Il tessuto imprenditoriale locale, come buona parte di quello italiano d'altronde, è composto da micro, piccole e medie imprese. Sono aziende a conduzione familiare. Seconda o terza, a volte anche quarta, generazione di imprenditori. Hanno lavorato molto e bene sul prodotto, in alcuni casi sono stati bravi a internazionalizzarsi ma oggi, che il mondo si è fatto più piccolo e la concorrenza più agguerrita, sono in affanno.

Questa descrizione - asciutta, fattuale - da tempo è entrata a far parte del mio disco vendita. In pochi, e infatti non è mai successo, potrebbero smentirne l'evidenza. Il tessuto imprenditoriale del paese è davvero composto in prevalenza da micro, piccole e medie imprese a conduzione familiare. L'osceno, di questa mia descrizione, ciò che resta fuori campo, è la rete di relazioni disfunzionali tra famiglia e impresa che le innerva.

È su questo complesso di rapporti che getta la sua luce Flashover, il romanzo di Giorgio Falco uscito da poco per Einaudi, in cui lo scrittore racconta la storia di Enrico Carella, l'imprenditore che, nel 1996, diede fuoco al Teatro La Fenice di Venezia per coprire i ritardi nei lavori accumulati dalla sua azienda, la Viet, che gli sarebbero costati un'onerosa penale.

A Carella spetta, nella ricostruzione che Falco opera della vicenda, un ruolo ben preciso, quello del figlio padrone. Figlio di suo padre, grazie alla cui intercessione ottiene il subappalto per i lavori nel teatro; padrone della ditta Viet, dunque responsabile dei e per i suoi operai. Un doppio legame che lo rende, al tempo stesso, sottoposto alla ed esecutore della legge del padre.

Sì, perché il padrone è anche un padre. Premia, rimprovera, mette alla prova ed esige fedeltà incondizionata. Detta legge, in casa come in azienda. Perché, dopotutto, le imprese a conduzione familiare sono anch'esse delle piccole famiglie. Coi loro litigi, certo, le incomprensioni, i conflitti. Ma nulla che non si possa risolvere, o che non possa essere accettato e ingoiato. Rimosso, cacciato giù, nel profondo delle cavità del ventre, dove bile e rancori s'accumulano e si trasformano e, a volte, esplodono. O s'innescano e prendono fuoco, così come si brucia un teatro.

La parola flashover, scrive Falco,

indica lo sviluppo completo dell'incendio, soprattutto all'interno di un luogo chiuso; la temperatura è altissima, uniforme, e non si verifica più il rapido aumento tipico della fase di propagazione: tutti gli elementi bruciano all'unisono, il fuoco raggiunge la totalità delle superfici disponibili, ogni cosa non si rivela per come appariva pochi minuti prima, ma in quanto fuoco. Il flashover identifica il momento di transizione tra un incendio in crescita e un incendio nella sua fase matura.
C'è qualcosa di malinconico in ogni flashover su cui incombe la distruzione: la distruzione portata da se stesso, la distruzione di se stesso.

Già, perché il fuoco, è questa la sua natura, porta con se le condizioni della propria estinzione. Quando non c'è più nulla da bruciare, il fuoco, semplicemente, si spegne. Come la micro, la piccola e la media impresa. L'impresa a conduzione famigliare. Prima o poi si estingue, si spegne, perché nell'intreccio di relazioni disfunzionali che la tiene in piedi ci sono già gli inneschi che la faranno bruciare.

Per raccontare tutto questo, perché è di questa rete di relazione che il romanzo fa l'autopsia, Falco sceglie uno stile che fa del montaggio la sua tecnica. Montaggio in senso cinematografico, ed è raro che la letteratura riesca ad avvicinarsi così bene a uno strumento così squisitamente filmico.

Organizzata in una successione di paragrafi separati tra loro da evidenti spazi sulla pagina, la narrazione, in Flashover, procede inframezzata da commenti e riflessioni che creano, nel lettore, l'impressione di vederli sovrapposti alle scene del racconto, e che, come la voce fuori campo in un film dell'ultimo Godard o in Straub Huillet, questo racconto lo fanno divampare nei guizzi infiniti delle fiamme che compongono l'incendio.

Così, paragrafo dopo paragrafo, i vari pezzi della vicenda si compongono, sovrapponendosi l'uno all'altro, come la cenere si deposita, sulle cose e sulle persone, alla fine di un rogo.