Everybody wants to own the end of the world.
Don De Lillo, Zero K

04/04/2020

Quanto è banale abbozzare un intervento critico sulla pandemia, nel pieno della quarantena imposta per mitigare l’evento? M’interpella così la sindrome dell’impostore mentre batto sulla tastiera le prime parole di questo testo, che vorrebbe riflettere intorno a quello che mi appare come un fatto: non esiste un’immagine simbolo della pandemia.

Permettetemi un paragone con l’unico evento di portata storica comparabile che mi sia stato dato possibile vivere: l’undicesimo giorno di settembre dell’anno 2001. Prodotte e riprodotte incessantemente nei giorni mesi e anni successivi dall’apparato mediatico, le immagini del secondo schianto ci sono state imposte come epitome di quel giorno, l’alpha e l’omega di un momento epocale. “Nulla sarà mai più come prima”. Ecco come suonava la dichiarazione che faceva da didascalia al disintegrarsi del velivolo; al suo vaporizzarsi in una nuvola di fuoco nell’istante del contatto con quel fragile costrutto di cemento e acciaio che fu la seconda torre del World Trade Center.

Esistono immagini di tale portata, di magnitudo così elevata per raccontare ciò che stiamo vivendo? Più mi trovo a compulsare gli hub della distribuzione cognitiva globale e più mi convinco che manca un’immagine che possa chiudere il ventaglio di possibili esiti apertosi con il diffondersi del Coronavirus lungo le catene logistiche mondiali. Venezia svuotata è impressionante? Lo sono anche New York, Wuhan, Parigi, Londra. Qualsiasi città è impressionante se svuotata dei suoi abitanti. I cittadini indiani che abbandonano le metropoli per tornare nelle aree rurali fanno scalpore? Lo stesso hanno fatto coloro che fuggivano dalla Lombardia nelle ore precedenti l’imposizione del lockdown. Branchi di scimmie si riappropriano di una città in Thailandia? Ma così hanno fatto anche i delfini nel porto di Cagliari o i cinghiali a Roma o i cervi sul litorale toscano.

Nessuna di queste immagini possiede la forza necessaria per annullare ogni altra possibile alternativa e chiudere la sequenza con un concatenamento di montaggio capace di far procedere la narrazione. Nemmeno l’impressionante immagine di Papa Francesco in una piazza San Pietro costituita come spazio visivo dalla presenza dello sguardo divino possiede quell’universalità necessaria per imporsi come immagine unica, definitiva, della pandemia.

La cosa che più si avvicina a questa immagine sono le visualizzazioni di dati. Curve esponenziali e logaritmiche, mappe di calore, diagrammi, bolle, rette, intervalli, scalini. Il virus e i suoi effetti rappresentati soprattutto in forma di astrazione. Eppure, mai come in questa situazione, in cui gli apparati di produzione dei dati variano da regione a regione e da nazione a nazione, siamo consapevoli della loro natura non oggettiva e, di conseguenza, della natura puramente rappresentativa, configurata e tutto sommato illusoria di queste visualizzazioni. Il massimo dell’astrazione, che dovrebbe coincidere con l’apice della chiarezza, diventa qui solo un altro segmento di quella costruzione frammentata e soggettiva della realtà che dovremmo cominciare ad adottare come approccio mentale predefinito al nostro stare nel mondo. Quantomeno, se l’obiettivo comune è abitarlo con l’ambizione di poter agire su di esso e sui suoi meccanismi. Un’ambizione che l’apertura operata dal virus contribuisce a rafforzare, a corroborare. Il tempo sospeso della quarantena è anche il tempo in cui si pronuncia l’indicibile e si progetta il futuro.

All’arte - e alla critica che ne espande il discorso, gettando ponti tra le diverse aree della produzione e riproduzione culturale e sociale - spetta pertanto un compito, uno solo e cruciale. Impedire che una sola immagine prevalga chiudendo il circuito. Tra il massimo di concretezza incorporato nella visione soggettiva e il massimo d’astrazione della visione oggettiva, chi produce e socializza le immagini ha, adesso, il dovere etico e politico di mantenere aperto uno spazio tra esse. Un interstizio in cui poterci collocare tutti per immaginare un futuro che sappia andare oltre il realismo che ha dominato il mondo fino a pochi istanti fa, quello del capitale.