Come ho risolto il mio problema con il potere

Una recensione a “Né verticale né orizzontale.” di Rodrigo Nunes, scritta in forma di note personali.

Immagine digitale astratta di tipo glitch, su fondo blu.
Kim Asendorf - Event Horizon #29

Da qualche tempo ho la sensazione di avere qualcosa di irrisolto con il concetto di potere.

Se l’autoanalisi che ho fatto è corretta, credo abbia a che fare con la mia formazione. Da millennial sento di essere cresciuto con l’idea che il potere corrompa.

Sospetto che possa essere un dato generazionale, perché la stessa idea ce l’hanno anche alcuni amici con cui mi sono confrontato a proposito della mia sensazione, ma siccome vorrei evitare di generalizzare resto su di me.

Mi sono formato in un mondo in cui la musica si divideva in modo radicale tra “commerciale”, quella plasticosa e senz’anima ingegnerizzata dalle case discografiche, e “alternativa”, quella viscerale e diretta delle autoproduzioni.

It’s my job to keep punk rock elite, gridava Fat Mike in un pezzo dei NOFX; un inno alla purezza sottoculturale, che celebrava l’indipendenza dalle logiche mercificanti del mercato e dell’industria.

Sia il primo che la seconda erano incarnazioni di quel potere che stavo imparando a rifiutare a favore di un ethos diverso, lo stesso che nutriva il movimento no global e ritrovavo nelle pagine di No Logo di Naomi Klein, che usciva proprio in quegli anni.

Anni fondamentali per la mia formazione, in cui prima ho scavato un solco tra me e la politica istituzionale e poi, più tardi, tra me e il fare politica tout court. Una risposta disfunzionale all’imperativo di tenermi a distanza da ogni forma di potere, qualunque essa fosse.

Dico disfunzionale perché, a vent’anni di distanza da quel periodo, guardandomi intorno mi sono accorto che nella stanza dei bottoni erano entrati o stavano entrando i peggiori della mia generazione.

Oggi a poter prendere decisioni che hanno un impatto concreto sulla mia vita sono persone che, al liceo, se andava bene, venivano condannate a un’esistenza reietta o che, se andava male, si beccavano pure una certa quantità bullismo politico.

Come avevano fatto ad arrivare lì?

Ma, soprattutto, come mai non ci eravamo arrivati né io né nessun’altro di coloro che pensavo essere in qualche modo parte di un elite di persone politicamente avvedute?

L’istante in cui mi sono posto queste domande è stato anche quello in cui ho cominciato a interrogarmi e mettere in discussione il mio rapporto con il concetto di potere.

Da Lenin all’autonomia operaia, la sinistra - che è la parte politica a cui ancora sento di appartenere - non è mai stata timida nel fare della presa del potere il suo orizzonte.

Senza non si fa ciò che Marx chiede ai filosofi di fare, ovvero cambiare il mondo.

Tornare a questa consapevolezza mi ha permesso di avviare un processo di ricostruzione del mio rapporto con il potere, che ho iniziato dalla mia condizione professionale.

Lavorare come consulente indipendente significa navigare tra potere e status. In questo contesto, imparare a riconoscere, ottenere e usare il potere serve per raggiungere un risultato o un obiettivo. Farlo sul piano professionale non è molto diverso da farlo su quello politico.

O almeno così mi pare dopo aver letto Né verticale né orizzontale . Una teoria dell’organizzazione politica, il saggio di teoria dell’organizzazione scritto dal politologo Rodrigo Nunes.

Il libro prende le mosse dal fallimento del ciclo di lotte che si è aperto nel tra la crisi del 2007-2008 e le mobilitazioni globali del decennio successivo, evidenziando il limiti dell’approccio orizzontale alla politica che lo aveva caratterizzato e riproponendo in modo deciso la questione dell’organizzazione.

Come scrive Andrea Moresco su Il Tascabile, l’autore:

vuole offrire una terapia filosofica al cosiddetto trauma dell’organizzazione: se per Nunes tale paura dell’organizzazione è storicamente legata alla torsione autoritaria dei Paesi socialisti, l’inclinazione identitaria dei vari gruppi della sinistra radicale alle nostre latitudini ha perpetuato quel trauma anche tra le più giovani generazioni. Si può allora ripensare l’organizzazione non come la cristallizzazione di un’identità omogenea, da difendere dalle minacce esterne, ma come l’assemblaggio di parti molteplici in una potenza collettiva e la concentrazione di questa potenza su dei punti strategici condivisi.

Uno sforzo che si può fare solo riconoscendo che il potere si dà sempre all’interno di una tensione tra quello che esercitiamo sugli altri loro malgrado (potestas) e quello che ci mette in condizione di fare o ottenere qualcosa insieme a loro (potentia).

L’organizzazione è dunque il gesto - l’agire - che media la tensione tra questi due poli, così come media quella tra la verticalità e l’orizzontalità, l’unità e la diversità, la centralizzazione e la decentralizzazione.

Tale mediazione è necessaria, perché un sistema non può essere del tutto spontaneo e privo di organizzazione; infatti, anche nelle espressioni politiche che appaiono meno strutturate e più spontanee esiste sempre una forma (magari implicita) di organizzazione.

Stigmatizzarla come il tentativo di imporre a queste espressioni una conformazione dall’esterno finisce per isolarle dal loro ambiente. E quando un sistema si isola, perde capacità di adattamento: tende a irrigidirsi, a dissipare energia, a scivolare verso il disordine.

L’organizzazione diventa così la capacità riunire e indirizzare le abilità collettive in un modo capace di produrre degli effetti sul piano politico.

Nella visione di Nunes, tale capacità si dà sempre in modo plurale e mai univoco. L’organizzazione è infatti una forma di ecologia al cui interno nuclei organizzativi diversi - il partito, il movimento, l’avanguardia - convivono e cooperano tra loro con approcci simbiotici (riformismo), intersezionali (costruzione dell’alternativa) o dirompenti (rivoluzione sociale), perché il cambiamento sistemico è sempre un processo di transizione non lineare, disomogeneo e conflittuale.

Descritta come un sistema ecologico, la teoria dell’organizzazione proposta da Nunes ha nella differenziazione delle funzioni uno dei suoi pilastri. Con questa espressione l’autore identifica il modo in cui una serie di funzioni fondamentali per l’azione politica possano essere svolte di volta in volta da attori diversi, con approcci e ruoli peculiari.

Finché queste funzioni vengono svolte da uno o più nuclei organizzativi, il sistema funziona e il principio di differenziazione fa sì che nessun nucleo sia costretto a integrare in modo verticale ognuna di esse.

Questa caratteristica permette di superare le posizioni estensive - come l’opposizione tra moderato e radicale - e rende l’isolamento possibile solo al costo di delegare ad altri, per intero e senza alcuno sforzo, il peso delle funzioni che uno specifico nucleo si rifiuta di eseguire.

Pensato in termini ecologici, il funzionamento dei nuclei organizzativi assomiglia a quello delle piattaforme digitali: offrono spazi di collaborazione che amplificano le possibilità senza determinarne le forme.

Nunes aggiorna così il lessico dell’azione politica a un’epoca in cui la società di massa è stata frantumata nelle nicchie e nei segmenti che il ciclo di produzione del dato digitale genera all’infinito e senza sosta.

In questo tempo in cui movimenti di massa nascono anche in assenza di organizzazioni di pari dimensioni, pensare in maniera ecologica all’organizzazione significa sviluppare la capacità di pensare e agire strategicamente per individuare e sfruttare le opportunità che un determinato contesto offre, rinunciando all’illusione di poter dare al corso della Storia un senso organico e teleologico.

Copertina del libro "Né verticale né orizzontale. Una teoria dell'organizzazione politica" di Rodrigo Nunes.

“Né verticale, né orizzontale. Un dialogo tra teoria e pratiche dell’organizzazione” - Trento, 16 gennaio, libreria due punti.

Venerdì 16 gennaio avrò il piacere di presentare Rodrigo Nunes e Né verticale né orizzontale a Trento, insieme a Federico Zappini che ci ospiterà alla libreria due punti (se ti serve: l’incontro è alle 18:00).

Quando ci si è presentata l’occasione di farlo, Federico e io siamo stati subito d’accordo su una cosa: volevamo che la presentazione fosse anche un modo per cogliere l’invito che il libro fa a pensare e agire in modo ecologico e strategico.

Scambiandoci idee e spunti su come condurre la presentazione siamo finiti a riflettere su quale fosse la funzione che un librario (lui) e uno scrittore (io) potessero assolvere nell’ecologia politica del territorio a cui entrambi apparteniamo.

Ci siamo detti che avremmo potuto provare ad agire come connettori, costruendo un momento che non si esaurisca nella presentazione dell’importante lavoro teorico che Nunes ha fatto con questo libro.

Abbiamo l’ambizione di provare a costruire, o almeno ad abbozzare, un quel “dialogo tra teoria e pratica dell’organizzazione” che dà il titolo all’evento che stiamo preparando.

Alla conversazione con Nunes proveremo a far seguire un confronto tra persone che appartengo a nuclei organizzativi diversi e, attraverso di essi, provano a incidere su tre temi chiave del tempo e del luogo in cui viviamo: adattamento al cambiamento climatico, accelerazione tecnologico e lavoro, diritto e accessibilità economica alla casa.

In questi giorni Federico e io stiamo lavorando per individuare e invitare le persone che vogliamo coinvolgere in questo dialogo.

Se sei un’attivista, fai parte di un’organizzazione e vorresti partecipare, ma non ti abbiamo ancora contattato prima di tutto: scusa, scrivimi alla mail che trovi nella pagina dei contatti e ti darò tutte le informazioni che ti servono.

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