Qualche mese fa un uragano si è abbattuto sui boschi a cavallo tra Veneto, Trentino e Alto Adige. Il vento ha soffiato a oltre 200 chilometri all’ora, abbattendo diversi milioni di metri cubi di legname. Il giorno prima gli alberi si ergevano in piedi, quello dopo erano a terra adagiati gli uni sugli altri, al centro di voragini apertesi nella macchia, che abbiamo potuto vedere in tv o sui siti, ripresi dall’alto da droni o elicotteri.

Qualche giorno più tardi mi sono trovato a passare, per lavoro, attraverso una delle zone colpite. Forse non una di quelle colpite più duramente, ma abbastanza da vedere i segni della devastazione. Ai lati delle strade, dove l’uragano ha minacciato più da vicino la civiltà, squadre di forestali e vigili del fuoco si affaccendavano intorno ai cadaveri dei tronchi per liberare il bosco.

Maneggiavano agili le motoseghe recidendo i morti. Non so perché, forse per evitare di sradicare le radici compromettendo la tenuta dei pendii, ma lasciavano i ceppi a terra, nudi, con la loro teoria di anelli concentrici esposta allo sguardo di chi, come me, si trovava a passare da quelle parti.

Mi accorsi che nel tronco reciso di quegli alberi deceduti si disegnava l’immagine definitiva del tempo. Delle sue due concezioni, lineare e circolare, ne fanno infatti sintesi gli anelli che si formano di stagione in stagione e si accumulano uno dietro l’altro man mano che l’albero si espande nello spazio. Per ogni stagione che si chiude e riapre si forma un anello. Per ogni anno che passa un anello si aggiunge al conteggio e così via fino a che l’albero non muore, di morte naturale o per effetto di un agente esterno.

Differenza e ripetizione, questa è l’essenza del tempo incarnata nel tronco di un albero.

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Qualche settimana fa un amico di vecchia data mi ha fatto un regalo. Si tratta di una chiavetta USB che estraggo da una scatolina di cartone sul cui verso superiore c’è appiccicato una specie di gagliardetto disegnato al computer.

Dentro la chiavetta ci sono vent’anni di musica organizzati in playlist, ordinate in cartelle tematiche, raccolte in cicli cronologici. Sono tutte tracce che, dal 1999 al 2019, abbiamo scoperto e ascoltato insieme lui, io e il nostro gruppo di amici.

Un lavoro di catalogazione enorme, enciclopedico, che vuole provare a sistematizzare un ventennio di amicizia attraverso la musica. Le tracce, come gli anelli degli alberi, si accumulano una dietro l’altra lungo la linea del tempo ma segnano, nello stesso momento e nella ripetizione dei generi e delle band, l’aprirsi e il chiudersi di diverse stagioni della nostra vita. Marcano, come gli anelli di un albero sezionato, il passaggio del tempo e ne ricavano un’immagine, quella della nostra amicizia.

Ogni sezione, ogni intervallo di anni, ogni playlist e ogni traccia aprono la porta dei ricordi. L’insieme ha, allo stesso tempo, una tensione centripeta e una forza centrifuga. Si tiene insieme, coerente e ordinato, mentre proietta all’esterno l’entropia dei ricordi, degli aneddoti. Ogni sua parte è il punto di partenza per potenziali narrazioni che ricostruiscono tanto la nostra vicenda di gruppo quanto le nostre singole amicizie.

Chiunque di noi guardi la sua parabola attraverso questa compilazione la racconterà da un punto di vista diverso e aggiungerà qualcosa che gli altri non possono aggiungere, perché non l’hanno vissuta e, ciononostante, troverà sempre qualcosa che lo lega e lo accomuna a tutti perché il disegno, la trama complessiva, ci lega insieme.

Lo sguardo retrospettivo che la chiavetta USB apre sulle nostre vite mostra il paesaggio che ci siamo lasciati alle spalle, un panorama di rovine striato di chiaroscuri, a cui guardiamo con la consapevolezza che qualcosa di quello che abbiamo vissuto resterà sempre con noi come doppio: l’immagine, inquietante e rassicurante allo stesso tempo di cosa siamo stati insieme, da cui non riusciamo a staccare gli occhi mentre dal cuore di quella catalogazione qualcosa ci spinge verso il futuro.

Come l’angelus novus di Benjamin, anche noi procediamo verso l‘avvenire con lo sguardo fisso sul passato che ci stiamo lasciando alle spalle. In The Future of Nostalgia, Svetlana Boym definisce reflective nostalgia questo sentimento che guarda al passato non come un serbatoio di miti da far rivivere nel presente, ma come l’immagine eerie di un doppio fantasma che ci accompagna.

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È il 30 gennaio 2019. Trecentosessantacinque giorni e qualche ora fa nasceva mio figlio. La sua prima stagione si è conclusa e una tacca si è aggiunta alla sua tempolinea. Provo a tracciare un bilancio di questi giorni e scopro un basso continuo di fatiche puntellato da picchi frequenti di gioia. Scintille di felicità che illuminano un’infinita notte artica sbriciolandosi nel buio. Questo è l’anno in cui ho letto più libri negli ultimi dieci anni. L’anno in cui scopro in me una concentrazione mai provata; come se l’arrivo di questa parte-di-me-che-non-è-me m’avesse fatto nascere dentro qualcosa che assomiglia a una chiarezza dei miei desideri a me stesso, un interruttore che scatta e trasforma l’apatia nella determinazione a rendere importante ogni frazione di tempo, perché anche la più piccola, la più infinitesimale, adesso conta e vale come l’eternità.

Lacrime mi rigano il viso mentre la mia compagna e io tracciamo un bilancio di questo tempo. Sediamo in penombra sul letto. Lei tiene in braccio nostro figlio mentre io gli accarezzo quel piedino che solo un battito di ciglia fa era minuscolo e oggi mi pare già enorme.

Sono passati vent’anni da quando è iniziata la mia adolescenza e ora che le nostre mani si sfiorano mi accorgo che sta tutta dentro quella chiavetta USB, che poco prima ho appoggiato sulla libreria in salotto. Incrociamo gli sguardi e le nostre voci si sovrappongono: “siamo diventati adulti” ci diciamo; e mentre la domanda si volge in affermazione, un cerchio più spesso degli altri si disegna nella grana del tempo che adesso ci avvolge.