In una newsletter inviata più o meno un mese fa, Caroline Crampton rifletteva sulla natura del suo lavoro ponendosi la domanda: am i a writer? Ovvero interrogandosi sul senso di definirsi una scrittrice, con tutto ciò che farlo comporta in termini di percezione di noi stessi da parte degli altri, quando buona parte delle attività che svolge e che le sono necessarie per la sopravvivenza non rientrano in questa categoria o passano inosservate.

Nel fare il confronto coi suoi colleghi, Crampton si accorge che a essere nella sua stessa situazione sono in molti e che il meccanismo di costruzione dell'identità abilitato dai social contribuisce a generare quel senso di spaesamento di cui parla nel suo testo.

Il mio nuovo libro è uscito meno di una settimana fa. Stasera lo presenterò al pubblico per la prima volta. Domani mi intervisteranno in radio. Eppure la mia vita va avanti come sempre. La pubblicazione non ha intaccato e non intaccherà la routine se non nella misura in cui a essa si aggiungeranno una serie di impegni, di scadenze, di cose da fare in più.

Cosa passa di tutto questo alle persone che mi vedono attraverso quella performance di me stesso che sono i miei flussi di aggiornamenti sui social network? Probabilmente nulla.

La noia, la ripetitività dei gesti quotidiani, ma anche le piccole e grandi gioie che questi comportano, cadono in secondo piano. Scivolano dietro un velo, sotto una superficie, al di là di quella linea oltrepassata la quale siamo costretti  all'intossicante ebbrezza di una positività infinita, quella con cui nutriamo l'apparato di cattura che regola il nuovo ciclo di accumulazione.

Quanto ci sarebbe di sollievo nello sparire? Quanto è sovversivo, l'atto della sottrazione?