Pulviscolo #2
Vortici di dipendenze digitali e come resister loro.
A Natale mia sorella mi ha regalato un buono da spendere in libreria. Tempo fa sarei corso a spenderlo a colpo sicuro. Questa volta no. Anche se l’ho apprezzato moltissimo, il buono mi ha messo in difficoltà: non avevo in mente nemmeno un libro che avrei voluto comprare.
È il sintomo di com’è cambiato il mio rapporto con i libri in questi anni, che si è fatto via via più cinico e materialista. Ma non solo.
Da un po’ di tempo sono anche diventato un lettore più pigro, indolente. Faccio fatica a finire i libri che comincio, ma anche a trovarne che siano capaci di entusiasmarmi come mi entusiasmavano un tempo.
Lo scrivo per scusarmi con Roberto Laghi.
Mesi fa mi ha mandato il suo Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico., chiedendomi se avevo voglia di leggerlo. Gli ho risposto che lo avrei fatto, ma ci ho messo un’era geologica per iniziarlo.
Scemo io, perché per quanto ponderoso - è la sua tesi di dottorato - il libro non è solo ricco, intelligente e ben scritto. È anche utile, il che è un plus mica da ridere.
Ne tornerò a parlare presto, con una recensione più articolata, ma troverò anche il modo di usarlo, perché è perfetto per un progetto a cui sto iniziando a lavorare e che, per ora, si chiama Scrittura Non Performativa.
Ve ne parlerò a tempo debito. Ora sotto con i link!
Una matrioska di dipendenze
Qualche settimana fa, il diabolico algoritmo di YouTube mi ha proposto lo show off di due set di Magic: Arabian Nights e Antiquities, fatto da Dario Moccia insieme a Wesa. Combo irresistibile. Ho cliccato e sono piombato in un vortice di nostalgia, di cui l’algoritmo ha approfittato in un battito di ciglia. È cos che il mio feed è diventato una mise en abyme di dipendenze, popolandosi di shorts che mostrano lo sbusto di deck e booster del tempo che fu. Ve ne lascio un paio - Antiquities da 500$, Legends da 600, The Dark sempre da 600$ - tanto per darvi l’idea di quanti layer di dipendenza si possono impilare uno sull’altro. Se smetto di pubblicare mandatemi il SERT.

Attesa, attenzione, durata
Capire la natura dell’esperienza del tempo nell’era digitale è una delle mie ossessioni. Senza consapevolezza non c’è modo di uscire dall’accelerazione a cui le piattaforme ci condannano. Per anni ho rovesciato nella loro corrente i miei pensieri senza mediazione, impaziente di premere il testo “pubblica” per vedere quali reazioni avrebbero suscitato una volta lasciata la tastiera per le autostrade del cyberspazio. Solo imparando a farlo ho scoperto che aspettare è una rivelazione, come spiega bene L. M. Sacasas in questo post di The Convival Society. Non solo, aspettare con consapevolezza diventa una forma di resistenza. Il mondo digitale ha bisogno di frizione, come scrivevo qualche anno fa su Domani, ma anche di durata. Le due cose sono collegate, perché è nella durata che possiamo esercitare la nostra attenzione e, mentre lo facciamo, accorgerci di quanto conta davvero. Dopotutto, non è forse vero che più andiamo veloci e meno vediamo le cose in modo chiaro?
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