The Southbank Undercroft

Going Undercroft

Nel cuore di Londra, sulle rive del Tamigi, sorge uno dei più antichi skate spot della capitale inglese e del mondo intero. Anzi, per essere precisi, il più antico skate spot ancora in uso. I local hanno preso a chiamarlo The Undercroft.

Per chi non lo sapesse, uno skate spot è una location adatta alla pratica dello skateboarding. In questo caso si tratta di un piazzale coperto che fa parte del Southbank Center, “the most vibrant arts center in the country” stando a quanto dice il Guardian.

Qui si skatea da più di 40 anni, fin da quando lo skateboarding moderno è nato e si è diffuso nel Regno Unito durante gli anni ‘70. La particolarità di questo spazio, costruito nel 1968, è che gli architetti che realizzarono il Southbank Center lo progettarono con un preciso intento, che utenti non previsti lo utilizzassero in modi liberi e inaspettati. Cosa che puntualmente accadde pochi anni dopo quando questo spazio divenne punto di ritrovo per gli skateboarder londinesi. All’epoca lo skateboarding era quell’evoluzione urbana del surf da onda raccontata da Stacy Peralta in Dogtown & the Z-Boys e i bank dell’Undercroft rappresentarono immediatamente una grande attrattiva per gli skater alla ricerca di surrogati in cemento delle onde dell’oceano.

Mano a mano che lo skateboarding evolveva tecnicamente verso quello che oggi è lo streetstyle - uno stile che ebbe la sua consacrazione tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 per poi diventare lo stile più diffuso, quello più praticato ancora oggi - l’Undercroft non smise di essere lo spot londinese di riferimento. I bank persero attrattiva a vantaggio dei lunghi e lisci curb di cemento che punteggiavano la sua superficie coperta. Una varietà di strutture e ostacoli che hanno fatto dell’Undercroft uno degli spot più completi esistenti al mondo, scenario di numerosi video e servizi fotografici, meta per milioni di appassionati.

C'è qualcosa di estremamente vago e inspiegabile nel rapporto che si intesse tra noi e i luoghi che viviamo

È come se quell’architettura concepita prima della nascita dello skateboarding ne avesse in qualche modo anticipato l’avvento e le successive evoluzioni, come se gli architetti avessero sprigionato l’energia nascosta di qualche portale capace di far collidere punti distanti tra loro all’interno del medesimo continuum spazio-temporale.

C’è qualcosa di estremamente vago e inspiegabile nel rapporto che si intesse tra gli esseri umani e i luoghi che vivono e utilizzano nel corso della loro esistenza. Una sorta di investimento emotivo che crea legami irrazionali in cui memoria e un ancestrale senso di appartenenza si mescolano insieme.
La storia dell’Undercroft è un esempio di quanto sia complesso e sfaccettato questo rapporto. Nel marzo del 2013 infatti la dirigenza del Southbank Center ha reso pubblico un costoso (120 milioni di Sterline) piano di rinnovamento del complesso di edifici della Festival Wing, di cui l’Undercroft fa parte. In luogo dello spot sarebbero sorti una serie di negozi al dettaglio.

Tuttavia, all’interno di questo piano di rinnovamento era previsto lo spostamento dell’area occupata dagli skater in una nuova area, situata poco più in giù lungo il corso del fiume Tamigi, sotto il ponte di Hungerford, a circa 120 metri di distanza dalla location attuale. Un’area che i dirigenti del Southbank Center avevano pensato di dedicare allo skateboarding e per lo sviluppo della quale avevano stanziato la cifra di 1 milione di Sterline. Il progetto del nuovo skatepark è stato affidato all’architetto e skateboarder Rich Holland e a Iain Borden, professore di architettura e culture urbane presso lo University College London, anch’egli skateboarder e autore di Skateboarding, space and the city, un denso saggio sul rapporto tra skateboarding e spazio urbano. A oggi uno degli studi più completi sul fenomeno.

Nonostante la proposta della dirigenza del Southbank Center dimostri grande sensibilità e attenzione verso le esigenze degli skater, le comunità che si riuniscono intorno all’Undercroft hanno vissuto quest’azione come un attacco all’integrità della cultura urbana, ovvero della loro cultura. È nata così Long Live Southbank, una campagna dal basso in difesa dello spot.
Navigando sul sito internet della campagna ho trovato una descrizione dello spot particolarmente utile a capire alcune delle dinamiche che sono in atto.

Sul sito si dice che

“The Undercroft is a treasured space, known as the birthplace of British skateboarding and has been home to skateboarders, BMX riders and graffiti artists for the last 40 years. This makes the Southbank undercroft the oldest recognised and still existing skateboarding space in the world. The Southbank Centre’s proposed redevelopment site contains none of these features, has no history and lacks the unique, dynamic architecture that has made the Undercroft a globally renowned street culture space.”

La storia e l’unicità dell’Undercroft sono le caratteristiche che lo rendono irripetibile agli occhi dei suoi difensori. Anche se sull’altro piatto della bilancia c’è la possibilità di usufruire di uno spazio completamente rinnovato, progettato e costruito per poter esaltare quella peculiare forma di performance che è lo skateboarding, il fascino dell’Undercroft non sembra esserne minimamente scalfito.

![Skateboarding at the Undercroft](/content/images/2014/Mar/Skateboarding_at_the_Undercroft.jpg)

Esplorazione e appropriazione: lo skateboarding alla conquista dello spazio urbano

Nella vicenda dell’Undercroft mi pare di scorgere una certa componente di irrazionalità che è ciò che mi pungola a raccontare questa storia. Cosa spinge una community di skateboarders a rifiutare una proposta che in qualsiasi altra circostanza verrebbe accolta con pieno favore? Non è certo la prima volta che uno skate spot viene spostato per far posto a una nuova costruzione. È accaduto al Big O di Montreal, un pipe in cemento spostato a causa dei lavori di ampliamento dello stadio della città canadese.
Cosa rende così viscerale il rapporto che lega degli skater a un luogo in particolare?

Possiamo provare a rispondere a questa domanda cominciando a esplorare la relazione che c’è tra lo skateboarding e lo spazio urbano. Una relazione che costituisce uno degli elementi fondanti di questo sport.
Fin dalla sua nascita l’esplorazione dello spazio è stata parte dell’esperienza dello skateboarding. Una scena del film California Skate, un modestissimo poliziesco interpretato da Christian Slater, mostra la crew di skater di cui il protagonista fa parte noleggiare un aereo da turismo per individuare dall’alto le piscine svuotate e poi raggiungerle per poterci skateare dentro. Dettaglio dell’aereo da turismo a parte, una scena molto simile è raccontata anche in Dogtown & the Z-Boys, il documentario di Stacy Peralta a cui ho già fatto accenno.

Che fossero i bank di un canale di scolo, le piscine svuotate a causa della siccità nei giardini di motel e case private o gli enormi pipe di cemento, abbandonati nel deserto ai confini della città dopo grandi opere idrauliche, per gli skater faceva poca differenza. Loro erano alla costante ricerca di luoghi in cui mettere alla prova le proprie capacità, trasportando sulla terraferma lo stile radicale che avevano maturato nel surf da onda.

Lo skateboarding è sempre esplorazione prima e appropriazione dello spazio poi

A poco a poco quei luoghi uscirono dall’abbandono e dall’anonimato che li aveva contraddistinti fino a quel momento. Nello skateboarding all’esplorazione dello spazio segue sempre un movimento di appropriazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di tattiche di sopravvivenza urbane, leggere e veloci, simile in tutto e per tutte alle tattiche di appropriazione dello spazio messe in atto dagli street artist. Altre volte però le caratteristiche di un luogo fanno si che queste tattiche estemporanee possano radicarsi ed è così che un luogo diventa uno spot e comincia a vivere di una vita tutta nuova. Alle volte riceve un nome evocativo come Undercroft appunto o Hubba Hideout o Big Four, altre volte il nome resta quello con cui lo spot è conosciuto da tutti, come Milano Centrale o Philarmonie o MACBA, altre volte ancora prende il nome dallo skater che per primo ci ha eseguito un certo trick come il Gonz Gap o il Bilodollie.

A poco a poco sullo spot comincia a depositarsi uno strato di ricordi che circolano nelle community di skateboarder sottoforma di racconto orale, reportage, video o fotografia. Lo spot comincia ad avere una propria memoria condivisa e una fama. Gli skateboarder che lo visitano sanno quali trick sono stati chiusi in quello spot e tentano di chiuderne di nuovi e di diversi per poter entrare anche loro a far parte della memoria dello spot e circolare all’interno del circuito commerciale fatto di copertura mediatica la quale può poi tramutarsi in sponsorizzazioni e quindi nel sogno di diventare un professionista in grado di vivere soltanto di skate.

La storia di uno spot si fa dunque, col tempo, memoria per la comunità di skateboarder che lo vivono giorno per giorno e lo spot stesso in questo processo si iconizza, diventando un simbolo. Come, appunto, il luogo da cui siamo partiti, l’Undercroft. Uno spot che porta sulle sue spalle 40 anni di ricordi che ne hanno fatto un luogo storico e rappresentativo, ma anche un’immagine utilizzata intelligentemente per scopi commerciali; come ha fatto la company londinese Palace che del profilo dei pilastri dell’Undercroft ha fatto il proprio logo ed è in prima fila nella sua difesa in un mix di attivismo e marketing che ben rappresenta le contraddizioni che da sempre animano lo skateboarding, disciplina ribelle e ribellisitica da una parte e business dall’altra.

Skateboarding, body and space

Creare lo spazio: corpo e performance nello skateborading

Basta questo riferimento alla memoria dei luoghi e a come questa si forma per spiegare la resistenza al cambiamento dimostrata dagli skateboarder coinvolti nella vicenda dell’Undercroft? Questo è senza dubbio un elemento importante ma forse c’è qualcosa di più, che scava più a fondo nel rapporto tra lo skateboarding e lo spazio urbano.

Chiediamoci che cos’è lo skateborading dal punto di vista della percezione dello spazio? Si tratta di una forma di performance in cui il corpo fa esperienza dello spazio attraverso la mediazione di un utensile, la tavola, che diventa protesi del corpo stesso. La tavola media la percezione dello spazio per lo skater in modo estremamente profondo.

“Lo skater guarda alle cose in modo diverso da come fanno le persone che non skateano” mi ha detto una volta Max Calviati, uno skater napoletano che ho conosciuto una decina di anni fa “uno skater guarda sempre gli spazi che lo circondano dall’alto della sua tavola, perché cerca quei dettagli che gli possono dire se uno spazio è più o meno skateabile: la ruvidezza del cemento, lo spazio per la rincorsa e quello per l’atterraggio”. Lo skater non guarda lo spazio, lo scansiona e lo analizza, lo legge per coglierne tra le righe quei segni, quelle marche che ne denotano la skateabilità. E allo stesso tempo lo skater scrive su quello spazio; ne connette porzioni distinte attraverso il suo gesto tecnico, come quando supera un gap con un ollie, o le fa interagire tra loro in modi inconsueti, come quando esegue un grind su un corrimano.

La tavola è lo strumento attraverso cui lo skater sente e scrive lo spazio nello stesso momento

La tavola non è soltanto lo strumento con cui lo skater percepisce lo spazio, ma è anche quello con cui lo skater scrive lo spazio che lo circonda conferendogli senso. L’esperienza dello skateboarding è una forma di performance in cui lo skater ri-crea incessantemente lo spazio a partire dal proprio gesto tecnico. È spazio espressivo nel senso che dava a questa espressione il filosofo Maurice Merleau-Ponty: esperienza percettiva che libera il soggetto nello spazio, modificando quest’ultimo.

Ne genera una sensazione di libertà assoluta che si connette al gesto dell’esplorazione come deriva nello spazio e a quello dell’appropriazione come presa in carico dello stesso. È un modo per sovvertire le regole che determinano l’abituale fruizione dello spazio sostituendo ad esse nuovi set di regole. In questo interstizio nasce l’attrito tra lo skateboarding e le figure dell’autorità che è diventato una sorta di cliché nella rappresentazione di questa cultura urbana.

Se il cuore dell’esperienza dello skateboarding è questa sensazione di libertà che nasce dalla consapevolezza inconscia di stare scrivendo lo spazio che ci circonda ecco che appare, allora, un’altro elemento che può spiegare la viscerale difesa dell’Undercroft da parte degli skateboarders, anche di fronte alla possibilità di avere a disposizione un nuovo spazio progettato e realizzato tenendo conto delle esigenze dello skateboarding contemporaneo. L’idea che un’istanza dell’autorità (i dirigenti del Southbank Center) possa autorizzare lo skateboarding come forma di performance urbana contraddice la sensazione di libertà e indipendenza connaturata all’esperienza dello skateboarding. Ne costituisce l’antinarrativa.

Eppure anche questo aspetto non sfugge a insanabili, intrinseche contraddizioni. Spazi in cui la pratica dello skateboarding è stata autorizzata da istanze dell’autorità sono esistiti fin dalla nascita di questa cultura: gli skatepark. Gratuiti o a pagamento gli skatepark fanno parte della storia dello skateboarding da sempre e alcuni di essi rappresentano luoghi iconici di questa cultura.

![Long Live Southbank](/content/images/2014/Mar/Long_live_Southbank.jpg)

Il futuro dell’Undercroft

Quando ho cominciato a occuparmi di questa vicenda m’interessava soprattutto cercare di fare luce su quella componente irrazionale che spingeva una comunità di skateboarders a opporsi a un progetto di rilocalizzazione del loro skatespot preferito. Un progetto che, pur dimostrando una certa sensibilità nel proporre un’alternativa desiderabile, aveva incontrato una strenua resistenza.

Mano a mano che procedevo nella mia esplorazione dei legami che si stringono tra un luogo e le persone che lo vivono mi sono reso conto che l’irrazionalità che credevo di scorgere in questa vicenda è soltanto apparente. I legami che nascono dall’esplorazione e dall’appropriazione di uno spazio che è vissuto dagli skateboarder come un’estensione del proprio corpo sono più forti, viscerali e decisivi di quelli che possono nascere nei confronti di uno spazio appositamente messo a disposizione e progettato per questa disciplina.

Il cemento del nuovo spot potrà essere più liscio di quello dell’Undercroft, i muretti di un marmo più slaidante e il raggio dei bank perfettamente bilanciato ma quel grumo di memoria e orgoglio che si sono sedimentati sullo spot, quelli no, non potranno mai e poi mai essere ricostruiti.

Che ne sarà, dunque, dell’Undercroft?

Dal sito della campagna Long Live Southbank apprendo che la richiesta di autorizzazione per il piano di rinnovamento del Southbank Center è stata nuovamente presentata alle autorità del quartiere di Lambeth e che il 2 gennaio del 2014 più di 20.000 firme contro questo piano sono state presentate alle stesse autorità.
Il 5 marzo questi sforzi hanno prodotto un primo risultato, il Lambeth Council ha espresso dubbi rispetto al piano di sviluppo presentato dalla dirigenza del Southbank Center notando da parte di essa "a total lack of understanding of its community role" (una completa mancanza di comprensione del suo ruolo per la comunità).

Tuttavia il destino dell'Undercroft è ancora sospeso tra la volontà del Southbank Center e la resistenza caparbia della comunità di skater.