C'è un passaggio de Il racconto del Vajont che amo molto. È quello in cui Paolini descrive il sentimento che ha provato la prima volta che ha visto la diga. Lo stesso, dice l'autore, che ogni maschio, a una certa età più o meno precisa, prova di fronte a una portaerei. Non importa se tu, in futuro, diventerai pacifista o antimilitarista. A un certo punto della tua vita, se sei un maschio e ti trovi di fronte a una portaerei, la tua reazione sarà sempre la stessa: stupore e ammirazione. Il sentimento delle Colonne d'Ercole, così lo chiama l'autore. È la voglia di spingersi oltre, di mettersi alla prova, di superare i limiti. È lo spirito del progresso. Il fascino della frontiera. Il desiderio dell'ignoto. È un sentimento antico, radicato e profondamente infantile.

Amo molto quel passaggio perché parla anche di me.

In uno degli album di famiglia che stanno a casa dei miei genitori c'è una foto che mi ritrae. È l'estate del 1998. Siamo in viaggio negli Stati Uniti. Un pomeriggio, a Manhattan, mi portano a visitare L'Intrepid Sea-Air-Space Museum, il museo di storia marittima e militare che si trova al Pier 86, lungo la quarantaseiesima strada. La collezione è ospitata sopra e intorno alla USS Intrepid, una portaerei della Seconda Guerra Mondiale ancorata sull'Hudson. Nella foto poso davanti a un carro armato. Ho una postura strana, un po' insicura. Nella mia cognizione adolescente delle cose del mondo ho già rifiutato l'imperialismo e il militarismo di cui quelle macchine sono un ingranaggio. Ma, lo stesso, sul volto ho stampato un sorriso che va da un orecchio all'altro. Nella mia spensieratezza di bambino le amo, quelle macchine.

Ho passato la mia infanzia ad amarle. Ho letto praticamente tutto Tom Clancy. Ho consumato riviste di militaria. Ho collezionato fascicoli e schede sugli armamenti. Ho consumato un volume fotografico sugli aerei da caccia.

Me lo comprarono una domenica in libreria, durante un'iniziativa nazionale di promozione della lettura. Dentro c'erano foto emozionanti del volo di Mig, di Tornado, di Mirage. Ne so riconoscere il profilo quando passano nel cielo. So citarne le configurazioni dei sistemi d'arma. Ne ho mandato a mente le prestazioni, le caratteristiche, i pregi e i difetti.

Sono diventato un nerd dei sistemi d'arma, prima ancora di compiere quindici anni. Poi piano piano, quell'amore ha perso intensità. Un po' perché alle superiori essere un nerd era socialmente squalificante ed esserlo dei sistemi d'arma, beh era un ottimo viatico per venir considerati alla stregua di Unabomber; un po' perché ho iniziato ad avvertire la contraddizione tra la visione del mondo che stavo sviluppando e quella passione infantile.

Non sono mai guarito davvero. Prendere coscienza del fatto che i sistemi d'arma sono meravigliosi strumenti di morte non mi ha impedito, molti anni dopo, di giocare in modo ossessivo a Modern Warfare 2 per sbloccare ogni arma e accessorio disponibili. Ma ho saputo mettere nella giusta prospettiva la mia passione, pur continuando a fremere di piacere quando vedo la foto di un sottomarino nucleare sovietico classe Tifone.

Quel passo di Paolini, e il ricordo che gli ho collegato, mi sono tornati in mente ieri, quando ho letto i commenti a un post che il mio amico Lorenzo ha pubblicato su Facebook.

Sono due frasi in cui dice che c'è una distanza tra l'autore e la sua opera e che se il primo è uno stronzo, se muore forse è il caso di evitare di celebrarlo in pubblico.

Sta parlando di Maradona, ovviamente. E anche se nel post Lorenzo non lo dice in modo esplicito, l'aspetto infamante della sua vita, quello che lo qualifica come "uomo di merda", è il rapporto che ebbe con le donne.

Certo, se esprimiamo un giudizio sulla sua figura non possiamo ridurre Maradona solo a quest'aspetto. Maradona è stato anche altro: uno straordinario interprete del gioco del calcio, forse il più grande di tutti; un simbolo di riscatto per gli emarginati e gli sfruttati; una persona dalla mente infestata di mostri e fantasmi, con cui credo che mai vorrei avere a che fare.

Il giudizio su Maradona ci mette davanti alla complessità del reale, alla sua contradditorietà. Dice bene Gabriele Di Luca quando, rivolgendo il suo ultimo saluto a Maradona, scrive che "c’è qualcosa di profondamente sbagliato e puerile nel pretendere che un eroe sia anche un cavaliere senza macchia e senza paura".

Accettarlo però non è così facile o scontato. Lo dimostra la discussione che sotto al post di Lorenzo, che è appropriato descrivere usando l'aggettivo cursed, maledetta.

A leggerla ci si accorge quanto sia difficile mettere in discussione un mito. Il mito, in quanto tale, non si discute. Si perpetua e si celebra. Provare a tenerne insieme tutte le dimensioni, anche quelle che si contraddicono tra di loro, come fa Lorenzo, sulla cui tesi di fondo potremo anche discutere, significa assumersi il rischio di venir tacciati di moralismo o di vedersi agitare davanti lo spauracchio della cancel culture (su cui ha scritto cose definitive e condivisibilissime Claudia Durastanti).

Eppure a un pensionato non perdoneremmo il turismo sessuale; a un imprenditore non perdoneremmo di picchiare la moglie; a un amico non perdoneremmo lo sprezzo nell'usare le donne e i loro corpi. A Maradona invece, in ragione del suo essere mito, perdoniamo tutte queste cose o, almeno, tendiamo a minimizzarle, a riporle in un cassetto che, sì, sappiamo esistere ma non abbiamo voglia di aprire.

Farlo non significa voler rimuovere il mito, volerlo cancellare. Farlo significa riconoscere le contraddizioni che lo innervano e lo abitano. Significa fare i conti con la realtà del mito, con la concretezza da cui ha origine l'immagine che consegniamo alla storia. Non è facile e non credo sia un caso che, in quella discussione come altrove, ad avere più difficoltà a farlo siano soprattutto dei maschi, bianchi, eterosessuali a comportarsi in questo modo.

È una sorta di regressione, in cui torniamo a scambiarci santini e medagliette. A impersonare il ruolo del chierichetto e del balilla.

Non solo perché noi - maschi, bianchi eterosessuali - di fronte alle Colonne d'Ercole non possiamo fare a meno di sentire la fascinazione del limite e del suo superamento. Ma anche perché in quel mito di progresso, e nella dimensione larger than life che gli attribuiamo, più a torto che a ragione, troviamo la nostra assoluzione.

Maradona era enorme, nei vizi e nelle virtù. Su un campo da calcio, come nella vita, non potremo mai essere come lui. Questa consapevolezza ci rassicura, perché relega i lati oscuri a una dimensione che non possiamo raggiungere e, quindi, per questo motivo, essi non ci riguardano, non fanno parte di noi.

Se, al contrario, riconoscessimo le contraddizioni che abitano il corpo del mito, se riportassimo l'immagine alla carne, finiremmo per annullare quella distanza e dovremmo riconoscere che noi siamo identici a Maradona, che i suoi lati oscuri albergano anche in noi, a dispetto di quanto crediamo di sapere su noi stessi.  

Benjamin diceva, più o meno, che bisogna essere capaci di ammirare la bellezza dell'arco di trionfo e, allo stesso tempo, indignarsi per la violenza che celebra.

Ma per esserne capaci, quella violenza bisogna prima riconoscerla. Saperla vedere. Saperla chiamare con il suo nome.

Se noi maschi continuiamo a negare, su questa e su altre vicende, il punto di vista femminile, se lo rifiutiamo, lo mettiamo in causa, lo delegittimiamo, beh, non potremo mai farci carico delle contraddizione che ci abitano, tanto meno risolverle. E non è cosa da poco, perché il nome che portano e il volto con cui si presentano è quello della violenza che nasce dall'esercizio del potere patriarcale. Se la scontiamo a qualcuno, la scontiamo a tutti.

Come possiamo iniziare a farci carico di questa responsabilità?

Quando avevo quindici anni, quelli a cui piaceva il grunge, al mercato compravano delle magliette dei Nirvana con su stampato il volto di Kurt Cobain in posa cristologica. Sopra la sua faccia c'era una scritta: kill your idol.

Nella mia ingenuità di adolescente, in quelle parole leggevo soprattutto la bestemmia. Ma in quella maglietta c'è qualcosa in più dello sputo in faccia alla religione, al potere, alla tradizione. Qualcosa che la rende davvero straordinaria. L'invito a uccidere il proprio idolo, infatti, è rivolto tanto a Cristo, quanto a Cobain stesso. Uccidimi, dice al suo fan il leader dei Nirvana. Uccidi l'idolo. L'idolo pop. Perché è nel momento in cui lo diventerò davvero, un idolo, che smetterò di essere me stesso. Perderò la materialità del mio corpo. Mi sarò fatto immagine.

E l'immagine, ricordava Godard citando San Paolo, verrà solo al tempo della resurrezione. Ovvero il tempo in cui, mondato dai suoi peccati, l'uomo si sarà fatto dio e parteciperà della sua sostanza. Così, tra le macerie a cui il mondo sarà ridotto, l'idolo farà ciò che è stato progettato per fare: essere adorato, nei secoli dei secoli. Così sia.

È un saggio consiglio, quello che ci dava Cobain. Gli idoli si uccidono per riportarli a una dimensione mondana, per impedire che, liberati dalle catene della carne, circolino solo come immagine, bruciando tutto ciò che sta loro intorno.