Del buon articolo che Roberto Ciccarelli dedica oggi alle risposte e alle reazione che il mondo economico e finanziario, europeo e non, sta mettendo in campo per prevenire gli effetti sistemici dell'impatto di Covid-19 sull'intero modello di sviluppo mi interessa in particolare la chiusura, dedicata alla metafora bellica con cui si sta affrontando la situazione.

Ciccarelli fa bene a far notare che

la metafora della guerra circola dappertutto in questi giorni, alimenta il discorso pubblico e mediatico. Non indica una guerra contro un nemico “umano”, ma contro una “minaccia” che interrompe il normale corso di una vita identificato con il “progresso”, la “crescita”, la realtà identificata con il capitalismo che oggi scopre dentro di sé un’anomalia che ha inceppato la sua corsa. La metafora della guerra, sanitaria e non militare, affermata con forza ieri anche da Macron, serve inoltre a rinserrare la popolazione nelle file di un esercito immaginario schierato contro una presenza inquietante che, in realtà, si trasmette da essere umano a essere umano. Questo uso di un concetto emblematico può favorire cortocircuiti di ogni tipo, a cominciare da una radicale immunizzazione dalle relazioni per un tempo indefinito e con il rischio di conseguenze auto-distruttive. La guerra economica potrebbe anche portare a un’economia della sopravvivenza, una volta riscontrata l’inutilità dei tentativi di riavviare la macchina a lungo termine.

Tra questi cortocircuiti quello più significativo, anche se meno esplorato e dibattuto - forse perché, almeno per il momento, la tenuta delle catene di approvvigionamento sembra essere scontata -, è quello che anticipa una possibile economia di guerra. Ovvero l'ordine del discorso che introduce nella nostra quotidianità l'ombra del razionamento, della limitazione radicale dell'accesso ai beni di prima necessità.

Proviamo a fare un esempio concreto. Se avete una conoscenza, anche solo superficiale, di come funziona la filiera della produzione agricola italiana probabilmente sapete che il lavoro nei campi si basa in buona parte sull'utilizzo di forza lavoro straniera. Forza lavoro che in questo momento non può entrare nel paese.

Di fronte al lockdown, c'è il rischio concreto non che la stagione vada perduta, ma che non inizi proprio. Al di là delle fantasie survaivaliste circolate sui social nei primi giorni del contagio, quando l'umore generale poteva ancora permettersi il lusso di oscillare tra il divertito e il preoccupato, porsi il problema dell'approvvigionamento è un piano concreto su cui bisogna ragionare.

Non tanto perché nell'immediato ci sia il rischio di una carenza di prodotti agricoli - l'industria dello stoccaggio usa da tempo tecniche di atmosfera controllata per accumulare derrate alimentari e regolare così l'offerta per proteggere il prezzo di vendita (mano invisibile, anyone?) - quanto perché, se la quarantena dovesse prolungarsi a cascata e su una scala globale, rialzi consistenti dei prezzi simili a quelli che abbiamo visto per mascherine e igienizzanti sono ipotizzabili anche per i generi alimentari.

Per restare nel campo della metafora, se davvero il sistema globale è un treno che sta rallentando fino a fermarsi, allora è altrettanto vero che siamo appena all'inizio della frenata e che passerà molto più tempo di quanto ci sembra ragionevole prevedere prima che il convoglio si fermi del tutto. Banalmente, anche solo perché le misure di contenimento non sono state attivate contemporaneamente, ma hanno seguito una logica progressiva. Prima la Cina, poi la Corea del Sud, poi l'Italia, l'Austria, la Francia, la Germania, l'Inghilterra e via dicendo.

Difficile ipotizzare quali saranno, nel lungo termine, le conseguenze della frenata.

Ecco perché, come nel caso della salvaguardia delle condizioni di salute delle persone impiegate nella produzione o di quelle della popolazione carceraria, l'orizzonte di azione non può che essere politico e temi come l'autoproduzione da una parte e la cittadinanza per i lavoratori stranieri dall'altra devono diventare parte di un discorso più ampio, di una spinta radicale a ripensare l'intero sistema dei rapporti economici.

Destituire l'emergenza e politicizzare il virus. Questo il lavoro che ci attende per preparare le condizioni necessarie a scongiurare scenari ancora più foschi.