Non ho mai provato nulla che abbia saputo trasformarmi come ha saputo farlo l'esperienza di essere genitore. Crescere un figlio significa infatti diventare bambino a tua volta. Che non vuol dire tornare bambini, regredire. Bensì imparare a guardare di nuovo il mondo con lo sguardo di un bambino. Dunque con occhi nuovi, con occhi rinnovati.

Accade perché, in ogni istante che passi al suo fianco, al fianco di tuo figlio, tu ti rispecchi in lui. Quella creaturina è parte di te e, allo stesso tempo, è anche qualcosa di diverso da te. Qualcosa di distantissimo da te, di remoto e di indecifrabile.

Provare a capirlo, a decrittarlo, significa mettersi in ascolto. Sintonizzarsi sulle sue frequenze. Apprendere come lui guarda e decifra le cose che gli stanno intorno. Sentirle come le sente lui, attraverso di lui.

Questo esercizio lavora in profondità. È il divenire, il farsi altro da sé, nel flusso ininterrotto di sensazioni che tu e tuo figlio vi scambiate istante per istante.

Poco più di un anno fa abbiamo fatto una gita in montagna. L'ho portato al Parco Naturale di Paneveggio. È un luogo che amo moltissimo. Da quelle parti ho passato numerose estati della mia infanzia e adolescenza. Ci sono tornato, a più riprese, anche dopo che la mia famiglia ha smesso di andarci in vacanza. Di fatto, ci torno almeno una volta ogni anno, d'estate, nelle settimane in cui mio figlio e la mia compagna sono al mare e io, io che resto da solo a casa, per lavorare, mi concedo quelle lunghe escursioni che preferisco fare senza compagnia.

All'imbocco del parco c'è un recinto. Ospita dei cervi. Decidiamo di fermarci lì. Scendiamo dall'auto. Ettore cammina già da qualche mese. Imbocca il sentiero che dal parcheggio scende verso la rete. È un sentiero largo, ben tenuto. Una lingua di terra battuta, coperta di sassolini grigi, su cui mio figlio caracolla con i suoi passi minuti.

Lo seguo a distanza di qualche passo. Mi aspetto che da un momento all'altro il suo moto s'inceppi. Mi figuro la caduta. Sento sui palmi il bruciore della pelle scorticata. Avverto il pianto risalire i dotti lacrimali e inondarmi le guance arrossate dalla frustrazione. Attento. Resta vicino. Non correre. Il richiamo alla prudenza è un grido che trattengo a fatica dentro di me.  Ma ho imparato a lasciarlo libero di correre qualche pericolo, di provare da sé come funzionano le leggi della fisica.

Ettore, però, non cade. Arriva in fondo, dove il sentiero si scioglie in un prato d'erba ancora verde, nonostante sia già ottobre inoltrato. Poco più in là, un cervo posa per noi. Quelli del recinto lo fanno spesso. Sono abituati alla gente che s'affolla davanti alle recinzioni. Sanno di poter rimediare un po' di cibo. Si concedono all'attenzione dei turisti, senza che si possa dire se siamo più lusingati o indifferenti ai loro sguardi.

L'esemplare è un giovane maschio. È tonico, muscoloso. Si mostra di tre quarti, col collo leggermente piegato verso di noi. Un palco di corna svetta sulla sua fronte. Sotto di essa gli occhi, nerissimi e profondi, ci osservano con uno sguardo dolce e robusto.

Ettore lo vede. Rallenta il passo fin quasi a fermarsi a pochi centimetri dalle maglie di metallo della rete. Gli occhi si sgranano come l'obiettivo di una macchina fotografica. La bocca è una circonferenza spalancata in un'esclamazione senza suono. Freme di timore e ammirazione. Simili a bolle sulla superficie quieta di uno stagno, affiorano domande nel suo sguardo, ed io le leggo.

Chi è quell'essere? Da quale regno m'interpella? A che dimensione appartiene? Cosa significa quella magnificenza? E a me? A me cosa sta succedendo?

In quell'incrocio di sguardi, di cui io sono il terzo ed estraneo fuoco, assisto al divenire animale di mio figlio. Quella è la prima volta che Ettore vede un cervo ed anche io, in quell'istante, vedo un cervo per la prima volta, divenendo bambino.