L'idea che il tempo migliori le cose in cui siamo convolti è, spesso, solo un'illusione. Un'illusione che, credo, nasca dalla forma lineare con cui abbiamo finito per concepire il cambiamento, di cui il tempo è un simbolo.

Così configurato, esso appare come l'inarrestabile corsa verso un progresso dato per scontato per il semplice fatto che, beh, accade, o dovrà accadere, al culmine di un processo di progressione continua.

L'esperienza mi ha insegnato che, spesso, le cose vanno diversamente. Nella maggior parte dei casi, il tempo non migliora e un progetto, nel tempo, non per forza cresce, ne si sviluppa e tanto meno si radica come vorremmo.

Questi sono risultati che sono frutto tanto del lavoro, quanto del caso.

Allora, in molti casi e non senza fatica, si tratta solo di capire quando è arrivato il momento giusto di mollare. Di lasciare che una cosa si spenga, da sola. Oppure di metterle fine nel migliore dei modi possibili. O, ancora, di farsi da parte e lasciare che siano altri a portare avanti e, magari, a raccogliere i frutti di qualcosa che abbiamo contribuito anche noi a seminare.

Saper riconoscere quel momento, saperlo cogliere e, quindi, saper scendere da un treno in corsa quando la corsa è ancora ricca di possibilità, e vitale, è una capacità non comune.

Mi ci è voluto molto tempo per allenarmi a riconoscere quei momenti. Ad ascoltare la voce che, da dentro, mi dice che un percorso è giunto al termine ed è meglio lasciare che prosegua senza di me.

Non è facile, perché abbiamo tutte e tutti la presunzione di essere indispensabili, essenziali.

Saper acettare di non esserlo, capire quando si è diventati di troppo, significa sfidare questa nostra percezione di noi stessi e iniziare a pensarci come eccentrici, secondari e, in definitiva, sostituibili.

Non è proprio questa, forse, la condizione stessa della nostra esistenza?