Leggere I cani del Sinai di Franco Fortini a Mestre e scoprire, in un sabato di primavera, un libro straordinario che schiude i ricordi del passato e insegna per il futuro.

Fortini-Cani-Jean-Marie-Straub-Daniele-Huillet

22/04/2018

Sabato ho letto per la prima volta I cani del Sinai di Franco Fortini. L'ho fatto in una di quelle giornate in cui mi reco a Metsre che, per varie ragioni, è una città che sto frequentando con una certa regolarità in questi mesi. Tanto è vero che il libro l'ho comprato proprio a Mestre, non più tardi di un paio di settimane fa.

L'ho trovato scartabellando tra gli scaffali della libreria d'essai "Don Chischiotte". È un bel posto, forse il mio negozio preferito di Mestre, anche perché è l'unico a vendere roba che mi interessa davvero visto che i due negozi di dischi che sembravano promettere bene su Google hanno le serrande abbassate da quello che sembra ormai un bel po' di tempo.

La "Don Chisciotte", comunque, è fatta proprio nel modo in cui ti aspetteresti fosse fatta una libreria d'essai: piccola, buia, ingombra all'inverosimile di volumi ordinati manicalmente per editore. Riconosci così a colpo d'occhio le costine candide de Il Saggiatore, quelle colorate di Raffaello Cortina, le file ordinate di Einaudi e quella invitante muraglia di Adelphi.

I cani del Sinai, nell'edizione Quodlibet, se ne stava li un po' dimesso, nel ripiano basso di uno scaffale vetrato che si apre stridendo, stretto tra un paio di Deleuze.

La copertina è rovinata, macchiata di grigio in più punti come se fosse passata sotto una ruota dentata o un qualche tipo d'ingranaggio. Lo prendo lo stesso - e non perché il difetto mi vale uno sconto sul prezzo di copertina - ma perché è un libro che esercita su di me, da anni, una misteriosa attrazione.

Da questo libro Jean Marie Straub e Daniele Huillet hanno tratto un film, Fortini/Cani. Ne lessi per la prima volta tra le pagine de L'immagine-tempo. Cinema 2, testo feticcio che compulsai nei primi anni da studente di cinema all'università di Siena.

All'epoca mi muovevo per suggestioni, mappavo i territori sconosciuti della cultura alta in traiettorie sghembe e semicerchi ubriachi, attratto da tutto ciò che appariva colto, ermetico ma anche in grado di modificare la mia percezione della realtà. Quella coppia di nomi, Jean Marie Straube e Danielle Huillet, e quel titolo, Fortini/Cani, con la barra obliqua nel mezzo, furono una delle tappe di quel viaggio.

Di quel sodalizio artistico, il film era l'unico titolo presente nella cineteca universitaria. Ne presi in prestito la VHS e scoprii un film difficile, che metteva a dura prova l'idea di film che avevo fino a quel tempo. Era cinema di durata, fatto di immagini fisse sul paesaggio, da cui la voce narrante faceva dischiudere sensi e significati celati sotto strati di banalità solo apparente. Catturava l'occhio con una peltora di micro movimenti che riempivano l'inquadratura, saturando la percezione. Era cinema che ti chiamava allo sforzo intellettuale, che modifica la postura spingendoti in avanti, quasi a volere o dover entrare nello schermo per poterlo afferrare, per poterlo capire.

Franco-Fortini

Mi restò, dopo quella visione, la voglia di saperne di più su questo autore, Fortini, che con Siena e la Toscana, allora le mie patrie di formazione, aveva un rapporto strettissimo.

Ë con questi ricordi che ho iniziato a leggere il libro. L'ho aperto sul regionale delle sei e trenta di mattina che ci portava verso Mestre. Ho continuato al parco, con mio figlio addormentato nell'ovetto al mio fianco. L'ho finito accaldato su un logoro divano di pelle nella sala d'aspetto della scuola di specializzazione che la mia compagna frequenta.

Ho trovato un libro vigoroso - esattamente quel testo scritto "a muscoli tesi, con rabbia estrema" come confessa lo stesso Fortini in una nota a Jena Marie Straub pubblicata alla fine del volume - punteggiato di momenti altissimi come questo dedicato a descrivere il clima del luglio 1967:

Sull'asfalto delle strade il sangue fresco torna ad aggrumarsi dove già schizzò negli anni passati. Gli agenti della Stradale tendono le loro misurazioni tra le briciole dei cristalli. Il contadino che ebbe portata via la gamba da un'auto estiva anni fa, seduto sulla soglia della casupola che s'è costruita col risarcimento, guarda il proprio ragazzo pedalare sbandando nel buoio lungo i tornanti che le macchine attaccano. Nulla deve mutare. La radio parla dell'esodo estivo, le musichette delle sigle ballonzolano nelle osterie. È l'estate dei rospi e dei cani nei campi, dei piccoli congegni notturni degli insetti; che hanno solo questa estate da vivere e sono al lavoro dappertutto.

oppure quest'altra, fulminante, riflessione sul senso dell'autobiografia:

la forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico d'avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che solo miei non sono. Della mia "vita" non me ne importa quasi nulla.

Ha senso, questa nota, perché il testo, sulla scorta della guerra dei sei giorni, interroga l'essere ebreo di Fortini in relazione a quel conflitto. Ne scaturiscono pagine di una chiarezza estrema sul razzismo, sulla sopraffazione, sulla difficoltà o l'impossibilità di poter prendere una posizione che coincili l'appartenenza a una storia e la negazione di quella stessa storia.

Il tutto immerso in una scrittura che suona vetusta al mio orecchio, eppure incredibilmente affascinante nel suo vigore.

Chiudo il libro. Lo ripongo con cura nelle borsa e ne estraggo penna e taccuino. La lettura chiama immediato l'esercizio dello scrivere e io, diligente, eseguo il compito.