Una riflessione critica sul ruolo della videocamera, da strumento di realtà e certificatore dell'elemento strano del mondo.

Per molti anni l'estetica della videocamera ha rappresentato il sigillo di verità che attestava la realtà di fronte all'obiettivo. Poi è arrivato The Blair Witch Project e le cose sono cambiate. Ai margini della videocamera hanno cominciato a spingere strane presenze alla ricerca di un portale per il nostro mondo. Da quel momento in avanti la loro presenza ha abolito la realtà, sostituendola con il gioco infinito dei racconti.

È questo il filo conduttore di un lungo saggio critico che ho pubblicato su Not. Al suo interno intreccio diversi prodotti culturali che fanno riferimento al genere weird, alla ricerca dell'essenza del suo rapporto con la videocamera.

Il meccanismo che in The Blair Witch Project era funzionale a farci sentire la presenza dell’elemento weird qui si trasforma nella sua visualizzazione. Ma cos’è che stiamo vedendo, in realtà? È ancora Mark Fisher a offrire la chiave di lettura per questa sequenza. Nel primo capitolo di The Weird and the Eerie, Fisher si propone adoperare queste due sensazioni per superare il concetto di Unheimlich, il perturbante freudiano, che è loro successivo cronologicamente. Dice infatti Fisher: «Il ricondurre il weird e l’eerie all’unheimlich è sintomatico di un ripiegamento secolare dall’esterno […] Il weird e l’eerie muovono da una direzione opposta: ci permettono di osservare l’interno da una prospettiva esterna».

Quello che viene messo in scena nella sequenza finale di Cloverfield è esattamente l’apparire di questo sguardo che dall’esterno preme sull’interno e che è destinato a costituire il nostro punto di vista nello spazio e nel tempo postapocalittici. Ancora una volta, è grazie al potere attestativo della videocamera a della sua estetica che possiamo cogliere i segni dell’avvento del weird nella nostra realtà.

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