Quattro figure, riprese di spalle, contemplano, dalle finestre di una stanza, un paesaggio di grattacieli. La luce, al di là delle grandi vetrate, è limpida; il cielo azzurro, come in una fredda mattina d’inverno. La scena dura pochi secondi, giusto il tempo che la voce narrante pronunci un paio di battute. Siamo nei minuti conclusivi dell’episodio finale di Mr. Robot, la serie di Sam Esmail che, con questa quarta stagione, si conclude.

Qualche sequenza prima di quest’immagine abbiamo scoperto che quelle quattro figure sono altrettante proiezioni della personalità di Elliot Alderson. Perciò il protagonista della serie, il personaggio le cui vicende abbiamo seguito per l’intero arco narrativo della vicenda e che adesso scopriamo chiamarsi “il burattinaio”, altro non è che un frammento della persona di cui fa parte e che egli stesso tiene prigioniera in quel perfetto mondo mentale a cui, non senza un certo spaesamento, noi spettatori ci siamo trovati davanti nelle ultime tre puntate.

Alzi la mano chi, vedendo quell’Elliot Alderson impomatato e sicuro di sé risvegliarsi dopo l’esplosione della centrale nucleare di Washington Township, non ha pensato, almeno per un istante, al rischio che una serie sugli hacker rivoluzionari potesse concludersi in un pantano di dimensioni parallele e/o alternative. Lo spettro del finale di Lost, dopotutto, infesta ancora i nostri sonni di spettatori seriali.

Ma quello spazio non è una proiezione verso l’esterno, quanto una piega dello spazio interiore del personaggio, un loop ricorsivo a cui la personalità che si risveglia nell’ultima sequenza della serie è stata condannata dalla sua rabbia, dai suoi sentimenti negativi, dal desiderio inebriante di “far bruciare il mondo”.

Mr. Robot - serie dal sapore cyberpunk su un vigilante hacker che porta l’attacco al cuore informatico del capitalismo fino a determinare “la più grande redistribuzione di ricchezza a cui il mondo abbia assistito - si trasforma, nel finale, in una meditazione sulla natura dell’atto rivoluzionario. Lo fa echeggiando fino a citarlo un altro caposaldo della cultura pop: Fight Club. Cos’altro può essere la scena della finestra che ho descritto sopra, se non una citazione del finale del film di Fincher, che si conclude con l’immagine, iconica, dello sguardo di Tyler e Marla che assistono al culmine del “Progetto Mayhem”, la distruzione delle sedi dei dodici istituti di credito più importanti della città che, esplodendo, collassano al suolo accompagnati dallo stridere delle chitarre di Where is My Mind dei Pixies. Da quel momento sono passati esattamente 20 anni. L’impeto rivoluzionario che, nel 1999 di Fight Club, si esprimeva nella distruzione nichilista del mondo, oggi sembra essere stato sussunto da un capitale che ha fatto dell’armageddon il suo obiettivo politico ultimo. Di fronte a tutto questo, Sam Esmail sembra volerci dire che la rivoluzione deve essere sempre, prima di tutto, rivoluzione permanente del soggetto. Perché non si cambia il mondo se, prima di tutto, non ci si sta dentro e in mezzo.

“Hello, Elliot”, un nuovo decennio sta iniziando.