Quando ho annunciato agli amici che, per varie ragioni personali, quest'anno mi sarei trovato a frequentare spesso Mestre le reazioni sono state un misto di pena e sfottò. Dopotutto, quest'anticamera della laguna di Venezia è universalmente riconosciuta come uno dei luoghi più brutti d'Italia.

Non è così. Mestre ha un fascino tutto suo, che va scoperto lentamente. Weekend dopo weekend ho imparato a conoscere questa cittadina, ne ho respirato le atmosfere e, in filigrana, ho imparato ad amarne il fascino bituminoso.

Di tutto questo ho potuto scrivere grazie ai ragazzi di ESquire Italia, che hanno accettato di ospitare sulle loro pagine questo mio racconto.

“Sorry, i’m a tourist too” è la frase con cui si concludono di solito quei brevi conciliaboli, che si stringono per un istante e si sciolgono quasi subito lasciando i due turisti allontanarsi affranti, abbandonati al loro destino in quest’immagine di Neo China aggiornata all’estetica del non finito, tipica di quelle infrastrutture incomplete - una strada, un ponte che aggetta sul nulla, lo scheletro di una palazzina - in cui ogni tanto capita d’imbattersi nelle campagne italiane.

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