchezza con cui i nuovi autocrati globali esprimono la loro volontà di dominio e potenza, quella finzione non esiste più.

Frastagliata nel flusso senza sosta dell’informazione elettronica, la mia attenzione rimbalza tra Davos e la Calabria in modo così rapido da non dare al mio sguardo il tempo necessario per ricalibrare la forma con cui osserva gli eventi.

Mi trovo così a osservarli entrambi con la stessa postura: quella di chi pensa di trovarsi al sicuro di fronte alla mareggiata.

Sulla metafora del naufragio con spettatore, il filosofo tedesco Hans Blumenberg ha scritto un libro meraviglioso, che ha avuto un’influenza enorme sul mio modo di pensare.

Blumenberg parte da un’idea forte: che il senso complessivo di una vita, del mondo o della storia sfugga al concetto e vengano invece tenute insieme da immagini durevoli, che la cultura rielabora nel corso dei secoli.

Per il filosofo tedesco, la storia di una metafora è la lente attraverso cui è possibile osservare il tipo di rapporto che una civiltà intrattiene con la realtà che definisce il suo contesto.

La metafora del naufragio con spettatore disegna una tensione tra il polo del pericolo estremo - a cui è esposto chi è in mare - e quello della sicurezza - di cui gode chi osserva.

È in questa tensione che, si fa strada una domanda , tanto moderna quanto velenosa: che cosa significa guardare la rovina altrui senza poter (o voler) intervenire?

La stessa domanda che ho sentito echeggiare leggendo, su X (Twitter, per i nostalgici) e altrove, il gongolare di alcuni influencer “di sinistra” davanti al discorso di Carney.

Un ritornello che recitava più o meno in questo modo: “vedete, adesso anche i potenti del mondo dicono quello che dicevamo noi prima che diventasse di moda. Avevamo ragione.”

Un compiacimento in cui fatico a non vedere la postura di chi, di fronte al disastro, si fa scudo della propria distanza di sicurezza dalle cose.

Perché rallegrarsi di aver avuto ragione quando le cose sono ormai evidenti anche a chi ha basato la sua intera ragion d’essere sulla menzogna, a me sembra solo un modo per nascondere il fatto di non aver avuto la forza necessaria per imporre alla Storia la direzione auspicata.

È una certificazione di sconfitta, di impotenza, da cui sento di dover uscire prima di tutto come individuo e poi come parte di qualcosa di più grande che la dimensione individuale la trascende.

È anche il motivo per cui, da qualche anno a questa parte, sono così ossessionato dalla questione del potere, di come ottenerlo e di come mantenerlo nel tempo.

Per quanto mi riguarda, la questione è capire come tornare a mettere la pelle in gioco e recuperare un senso di agentività davanti al disastro che vedo dispiegarsi davanti ai miei occhi.

Ho bisogno di fare un passo avanti e bagnarmi nel mare, per quanto spaventoso appaia ai miei occhi.

Non perché mi senta migliore di chi sta sulla riva, ma perché riconosco quella postura in me: l’istinto di restare asciutto, “al sicuro”, di trasformare tutto in analisi.

La lucidità che non cambia niente è solo un altro modo di avere paura.

Io vorrei smettere.

🌈 Ho un sogno 🌈

Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni.

Aiutami a realizzarlo!