Appunti per una hauntology dello spazio alpino

Immagine del Condominio Cieloalto a Cervinia
Condominio Cieloalto Cervinia

La mattina di qualche giorno fa percorrevo in bicicletta corso Libertà, in direzione del centro storico di Bolzano.

Per chi non avesse dimestichezza con la pianta stradale della mia città, corso Libertà è il viale che da piazza Gries sale verso ponte Talvera. Rappresenta uno degli assi del quadrilatero razionalista che si prolunga dal monumento della Vittoria ed è quindi uno dei lasciti con cui l'urbanistica fascista ha segnato la città in cui vivo.

A fare da sfondo a corso Libertà c'è la mole imponente del Catinaccio che, quella mattina, brillava di un riflesso incongruo. Il sole, sorgendo, illuminava la superficie del nuovo rifugio Passo Santner.

Immagine del cantiere del nuovo Rifugio Passo Santner
Il cantiere del nuovo rifugio Passo Santner

Inaugurato all'inizio dell'estate, il rifugio è stato al centro di accese polemiche sia per la sua forma ipertecnologica che per la sua capienza, 70 posti, giudicata eccessivamente impattante. Avevo letto che il rifugio era visibile da Bolzano. Ero scettico su questo, fino a che non ho visto il suo bagliore dardeggiarmi davanti una mattina di settembre.

Di cosa mi parla quella costruzione che ora fa parte del paesaggio della città in cui sono nato e vivo? Per rispondere a questa domanda non posso non farmene un altra e chiedermi: che cosa sono le Alpi?

Potrebbe sembrare una domanda banale, ma scopro che non smetto di farmela ogni volta che mi confronto con il territorio in cui sono nato e vivo, provando a capirne il senso e il modo in cui i suoi elementi interagiscono prima tra di loro e poi con me.

Le Alpi sono molte cose e, in primo luogo, oltre che essere magnifiche montagne, esse sono il risultato di un lungo processo di costruzione. Un artefatto culturale dunque, la stratificazione di temi e immagini che, nel corso del tempo hanno prima dato vita a una serie di immaginari e poi, attraverso di essi, al paesaggio stesso.

Non c'è nulla di naturale nelle Alpi - a parte rocce, fiori, alberi, animali, sorgenti, acqua, neve, semi, spore, funghi, ghiaccio, pietrisco, ghiaia, cascate, forre, rapide, prati, fango e terra - e quando mi muovo attraverso di loro - a piedi, in treno, in auto o in aeroplano - sento di muovermi attraverso tutti gli strati di questo costrutto culturale che siamo stati abituati a chiamare "Alpi".

Immagine del dipinto Rhonegletscher von der Talsohle bei Gletsch gesehen, del pittore svizzero Caspar Wolf
Caspar Wolf, Rhonegletscher von der Talsohle bei Gletsch gesehen

Un'identità propria, le Alpi cominciano ad averla solo intorno alla metà del Settecento, quando le élite urbane europee abbandonano la dicotomia tra ager (la pianura ordinata e coltivata) e saltus (il territorio indistinto, caotico e selvaggio), che derivava loro dalla cultura latina.

Permeati di cultura illuminista, scienziati e artisti prendono a guardare le Alpi da vicino, scoprendone la vita vibrante e ricca di dettagli. Quelle montagne così vicine sono al tempo stesso lontanissime, continenti da esplorare con lo stesso spirito che anima le spedizioni scientifiche che si dipartono ai quattro angoli del globo.

L'immagine del ghiacciaio come mere de glace deriva dai resoconti delle esplorazioni artiche e antartiche e ci parla così di questo spirito del tempo che riscrive la geografia del cuore dell'Europa. È così che lo spazio alpino cessa di essere semplicemente uno spazio non ordinato e si dà agli occhi dei suoi esploratori come spazio da scoprire e costruire, perché sfuggito, fino a quel momento, alla presa ordinatrice della città sulla natura.

Immagine della stampa Mer de Glace, di J.F. Albanis Beaumont
J.F. Albanis Beaumont, Mer de Glace

Nel giro di pochi decenni, il dispositivo pittorico del contrasto si consoliderà come primo modello di organizzazione dello spazio alpino dove alla rappresentazione pittoresca del primo piano corrisponde il tempo mondano della vita quotidiana delle comunità; alla rappresentazione delle rovine del piano intermedio quello storico delle vestigia del passato; e, infine, alla rappresentazione delle vette e dei ghiacciai il tempo divino e cosmico dell'infinito.

Così, quando osservo sui social le immagini della Marmolada che crolla e la teoria di ghiacciai che lentamente si ritira fino a sparire, è questo dispositivo che vedo perturbarsi e, con esso, l'ordine secolare di un mondo che va in frantumi, materializzando davanti ai miei occhi quell'orrore cosmico che va sotto il nome di "antropocene".

L'uomo come era geologica, come forza che dà forma alla terra (terraformazione), che le imprime la propria volontà, anche quando la natura esce fuori di sesto.

Il rifugio Passo Santner, col suo bagliore che rifulge nella luce del mattino, è certamente un segno che l'uomo ha impresso sulla natura, creando paesaggio. Ma esso è anche qualcosa di più, perché, nel contesto di un mondo scosso sempre più di frequente da eventi climatici estremi, la natura di quella costruzione mi appare la manifestazione spettrale di un passato che non vuole passare.

Non si tratta però dello spazio inesplorato che la cultura illuminista ha dotato di identità, né del contrasto da cui nacque il paesaggio ottocentesco. Il rifugio passo Santner è un fantasma di quella forma della modernità che prende il nome di "modernismo alpino" e che dai precedenti settecenteschi e ottocenteschi prende compiutamente le distanze.

Panorama della stazione sciistica di Sestriere
Sestriere

Esso ne è, al tempo stesso, evoluzione critica e distacco (pur nella continuità dell'immaginario). Così, attraverso l'ideologia della modernità, la città si riflette sulla montagna, terraformandola ancora una volta.

Il rifugio d'alta quota, costruzione che mira alla performance tecnologica per unire alla maestosità della montagna l'intimità della comunità umana, s'inserisce nel concatenamento che lega automobile e stazione sciistica, impianto di risalita e pista da sci, in un ciclo di consumo che, modellato sulla fabbrica fordista, fa della montagna un'esperienza percettiva fatta di estasi ed ebrezza.

Un'esperienza che sta svanendo come la neve che la natura smette di regalare all'uomo con sempre maggior frequenza, e che l'uomo si ostina a voler recuperare coi suoi interventi, facendo finta di non vedere che proprio questa sua ostinazione è la causa di tale scomparsa.

Come una piuma sospinta dal fiato, l'ideale della modernità alpina sfugge di continuo all'uomo che prova ad afferrarlo, per infondergli una nuova vita.

Immagine di un cantiere in alta quota, parte della serie Berg.Werk del fotografo Lois Hechenblaikner.
Lois Hechenblaikner, Berg.Werk

Le forme morte della modernità che infestano le Alpi non sono solo le rovine delle stazioni sciistiche abbandonate, ma anche le forme scintillanti e ipercontemporanee delle infrastrutture che s'illudono di rovesciare il tempo e inchiodano il paesaggio all'eredità e alla nostalgia di un passato che non si vuole passare.

Il cuore di un progetto per un'hauntology dello spazio alpino sta in questo incandescente nucleo teorico in cui riscaldamento globale, paesaggio e immaginari si innestano l'uno sull'altro, dando vita a un dispositivo di lettura, visione e scrittura da cui può nascere il germe di una nuova visione della montagna.